Con quali parole si può indicare l’indulgenza?

Sono arrivate molte domande sulla semantica dell’indulgenza e dintorni, anche in relazione a un concorso pubblico che chiedeva di trovare il sinonimo più appropriato della parola.

Risposta

Facciamo una premessa. Ci muoviamo qui nel territorio della semantica, della grammatica dei significati. Questo, diversamente da quello della grammatica delle forme, non è diviso in spazi ben distinti e autonomi. È un continuum il cui sezionamento non solo è delicato e a volte impossibile, ma, nella comunicazione, fluido, mobile, variabile.

Si prenda dunque indulgenza: il Dizionario Garzanti dei sinonimi e dei contrari (Milano, Garzanti, 1991) la considera sostituibile con clemenza, comprensione, condiscendenza, tolleranza, benevolenza, benignità, misericordia, longanimità. Forse troppi equivalenti, alcuni al limite dell’accettabilità, ma tutti compresi nel campo semantico che descrive l’atteggiamento di chi non si mostra severo, ma comprensivo verso qualcuno che ha o ritiene che abbia commesso un errore, un peccato, una scorrettezza ecc.

In questo ambiente semantico indulgenza è forse, con comprensione, la parola che copre lo spazio più ampio, mentre altre se ne ritagliano uno più ridotto o diverso.

La clemenza è qualcosa solo parzialmente simile all’indulgenza ed è propria soltanto di chi detiene un potere reale e stabile (dal Tito della leggenda e dell’opera di Mozart al megadirettore galattico di Fantozzi), mentre può avere indulgenza anche chi ha solo, in una data situazione, un vantaggio morale, episodico, su chi chiede comprensione, scusa della propria mancanza.

Così la condiscendenza è solo parzialmente simile all’indulgenza, perché si manifesta con una certa ostentazione di superiorità da parte di chi la mostra, di chi (per rispondere a una domanda specifica) è (spesso fastidiosamente) accondiscendente.

E non parliamo della misericordia, che confina più con la pietà che con l’indulgenza, e può essere ricevuta anche da chi non ha commesso alcuna colpa ma si trova in situazione di bisogno.

La tolleranza sta sì, con alcuni suoi significati, in buona parte nello stesso campo dell’indulgenza, ma copre anche spazi esterni ad esso, primo di tutti quello ideologico e sociale, oggi molto importante, e non comporta quella proprietà che dell’indulgenza è specifica e ben si vede nel suo uso in àmbito religioso: il perdono. La tolleranza è di chi ammette o non considera sbagliato o peccato o colpevole un atteggiamento diverso da quello che terrebbe lui, lo rispetta; l’indulgenza invece lo scusa, anche se lo riconosce come sbagliato, ed è mite nella determinazione della pena, che può giungere persino a cancellare o revocare. Inoltre la tolleranza (come il suo contrario intolleranza) si estende anche in campo scientifico e tecnico con il valore di sopportazione, resistenza di qualcosa o qualcuno in condizioni date e spesso sfavorevoli e di limite di variazione ammesso da un materiale, e questi significati non c’entrano ovviamente nulla con quelli di indulgenza.

Benevolenza e benignità sono ai margini del territorio dell’indulgenza e ne escono perché non comportano la situazione di chi si trova di fronte a qualcuno che ha o ammette di avere compiuto un errore e gli concede perdono o modesta pena, ma il carattere che rende una persona incline a trattare bene gli altri, specie gli inferiori, anche a prescindere da colpe ed errori da perdonare. Anche la longanimità, parola assai più colta e rara delle altre, è una caratteristica dell’animo buono e della pacatezza di giudizio di chi si trova in posizione di superiorità rispetto a un altro, tanto che confina quasi più con la magnanimità che con la vera e propria indulgenza, di cui è parente assai lontana; inoltre comporta pazienza e una sfumatura di temporalità, perché descrive una costante, duratura inclinazione a guardare con favore chi è inferiore.

L’indulgenza dunque esprime un atteggiamento di comprensione (forse, ripeto, il sinonimo più prossimo, sebbene il termine abbia anche significati diversi, legati al verbo comprendere nel senso di ‘capire’: la comprensione del significato di una parola, per esempio) e perdono e quindi si manifesta in qualcuno che giudica il comportamento imperfetto o errato di un altro. Comporta superiorità morale anche solo occasionale e disponibilità alla giustificazione, addirittura, in àmbito religioso, alla piena remissione della pena che il colpevole meriterebbe. La prova di concorso che chiedeva di scegliere quale sinonimo la descrivesse meglio tra tolleranza, clemenza e benevolenza aveva ragione a optare per la prima, che è la meno distante, ma poteva scegliere alternative più pertinenti.

Il tratto della sopportazione che sta in tolleranza (e non in indulgenza) si vede bene anche (per rispondere a un’altra domanda) nell’aggettivo dello stesso dominio etimologico, tollerabile, con il derivato tollerabilità: parole che possono essere definite sinonimi di sopportabile e sopportabilità e non certo di indulgente e indulgenza. Il tollerabile e la tollerabilità (e i loro contrari) sono possibilità passive (le descrive il passivo: è tollerato), la tolleranza e il tollerante sono attive (le descrive l’attivo: tollera). Se quindi (per passare a un’altra domanda ancora) essere intollerante è sempre un errore, un errore può essere intollerabile e non intollerante: è infatti non tollerabile non intollerante.

A proposito di verbi, c’è da rispondere al lettore che chiede se indulgere intransitivo (che ha un significato diverso, e cioè quello di ‘lasciarsi andare, abbandonarsi’) si costruisca con la preposizione a o con in. La risposta è: con a, tanto più che il latino da cui deriva pari pari il verbo italiano si costruiva con il dativo; in è (probabilmente) solo un effetto di trascinamento da un verbo “limitrofo” semanticamente, come perseverare, che confina con la porzione di significato di indulgere che esprime azione ripetuta, abituale e vuole in a causa del suo valore durativo, continuativo; oppure formalmente, come indurre che regge in, ma ha significato completamente diverso.

Vittorio Coletti

22 aprile 2026


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