La parola di Dante fresca di giornata

Una parola di Dante al giorno, per tutto il 2021. In occasione della ricorrenza dei settecento anni dalla morte del poeta, l'Accademia pubblicherà 365 schede dedicate alla sua opera: affacci essenziali sul lessico e sullo stile del poeta, con brevi note di accompagnamento. La parola di Dante fresca di giornata è un'occasione per ricordare, rileggere, ma anche scoprire e approfondire la grande eredità linguistica lasciata da Dante.

La parola di oggi

zavorra

(Inferno XXV, 142)

Così vid'io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.

La zavorra è propriamente il materiale pesante posto nella stiva della nave per darle equilibrio e da gettare in mare in caso di necessità. Nella Commedia il vocabolo è utilizzato solo in senso traslato, con una metafora che si riferisce alla settima bolgia dell’Inferno e in particolare a una parte dei dannati in essa contenuti, i ladri (con riferimento al loro gravare sul fondo dell’Inferno col peso dei loro peccati e della loro miseria). Col vocabolo zavorra Dante non indica generalmente tutti i dannati della bolgia, ma una parte di essi: quelli che vede "mutare e trasmutare", i peggiori tra i dannati lì collocati, che ne costituiscono dunque il fondo.

C.Mu.

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(Purgatorio XII, 27)

Vedea colui che fu nobil creato
più ch'altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l'un lato.

Folgoreggiare è un verbo di conio dantesco che ha il significato di ‘precipitare rapido e luminoso come la folgore’. Indica il rapido muoversi verso il basso, l'atto del precipitare dunque, di Lucifero, che scende dal cielo folgoreggiando. Nella Commedia ricorre anche il verbo folgorare, che della folgore richiama il movimento rapido, improvviso e violento e che è usato per descrivere il susseguirsi incessante delle imprese di Cesare ("da indi scese folgorando a Iuba; / onde si volse nel vostro occidente, / ove sentia la pompeana tuba", Paradiso VI, 70).

C.Mu.

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(Purgatorio XI, 30)

[…] disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.

Unica occorrenza nelle opere dantesche, la caligine rappresenta l'ottenebramento causato dal peccato di superbia e dalle passioni terrene, il "sudicio sedimento del peccato" (come scrive Giorgio Inglese nel suo commento al passo) che le anime del Purgatorio devono mondare. L'immagine della caligine come rappresentazione dell'offuscamento che acceca la mente è topica: in particolare, nel Trecento la caligine è spesso utilizzata in senso figurato per indicare sia in generale il peccato che ottenebra la mente, sia nello specifico il peccato di superbia.

C.Mu.

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(Inferno XXXII, 117)

El piange qui l'argento de' Franceschi:
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi".

Stare freschi è divenuta un'espressione che usiamo comunemente per far riferimento a una situazione poco piacevole o addirittura rischiosa da cui mettere in guardia qualcuno: "stai attento, se non obbedisci, stai fresco!" è, ad esempio, il tipico rimprovero che un genitore può rivolgere a un figlio. Questa locuzione la usa Dante per presentarci, con tono decisamente sarcastico, i dannati dell'ultimo cerchio dell'Inferno, traditori dei parenti e della patria, che egli immagina confitti fino al collo insieme a Lucifero nella distesa di ghiaccio che ricopre la superficie del lago Cocito. Una visione che solo il genio di Dante poteva creare, offrendo un panorama di gelida e mortifera arsura nel contesto del fuoco infernale.

R.S.

(Paradiso XX, 1)

Quando colui che tutto 'l mondo alluma
de l'emisperio nostro sì discende,
che 'l giorno d'ogne parte si consuma […]

Dal francese allumerallumare ricorre già nella lirica del Duecento col significato di 'ardere', 'infiammare', specie con significato metaforico in riferimento al fuoco amoroso. Nella Commedia il verbo ricorre cinque volte, esclusivamente nel Purgatorio e nel Paradiso, soprattutto in connessione con la grande tematica della luce, che domina il mondo paradisiaco e ne plasma potentemente il lessico. Nell’occorrenza del canto XX del Paradiso, allumare ha il significato di 'rischiarare con la propria luce': "colui che tutto 'l mondo alluma" è il sole, che dà luce a tutto l'universo.

C.Mu.

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(Inferno I, 89)

Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Oltre ai molti usi anche oggi correnti di aiutare col significato di 'dare aiuto, soccorrere', Dante ha adoperato il verbo pure nel significato di 'difendere, proteggere qualcuno da qualcosa', con duplice complemento, diretto e indiretto, come in questo celebre passo dell’incontro con la lupa. Lo stesso fa nelle Rime CIII, 13: “sì ch’io non so da lei né posso atarme”, dove ci mostra una variante del verbo (atare), mediata dal provenzale.

V.C.

(Inferno I, 87)

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m' ha fatto onore.

Dello stilus, dunque degli stili, Dante tratta nel De vulgari eloquentia (II, iv, 7), graduando con Orazio i tre livelli, il tragico, il comico, l’elegiaco. Lo stilo tragico, che conviene obbligatoriamente ed esclusivamente ai sommi temi "salus, amor et virtus", era sotteso alla Vita Nuova ("Queste e più mirabili cose da lei procedeano virtuosamente: onde io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stilo de la sua loda, propuosi di dicere parole, ne le quali io dessi ad intendere de le sue mirabili ed eccellenti operazioni", XXVI, 4), ma si affermava nel Convivio ("conviemmi che con più alto stilo dea [al]la presente opera un poco di gravezza, per la quale paia di maggiore autoritade", I, iv, 13): qui il sostantivo si ripete connotato da una parte, per amor, dall’aggettivo soave, dall’altra, per virtus, da "rima aspra e sottile": è il congedo dalle "dolci rime d’amore" (IV, ii, 3), per trattare "del valore": "’… diporroe’, cioè lascerò stare, ‘lo mio stilo’, cioè modo, ‘soave’ che d'amore parlando [ho]e tenuto; e dico di dicere di quello ‘valore’ per lo quale uomo è gentile veracemente. E avegna che ‘valore’ intender si possa per più modi, qui si prende ‘valore’ quasi potenza di natura, o vero bontade da quella data, sì come di sotto si vedrà" (IV, ii, 11).

Soave ha un'estensione e intensificazione in dolce, aggettivo che sarà ben caro a Francesca, suggellato da memorabili versi e dalla definizione di "dolce stil novo" (Purgatorio XXIV, 57).

L’attributo bello deriva la sua significazione da Convivio (I, v, 14): "Dunque quello sermone è più bello, nello quale più debitamente si rispondono [li vocabuli; e più debitamente li vocabuli si rispondono] in latino che in volgare, però che lo volgare séguita uso, e lo latino arte. Onde concedesi esser più bello, più virtuoso e più nobile".

Dunque bello rende omaggio a Virgilio, omaggio, si direbbe, che Virgilio intertestualmente riconosce: chiamando a confronto il suo maestro e autore, Dante gli offre una prova retorica per attestare la propria autoelezione a discepolo, "nascondendola" nel verbo di un furtivo apprendimento, "tolsi": che, come luminosamente sottolineato da Giorgio Orelli (il poeta della via Ravecchia), è anagramma di stilo. Un lasciapassare di riconosciuto accosto, come tutta la strumentazione retorica e prosodica, e le autonomie dei significanti. E si potrebbe qui concludere, concordando almeno in parte con Boccaccio: "pon qui il preterito [ha fatto] per lo futuro [farà] faccendo soloecismo".

Per le  molte riflessioni che ne derivano si dovranno scorrere i commenti, dai primi ("commendandolo di eloquentia" postillava l’Ottimo) ai recenti e ai futuri. Forse basta osservare come Dante abbia insegnato che si deve procedere, e di molto, oltre le schede lessicografiche e semantiche, per comprendere, nella collocazione equivoca delle medesime componenti foniche, l’interfacciarsi e lo sfidarsi di significati altri.

A.S.

(Inferno XXVI, 80, 81)

O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco [...]

“S’io meritai di voi mentre ch’io vissi/ s’io meritai di voi assai o poco”: sono le parole con cui Virgilio si rivolge a Ulisse e a Diomede nel celebre episodio dell’Inferno. Il verbo meritare, che altrove in Dante ha costrutto transitivo e significato come quelli odierni ('ottenere giustamente qualcosa di positivo o di negativo'), in questi versi ha costrutto intransitivo e il significato di 'acquisire meriti, rendersi benemerito presso qualcuno, essere degno della sua considerazione'. Forse in omaggio ai due grandi eroi della letteratura classica, è quasi una citazione (con ellissi del complemento diretto) dall’Eneide al Libro IV, v. 235: “si bene quid de te merui”, tradotto da Andrea Lancia, coevo di Dante, con “se io alcuna cosa de te bene meritai” .

V.C.

(Inferno XV, 92)

Tanto vogl'io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
ch'a la Fortuna, come vuol, son presto.

Il verbo garrire, che per noi oggi nomina, come già in Petrarca, lo stridio delle rondini, in passato valeva anche 'rimproverare', 'rimordere' e in questo senso lo usa Dante qui e a Paradiso, XIX 147. In entrambi i passi lo adopera al congiuntivo (con forma senza l’interfisso -isc- che si userebbe oggi in garrisca) e in rima col raro arra, 'anticipo, caparra'. 

V.C.

(Purgatorio XXXIII, 90)

[...] e veggi vostra via da la divina
distar cotanto, quanto si discorda
da terra il ciel che più alto festina.

“Il ciel che più alto festina” è il Primo Mobile, il cielo che ruota veloce più in alto o in alto più veloce (in realtà le due cose contemporaneamente), “quel c’ha maggior fretta” (Paradiso I, 123). Festinare è un latinismo ('affrettare, affrettarsi') ripreso da Dante anche nella forma del participio (la “festinata gente” di Paradiso XXXII, 58 sono i bambini giunti in fretta in paradiso, perché prematuramente morti) e nella forma dell’aggettivo festino (festinus, 'pronto, rapido, veloce'). Anche se non è una sua coniazione, l’unico uso ricordato di questo verbo poi pressoché scomparso è quello di Dante.

V.C.

(Inferno XIV, 76)

Tacendo divenimmo là 've spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Qui e in altri due luoghi del poema (Inferno XVIII, 68, Purgatorio III, 46) il verbo divenire, che Dante usa ripetutamente nei significati ancora comuni oggi di 'diventare, cambiare rispetto a prima', recupera il significato del verbo venire che lo compone e quindi il valore di 'giungere, pervenire'.

V.C.

(Paradiso XXX, 46)

Come sùbito lampo che discetti
li spiriti visivi, sì che priva
da l'atto l'occhio di più forti obietti [...]

“Come subito lampo che discetti/ li spiriti visivi”, che disgreghi gli spiriti visivi, che disturbi la vista. Dante usa il verbo discettare non nel significato che poi assumerà e conserva di 'trattare, discutere autorevolmente di qualcosa', ma con quello più vicino all’etimologia del latino disceptare, cioè 'prendere (captare), scartando (dis-) gli elementi superflui' (DELI), da cui poi l’attuale 'contrastare discutendo'. Il Poeta recupera il senso iniziale del dis captare, 'separare, disgregare, dividere' e lo attribuisce all’azione del lampo che abbaglia.

V.C.

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(Inferno V, 60)

Ell'è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.

“(Semiramide) tenne la terra che ‘l Soldan corregge”: che il Sultano regge, governa. Dante non ignora il significato odierno di correggere, 'eliminare uno sbaglio, cancellare un errore'; ma anche in questo caso gli serve quello etimologico di cum (intensivo) + regere, 'reggere, guidare'. Lo stesso significato il verbo ha a Purgatorio VI, 95 e molto probabilmente anche a Paradiso XI, 138 nel controverso: “e vedra’ il corregger che argomenta”: cioè, "capirai la rettifica, la correzione che precisa" ecc.

V.C.

(Paradiso XVIII, 74)

E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera [...]

Come uccelli levatisi in volo da un fiume, quasi festeggiando, facendo feste al cibo (appena trovato). Oggi, quando è solo, il verbo congratulare si usa unicamente in forma pronominale nel senso di 'rallegrarsi, complimentarsi con qualcuno di, per qualcosa'. Il brano riportato della Commedia lo adopera invece (ed è caso assai raro) con diatesi attiva, costruzione intransitiva e un significato un po’ diverso. Il complemento introdotto da a fa pensare al significato di 'fare festa a qualcuno o a qualcosa'. Il GDLI rinvia a questa bella osservazione dal Dizionario dei sinonimi del Tommaseo (edizione rivista dal Rigutini): "Qui [in Dante] non cadrebbe ‘ congratulandosi ’; ché (gli uccellini) non si congratulano della pastura l’uno dell’altro, ma si rallegrano della propria siccome grata; senso non dell’uso, ma chiaro e proprio".

V.C.

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(Paradiso IV, 43)

Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio, e altro intende [...]

La Sacra Scrittura scende, si abbassa per adeguarsi alla vostra capacità di intendere. Il verbo condiscendere (con + discendere, che Dante usa nella forma antica, latineggiante, descendere) ha oggi solo il significato traslato di 'acconsentire, indulgere, piegarsi (di chi è superiore verso chi sta sotto)'. Ma, nel passo citato, come spesso accade nella Commedia, ha ancora il suo significato etimologico, originario di 'scendere, abbassarsi'. 

V.C.

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(Inferno I, 55)

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutt' i suoi pensier piange e s' attrista [...]

È uno dei casi in cui la Commedia usa il verbo acquistare, che per lo più ospita in forma pronominale o con costrutto transitivo, in costruzione intransitiva e col significato oggi desueto di 'guadagnare'. In altri luoghi, come a Purgatorio IV, 38 e nel celebre Inferno XXVI, 126 “sempre acquistando dal lato mancino”, nello stesso costrutto, il verbo ha un altro significato anch’esso oggi perduto: quello di 'procedere, avanzare'.

V.C.

(Inferno XXXI, 110)

Allor temett'io più che mai la morte,
e non v'era mestier più che la dotta,
s'io non avessi viste le ritorte.

Dotta è un antico francesismo (dall'a.fr. doute ‘dubbio, ‘incertezza’). Dante si accosta al pozzo di Cocito e scorge, incatenati, i giganti (Inferno XXXI, 43-44: torreggiavan di mezza la persona / li orribili giganti…): tra questi Nembrot, Briareo, Anteo, Efialte (o Fialte), Oto e poi Tizio e Tifeo (o Tifo) che, tutti, avevano mosso guerra a Zeus e agli dèi dell’Olimpo sovrapponendo monte a monte. La paura sola (la dotta) bastava a uccidere Dante ("temett’io più che mai la morte"), se egli non avesse visto avvinti da catene quei mostri infernali ("s’io non avessi visto le ritorte").

E.B.

(Paradiso XXIX, 4)

[...] quant'è dal punto che 'l cenìt inlibra
infin che l'uno e l'altro da quel cinto,
cambiando l'emisperio, si dilibra [...]

È un arabismo (altrimenti reso come zenit: si tratta di ar. samt ar-rā’s ‘direzione della testa’ > ‘punto sopra la testa’) ed è termine tecnico dell’astronomia. Apollo (il Sole) e Diana (la Luna), trovandosi in due punti opposti del Cielo – l’uno nella costellazione dell’Ariete, l’altro in quello della Libra –, si bilanciano sul medesimo orizzonte ("fanno de l’orizzonte insieme zona") a ugual distanza dallo zenit. Successivamente ognuno dei due pianeti esce di bilancia ("l’uno e l’altro da quel cinto, / cambiando l’emisperio, si dilibra"). A tale momento Dante paragona l’istante in cui Beatrice, col volto atteggiato a riso e messasi a tacere ("col volto di riso dipinto, / si tacque"), volse lo sguardo verso il punto luminoso che pure aveva colpito Dante ("riguardando / fiso nel punto che m'avëa vinto").

E.B.

(Purgatorio VI, 76)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Il nome dell'Italia ricorre ben undici volte nella Commedia, e non sempre come semplice riferimento geografico per indicare la penisola che si estende dalle Alpi al mare o che sta tra Tirreno e Adriatico. Dante non cullava certo in sé un'idea di nazione italiana come l'abbiamo noi o come l'ebbero gli uomini del Risorgimento, e tuttavia aveva ben chiara l'identità comune che univa e unisce tuttora gli abitanti della terra dove il sì suona. Insomma, non c'è poi tanto da ridere con saccenteria sull'idea che Dante sia uno dei nostri "padri della patria": lo è davvero. Ricordiamocene oggi, festa della Repubblica.

C.M.

(Inferno VIII, 53)

E io: "Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago".

Dante usa termini culinari rigirandoli spesso in altro senso. Questo non è il brodo dei cuochi stellati di oggi, ma l’acqua del fiume infernale, fangosa e paludosa e fumosa, acqua grassa e unta simile a broda, come nota giustamente Boccaccio. 

C.M.

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(Purgatorio V, 71)

[...] che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi offese.

Il verbo nella Commedia ha il significato etimologico di ad-orare, cioè rivolgere preghiere a qualcuno, pregare per qualcuno (Paradiso, XVIII, 125: “Adora per color che sono in terra”). Per questo ha costruzione intransitiva come in Inferno IV, 38 “non adorar debitamente a Dio” e non quella transitiva per noi più familiare col significato di ‘venerare’.

V.C.

(Purgatorio XXVIII, 18)

[...] ma con piena letizia l'ore prime, 
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime [...]

Nome della canna di cornamusa o corda della ghironda (tipico strumento a corde medievale) con cui si produceva il suono, grave e continuo, che faceva da base a una melodia. Forse da collegare al francese in cui bourdon valeva anche come ‘calabrone’ con valore onomatopeico. L’espressione tenere bordone in Dante ha ancora il significato di ‘accompagnare una melodia con un suono continuo’, ma assumerà un’accezione peggiorativa nel senso figurato di ‘accompagnare, aiutare qualcuno in una impresa’ (non esattamente edificante).

R.S.

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(Paradiso XXIX, 102)

[...] e mente, ché la luce si nascose
da sé: però a li Spani e a l'Indi
come a' Giudei tale eclissi rispuose.

Nel significato astronomico che ancora oggi possiede, il termine appare per la prima volta nella Composizione del mondo di Restoro d’Arezzo (1282). È presente anche in altri testi di argomento astronomico, ma sarà la Commedia a dargli forza di penetrazione: per la prima volta in un testo in volgare, infatti, Dante pone in relazione la parola eclissi con la morte di Cristo. Il poeta ricorda, però, che secondo la narrazione evangelica (Lc 23,44) il fenomeno fu visto in tutta la terra e dunque non si trattò di un’eclissi ma di un oscuramento del sole voluto da Dio.

R.L.

(Inferno XXX, 50)

Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.

Nel fiorentino due-trecentesco indica la regione del corpo in cui termina l’addome e iniziano le cosce. È un termine di uso vivo e comune che non avrà continuità; per il tecnicismo anatomico, infatti, si torna alla base latina e inguine (da inguen/-nis) diverrà sia parola di uso comune sia termine specialistico.

R.L.

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(Paradiso XVI, 115)

L'oltracotata schiatta che s'indraca
dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente
o ver la borsa, com' agnel si placa [...]

Neologismo dantesco usato, nella forma latineggiante indracare (lat. draco), col senso di ‘farsi feroce come un drago’, a indicare il comportamento crudele e aggressivo assunto dalla famiglia Adimari. Il verbo è rimasto circoscritto all’uso letterario e ha trovato successivi riscontri in autori come Pulci, Sannazzaro e, fra i moderni, Alfieri, Leopardi e Carducci.

F.D.C.

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(Paradiso XXVI, 17)

Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte.

Il nome della lettera greca ricorre nella Commedia nell’espressione, derivata dall’Apocalisse, “Alfa e O”, cioè “alfa e omega”, il principio e la fine di ogni cosa: tutta la terzina è infatti un richiamo a Dio, il bene che appaga la “corte” dei beati in Paradiso ma anche l’autore di ogni scritto che Amore legge agli uomini (a volte a voce alta, a volte quasi sussurrando).

B.F.

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(Purgatorio VI, 1)

Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara [...]

Forma popolare per azzara, gioco con tre dadi simile alla morra in cui si gridava “zara!” a ogni uscita di numeri perdenti. Dall’arabo zahr ‘dado’ che con l’articolo diventa az-zahr da cui azar spagnolo, hasard francese e azzardo italiano, la parola è già presente in Brunetto Latini, maestro di Dante.

R.S.

(Purgatorio VIII, 30)

Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.

Tornato tristemente in auge in questo ultimo anno di pandemia, il verbo ha il significato originario di ‘fare vento, sventolare’. Veniva ventilato il grano, sollevato al soffio del vento o esposto a una corrente d’aria, per far volare via la parte di scorie leggere; in questo passo Dante usa il verbo in forma passiva per indicare le penne degli angeli mosse dal vento assimilate a tenere foglie agitate dalla brezza.

R.S.

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(Purgatorio XV, 14)

[...] ond' io levai le mani inver' la cima
de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile lima.

Il termine indica propriamente quell’ampio telo, sostenuto da più aste, che ripara dalla luce solare: in altre parole, un baldacchino. Dante e Virgilio sono infatti investiti in pieno viso ("per mezzo ’l naso", v. 7) dai raggi solari, sempre più intensi, e il pellegrino si protegge gli occhi come può, creando una sorta di baldacchino con le proprie mani.

B.F.

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(Inferno VI, 36)

Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Nell’Inferno e nel Purgatorio Dante descrive il paesaggio come realtà concreta, ma i dialoghi con i personaggi sono talmente intensi che l’autore sente di dover ricordare al lettore che le anime sono senza corpo, “vanità che par persona”. E in Purgatorio XXI, 135-6, Stazio avverte che le anime sono "vanitate", ombre da non trattare “come cosa salda”. Il significato della parola è, dunque, 'inconsistenza corporea', invece in Paradiso XIV, 56, la parola ha il senso corrente di ‘caducità’.

G.B.

(Inferno XIII, 35)

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: "Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?"

La forma deriva dal verbo latino excarpĕre ‘strappare, svellere’ detto di ramo o sterpo, compare qui a sottolineare lo strazio dell’anima di Pier Delle Vigne, suicida, trasformato in arbusto in cui scorre il sangue. Il verbo, fortemente fonosimbolico, arriva fino a Montale in Tramontana: “è un urlo solo, un muglio di scerpate esistenze”.

R.S.

(Paradiso XXIII, 62)

[...] e così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.

Se nell’Inferno Dante si riferisce alla sua opera usando il termine comedìa (Inf. XVI, 128 e Inf. XXI, 2), nel Paradiso la definisce invece sacrato poema (Par. XXIII, 62) o poema sacro (Par. XXV,1). In questa terzina Dante parla della difficoltà di descrivere il riso di Beatrice, su cui lo sacrato poema è costretto a sorvolare.

L.F.

(Inferno XXXI, 61)

[...] sì che la ripa, ch'era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma [...]

Si tratta della più antica attestazione della parola, qui usata in senso figurato per indicare la sponda del pozzo dei Giganti. Perizoma è un grecismo con significato etimologico di ‘che cinge intorno’ e indica la fascia o veste corta anticamente portata intorno ai fianchi da atleti o da frequentatori delle terme per coprire i genitali.

R.S.

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(Inferno XXXII, 129)

e come 'l pan per fame si manduca,
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca [...]

Voce di origine araba attestata in italiano a partire dalla Commedia. Nei testi medievali il termine indica il midollo spinale (più raramente, la parte posteriore del collo). Nel canto XXXII dell’Inferno, assieme a cervel, nuca contribuisce dunque a definire – con precisione anatomica – il punto esatto in cui si conficcano i denti del conte Ugolino, chino sull’arcivescovo Ruggieri.

B.F.

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(Inferno XXXIII, 128)

E perché tu più volontier mi rade
le 'nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima trade [...]

Invetriato, part. pass. di invetriare (derivato del latino vitreus ‘di vetro’), termine tecnico-specialistico appartenente all’ambito dell’arte vetraria, è usato qui con valore attributivo e significa ‘ghiacciato, congelato, reso simile al vetro’. Le lacrime di Alberigo sono invetriate, cioè ghiacciate a causa del freddo, dure come il vetro (visiere di cristallo, come le aveva definite al v. 98).

L.F.

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(Paradiso II, 36)

Per entro sé l'etterna margarita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.

Nella Giornata internazionale UNESCO della Luce, siamo ammaliati dalla luce nel poema Dante. Consideriamo il sostantivo, e tralasciamo per ora il verbo lùcere (che ha forme come luce e luci, cfr. lat. luceo, e che ormai esiste solo come parola arcaica e letteraria, ma vive in certi dialetti, si pensi ai versi “Fenesta ca lucive e mo nun luce”). Luce sostantivo ricorre con frequenza nella Commedia, e più spesso, come ovvio, nel Paradiso, dove sovente si assiste a un rutilare di luci. Troviamo il sostantivo 5 volte nell'Inferno, 18 volte nel Purgatorio, e ben 72 volte nel Paradiso (al singolare, al plurale, e in vari significati, tra cui anche 'occhi', per metonimia; il verbo ha invece 2 occorrenze nel Purgatorio e 5 nel Paradiso). Dio stesso appare come luce. I versi che qui abbiamo scelto riconducono a un principio della fisica, seppure adattato ai beati celesti: la luce può attraversare certa materia, come l'acqua, senza per questo dividerla. Insomma, Dante, in una folgorante similitudine, descrive la trasmissione della luce.

C.M.

(Purgatorio XXVI, 69)

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s'inurba [...]

Neologismo dantesco, il verbo pronominale inurbarsi, derivato di urbe con il prefisso in-, è usato dal poeta col significato di ‘entrare, recarsi in città’. Il verbo ha avuto un largo successo e oggi è usato principalmente col senso di ‘trasferirsi in città dalla campagna’.

L.F.

(Inferno XI, 44)

[...] qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov'esser de' giocondo.

'Dissipare il denaro in giochi d'azzardo', 'sprecare'. Parola forte e realistica, anche nella forma fonica, per le consonanti "c" e "z", secondo un uso presente di Dante. Non piacque questa parola al Bembo, che la cita come esempio della tendenza di Dante a utilizzare un lessico basso, cosa che (a suo parere) sarebbe stata da evitare. A noi moderni Dante piace di più proprio perché ha usato parole del genere, ineleganti ma incisive.

C.M.

(Paradiso IV, 28)

D'i Serafin colui che più s'india,
Moisè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria [...]

Neologismo e hapax dantesco, il verbo pronominale indiarsi, da Dio con il prefisso in-, significa ‘avvicinarsi a Dio attraverso la contemplazione, divenendo partecipe della beatitudine e della gloria divina’. A indiarsi sono i Serafini, la più alta gerarchia angelica.

L.F.

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(Inferno XX, 104)

Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede.

Nella bolgia degli indovini Dante chiede a Virgilio di indicargli se ci sia qualcuno “degno di nota” ovvero meritevole di considerazione, costruendo così per la prima volta, sul modello di altre analoghe già attestate precedentemente (degno di lode, di pena, di gloria, d’onore), un’espressione destinata a entrare e a radicarsi nell’uso comune. Si tratta del primo esempio in cui la parola nota assume il senso figurato di ‘traccia lasciata nella memoria’ (e non nell’appunto scritto) da qualcosa che suscita curiosità e interesse.

R.S.

(Purgatorio XXXIII, 48)

E forse che la mia narrazion buia,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia [...]

'Perché a modo loro oltrepassa la capacità di comprensione’, riferito alla profezia che Beatrice esprime in termini enigmatici; dove intelletto rispecchia il latino intellectus ‘intelligenza’ e attuia, di solito interpretato come ‘offusca, impedisce’ andrà inteso col significato di ‘oltrepassa, supera’, ancora vivo nei dialetti toscani.

A.No.

(Inferno XXI,118)

Tra' ti avante, Alichino, e Calcabrina,
cominciò elli a dire, e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.

Alichino (o Alichin) è il nome del primo dei dieci diavoli inviati da Malacoda a ispezionare l’argine sinistro di Malebolge, dove stavano i barattieri. Il nome sembra derivare da quello di un diavolo della tradizione medievale francese (ma di origine germanica: germ. Hölle König ‘re dell’Inferno’; a.ingl. Helleking; a.fr. Hellequin Harlekin/Harlequin, latinizzato in Allequinus). Da tale diavolo, caratterizzato da tratti anche comico-giocosi, discenderebbe la maschera del nostro Arlecchino il cui nome è la italianizzazione di bergamasco Arlechì(n): tale maschera coniuga lo zanni bergamasco, tradizionale personaggio della Commedia dell’arte, con personaggi diabolici di matrice germanica mediati dalla tradizione medievale francese.

E.B.

(Purgatorio XXX, 44)

[...] volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto [...]

Questa parola, che nel De vulgari eloquentia è citata tra i vocabula puerilia, inadatti al volgare illustre, ha altre tre attestazioni nella Commedia, due delle quali in rima (come nel passo citato, che presenta dramma e fiamma nella terzina seguente). Due contesti richiamano ancora l’infanzia (“ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo”, Inferno XXXII, 9; “E come fantolin che ’nver’ la mamma / tende le braccia, poi che ’l latte prese, / per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma”, Paradiso XXIII, 121), ma è diverso il caso in cui il poeta latino Stazio definisce mamma l’Eneide virgiliana (“Dell’Eneide dico, la qual mamma / Fùmi, e fùmi nutrice poetando: / Senza essa non fermai peso di dramma”; Purgatorio XXI, 97), fonte di ispirazione per lui (e per lo stesso Dante). 

P.D'A.

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(Inferno XXVII, 42)

Ravenna sta come stata è molt'anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.

Vanni ‘ali’, qui, come sempre negli autori successivi, al plurale. Nella rassegna delle città di Romagna, indicate con i loro tiranni (v. 38), i da Polenta dominano anche Cervia oltre a Ravenna con le loro ali di aquila. Se in Dante, che nella Commedia la usa solo in questo passo, la parola è relativa ai rapaci e al potere, in molti poeti successivi vanni sono le ali di uccelli diversi o di insetti, di divinità mitologiche o di creature fantastiche: si tratta infatti di un poetismo comune nella tradizione lirica, epica e melodrammatica, usato anche in accezioni traslate e metaforiche.

I.B.

(Inferno XXI, 116)

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s'alcun se ne sciorina;
gite con lor, che non saranno rei.

Contrasta in modo forte con la situazione dei barattieri immersi nella pece bollente l’espressione se ne sciorina, ‘se ne tira fuori’, in cui Dante sceglie, forse per ironica contrapposizione, il verbo sciorinare, di incerta etimologia, che vale propriamente ‘stendere i panni all’aria’, da cui i significati estesi oggi comuni di ‘esporre’ ed ‘elencare in modo prolisso ed enfatico’.

I.B.

(Inferno XV, 41)

Però va oltre: i' ti verrò a' panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni.

Masnada, che troviamo anche in Purgatorio II, 130 (masnada fresca, ‘gruppetto appena arrivato’), indica in questo passo, nelle parole di Brunetto Latini, la schiera di anime, con significato analogo a quello di greggia, che il maestro di Dante usa nella terzina precedente. Nel toccante dialogo tra Dante e Brunetto, dunque, la parola non ha alcun significato peggiorativo, semmai fa leva sulla condizione di sventura e pena di coloro che vi appartengono. La parola masnada, dal lat. parl. *mansionata(m), ‘gente di casa’, nel Medioevo indicava sia l’insieme dei servi che vivevano nella casa di un signore, sia l’insieme degli uomini armati del signore feudale, sia la compagnia di ventura; in seguito vede circoscritta progressivamente la propria area semantica alle armi e alla compagnia di ventura, passando poi ad assumere il valore dispregiativo che ha tuttora.

I.B.

(Inferno XXXI, 59)

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altr’ossa [...]

Pina è la celebre pigna bronzea che, originariamente posta o nel mausoleo di Adriano o sulla cupola del Pantheon, Dante ebbe occasione di vedere nell’atrio della basilica di San Pietro a Roma dove era stata collocata da papa Simmaco (498-514) e che, oggi, è ancora visibile in Vaticano nel Cortile detto "della Pigna". Ad essa, la cui altezza superava i 4 metri, Dante paragona la minacciosa faccia del gigante Nembrot immaginando che il resto del corpo del mostro infernale (l’altr’ossa) fosse a quella proporzionato (a sua proporzione): un corpo gigantesco, appunto.

E.B.

(Purgatorio III, 128)

L’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte, presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.

Co (da lat. caput) è un dialettismo, voce lombarda e significa ‘capo’, ‘testa’. Il passo dantesco si riferisce al giovane Manfredi che (ibid. 107, biondo […] e bello e di gentil aspetto), figlio di Federigo II, fu vinto e ucciso a Benevento dall’esercito di Carlo d’Angiò nel 1266 e fu sepolto all’imbocco (in co) del ponte del beneventano fiume Calore in un punto segnalato da un ammasso di pietre (sotto la guardia della grave mora); e da quel luogo, poiché Manfredi era stato scomunicato, Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza, ne fece trasportare i resti mortali (l’ossa del corpo) fuori dal regno di Napoli (ibid. 131, fuor dal regno) lungo il Verde (o Liri/Garigliano).

E.B.

(Inferno XXXII, 7)

[...] ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Voce di origine provenzale, ormai disusata, che significa ‘burla, beffa’ e ricorre soprattutto nelle espressioni "farsi gabbo di qualcuno o qualcosa", ossia beffarsene, e "prendere" o "pigliare a gabbo", che vale, come nel passo in questione, ‘considerare alla leggera, con noncuranza; sottovalutare’. Oltre che nella Commedia, Dante la impiega anche nella Vita Nuova (insieme alla forma verbale gabbare), per indicare lo scherno di cui è fatto oggetto da Beatrice e da altre donne.

S.G.

(Inferno XXV, 79)

Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa [...]

Si tratta di una variante antica e letteraria del sostantivo sferza, che vale ‘frusta, scudiscio’ e, in senso figurato, ‘manifestazione intensa e violenta di un fenomeno naturale’, come il vento, la grandine o il calore bruciante dei raggi del sole, come nel passo citato. La forma, che ricorre anche in altri luoghi della Commedia (nella variante con -zferza), avrà delle riprese moderne in Pascoli, Montale e Gadda.

S.G.

(Paradiso I, 13)

O buono Appollo, a l'ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.

Anche l'impegno letterario e culturale è un lavoro. Teniamolo a mente. Anzi, è un grande lavoro, e Dante può sognare come ricompensa l'alloro poetico. Non gli fu mai assegnato. L'incoronazione poetica toccò però a Petrarca, a Roma, l'8 aprile 1341: infatti l'iconografia lo mostra con in testa il lauro poetico. Uno dei "Poeti laureati", come diceva Montale. Anche a Dante si usa mettere in effigie la corona che non gli fu data in vita. La prospettiva finale dei valori sta nel giudizio del tempo edace, cioè sta nelle mani dei posteri (Bembo lo sapeva bene, e se la rideva dei contemporanei: sublime e solido classicismo). Si noti l'invocazione ad Apollo, divinità pagana, anche se siamo nel Paradiso: sincretismo dantesco e memoria classica.

C.M.

(Purgatorio XXIV, 39)

El mormorava; e non so che "Gentucca"
sentiv'io là, ov'el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.

Il verbo, di etimologia incerta, nel suo significato proprio e originario (con il quale è ancora oggi comunemente impiegato) indica l’azione di mangiare l’uva spiccandone a uno a uno gli acini dal grappolo e, per estensione, quella di mangiare a piccoli bocconi. Dante lo usa qui in senso figurato per ‘tormentare, consumare a poco a poco con tormenti incessanti’: la scelta del verbo è particolarmente azzeccata, se si pensa che l’oggetto di tali tormenti sono le anime dei golosi, afflitte da una fame e una sete insaziabili.

S.G.

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(Inferno III, 36)

Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo".

È una delle molte espressioni di origine dantesca che grazie al successo della Commedia si sono diffuse anche nella lingua comune e risultano ancora oggi vive: nell’italiano contemporaneo "senza infamia e senza lode" è detto di una persona o di una cosa di valore e qualità mediocre, che non si distingue né in positivo, né in negativo. Dante la impiega per riferirsi, in maniera sprezzante, agli ignavi, ossia a coloro che sono vissuti senza prendere mai posizione e quindi senza mai meritare né il biasimo né l’elogio di altri uomini.

S.G.

(Purgatorio XIII, 52)

Non credo che per terra vada ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi [...]

Ancoi è voce di un dialetto italo-romanzo settentrionale, probabilmente lombardo (cfr. milanese incoeu ‘oggi’), significante ‘oggidì’, ‘al giorno d’oggi’, ‘nel tempo presente’: è uno dei dialettismi presenti nella tessitura lessicale della Commedia ed esso ricorre, e soltanto in rima, anche in due altri luoghi del Purgatorio: XX, 70;  XXXIII, 96.

E.B.

(Purgatorio I, 115)

L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.

In questi celebri versi, come in tutta la Commedia, il sostantivo ora (óra) equivale al latino hora. Non è mancato qualche commentatore che l’ha sentito come òra, il suo omografo non omofono equivalente del latino aura, 'brezza'. Òra 'brezza', che ha un’attestazione dantesca inequivocabile in Convivio II, I ("dirizzato l’artimone della ragione all’ora del mio desiderio, entro in pelago con isperanza di dolce cammino") è voce rara e poetica, ma ha anche, ancora oggi, una sua circolazione popolare nelle varietà settentrionali: la Òra, ad esempio, è il più noto tra i venti del Lago di Garda.

G.C.

(Inferno XXIX, 83)

[…] e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

Nome di un pesce d’acqua dolce dalle squame dure e spesse (meglio noto come scardola): la voce, un latinismo di origine germanica (da *skarda ‘tacca, crepa’, poi passato in molte lingue romanze nel significato di ‘scheggia, scaglia’), è tra quelle di più forte colorito idiomatico della Commedia. Nel Cinquecento, Bembo citerà proprio questo passo per esemplificare (e condannare) la frequente presenza in Dante di un lessico concreto e realistico.

S.G.

(Purgatorio I, 71)

Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Due volte appare la forma tronca libertà nella Commedia, altre tre volte libertate, e mai nell'Inferno. Qui, dove si parla di Catone, la parola può ben risuonare adatta a celebrare un giorno quale il 25 aprile. Lasciamo da parte i problemi critici relativi al suicidio di Catone e al suo essere pagano, elementi che non impediscono a Dante di farne un simbolo della morale cristiana. Il suicidio di Catone per motivi etici è comunque considerato da Dante quale supremo atto eroico.

C.M.

(Inferno XVIII, 16)

[...] così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e' fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.

Oltre a quello citato, lo troviamo anche in altri 15 loci di Malebolge, dove indica l’arcata di pietra che fa da ponte tra le bolge infernali nell’ottavo cerchio. Potente immagine dell’architettura infernale. Altre accezioni: quella odierna di roccia marina (Inferno XVI, 135), forse ligurismo (cfr. Anonimo Genovese, fine sec. XIII); a cui si aggiunge scoglio di Purgatorio II, 122 che ha il significato di 'involucro corneo delle serpi lasciato con la muta annuale', scoria'.

L.C.

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(Inferno V, 137)

[...] la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

È un libro, nel senso proprio e concreto del termine, l’oggetto che Dante immagina al centro della vicenda di Paolo e Francesca: un libro che, come Galeotto nel celebre romanzo arturiano di Lancillotto e Ginevra, diventa intermediario e testimone silenzioso della passione segreta fra i due cognati. Ma i versi del canto V dell’Inferno sono popolati di molti altri libri, che trapelano indirettamente, richiamati dalle dotte citazioni di Francesca o evocati attraverso i loro protagonisti senza tempo (Didone, Elena, Achille, Tristano): "le donne antiche e ’ cavalieri" (v. 71) che, come i due amanti di Rimini, hanno dimenticato la ragione per abbandonarsi all’istinto e qui scontano la loro colpa travolti dall’eterna bufera.
Altrove libro acquista significati figurati, non diversamente da volume (es. Paradiso XXXIII, 86) o quaderno (es. Paradiso XVII, 37). Con riferimento a una lunga tradizione, il termine può indicare metaforicamente la mente umana in cui si “scrivono” i ricordi, come nel proemio della Vita Nuova: "In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere..." (I, 1).

B.F.

(Inferno XVIII, 106)

Le ripe eran grommate d'una muffa,
per l'alito di giù che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.

Il termine è attestato per la prima volta nella Commedia, dove ricorre due volte. Nell’Inferno, in particolare, muffa indica il sedimento molle che incrosta le pareti ("ripe") della bolgia degli adulatori. La sostanza è generata dalle terribili esalazioni ("alito") che provengono dallo sterco in cui sono “attuffati” i dannati.

B.F.

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(Paradiso XXII, 141)

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell'ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.

Ricorre in Dante soltanto quattro volte, sempre nel Paradiso, con particolare riferimento all’aspetto “irregolare” della materia lunare. L’aggettivo, attestato per la prima volta proprio nella Commedia, è un latinismo scientifico rarissimo nell’italiano antico. Oggi, probabilmente grazie anche alla fortuna del poema dantesco, denso è una parola a noi familiare e d’uso comune.

B.F.

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(Purgatorio XI, 25)

Così a sé e noi buona ramogna
quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
simile a quel che talvolta si sogna [...]

Le anime dei superbi, curve sotto il peso di un macigno, invocano buona ramogna, cioè ‘purificazione, benedizione’, con un derivato dell’antico italiano ramognare ‘purificare’ e ‘benedire’, dal latino volgare *remundiare, variante del latino ecclesiastico remundare ‘purificare, mondare dai peccati’.

A.No.

(Inferno XXVIII, 37)

Un diavolo è qua dietro che n'accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma [...]

Neologismo, nel senso di 'attanaglia', si credeva un tempo, o meglio, come interpretano gli esegeti moderni, antifrasticamente, 'acconcia', costruito sul francese acesmer o sul provenzale acesmar. Questo conio su di una lingua straniera non ha avuto seguito nell'italiano, ma è interessante ricordare che Tommaseo, nel suo grande Vocabolario, paragonava accismare al toscano cisma 'odio', 'rancore', pur sospettando, alla fin fine, che l'etimologia della parola popolare toscana dovesse essere ben diversa, da scisma; lo stesso Tommaseo, poi, di fronte a un'evidente ripresa letteraria dell'accisma dantesco da parte del poeta satirico fiorentino Menzini (1646-1704), pur riconoscendo la citazione dotta, arrivava a chiedersi se accismare non fosse per caso ancora vivo tra la gente toscana; non era così, ma il dubbio, espresso da quel grande lessicografo e studioso delle tradizioni popolari, mostra tutto il fascino e il peso che poteva avere una parola di Dante, anche dopo secoli di oblio.

C.M.

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(Paradiso XXXIII, 94)

Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa,
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

Grecismo (λήθαργος), giunto a Dante per via dotta attraverso il latino. Il termine qui vale ‘oblio’. Dante ha appena contemplato la visione di "ciò che per l’universo si squaderna" (Paradiso XXXIII, 87) e, vinto dall’emozione, ha difficoltà a ricordare: un istante solo ("un punto") del tempo trascorso dopo quella visione ha prodotto in lui maggior oblio di quello prodotto dall’impresa degli Argonauti quando Nettuno, stupefatto e per la prima volta, vide proiettarsi sul mare l’ombra di una nave ("l’ombra d’Argo"). Prima di quel momento il mare, mai solcato da alcun naviglio, non aveva conosciuto ombre.

E.B.

(Inferno XVIII, 37)

Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.

Riferito ai diavoli che fanno correre i dannati a frustate; "levar le berze" equivale ad ‘alzare i tacchi’, dove berze è variante di verze ‘cavoli’ con un valore metaforico ancora vivo in locuzioni dialettali come il milanese "portà foeura i verz d’on sit" ‘andarsene da un luogo’ e il comasco "toeu su la sverza" ‘darsela a gambe’.

A.No.

(Inferno XXI, 7)

Quale ne l'arzanà de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani [...]

Arzanà è un arabismo (ar. dār aṣ-ṣinā‘a ‘casa di costruzione’, ‘cantiere’ > ‘darsena’, ‘arsenale’). Dante paragona il cupo, terribile ambiente di Malebolge al vivace fervore d’opere dell’arsenale di Venezia che - come pare di capire dalla vivezza dell’immagine evocata - egli davvero ebbe modo di ammirare in occasione di un suo passaggio a Venezia collocabile tra il 1308 e il 1310.

E.B.

(Paradiso XXIII, 6)

[...] che, per veder li aspetti disiati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati [...]

Dante lo usa nel senso di 'gradito', 'leggero'. Al tempo di Dante esisteva il verbo aggratare 'essere gradito', usato da Guittone, e in napoletano antico si trova agrato ("non me èy agrato").

C.M.

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(Paradiso I, 109)

Ne l'ordine ch'io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine [...]

Latinismo, usato da Dante con il valore di 'inclinato', 'disposto', cioè 'tutte le cose create partecipano all'ordine dell'universo, hanno una comune inclinazione al fine ultimo'. Sulla parola si soffermarono gli antichi commentatori del Poema. Acclinare, verbo, fu ancora usato da Giovanni Colombini nello stesso secolo di Dante, poi praticamente accline / acclinare sparirono. Accline ricomparve nel Cinquecento con il significato fisico di 'inclinato', 'in discesa' (nel Varchi): Noi moderni diremmo piuttosto incline.

C.M.

(Inferno XVIII, 103)

Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.

‘Si duole, si lamenta’, riferito agli adulatori immersi nello sterco; nicchiare, che dai commentatori è precisato come il lamentarsi delle donne prossime al parto, deriva da nicchia e descrive la situazione in cui la donna con le doglie si dimena nel proprio letto.

A.No.

(Inferno IV, 96)

Così vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com'aquila vola.

La tradizione per cui l’aquila è capace di volare più in alto degli altri uccelli risale alla Bibbia ed è presente anche nella letteratura classica greco-romana. In questo passo a essere paragonato a un’aquila è il poeta Omero (o, secondo altri, Virgilio) oppure, forse più verosimilmente, lo stile tragico. In ogni caso, l’espressione “com’aquila vola” è così famosa da essere entrata anche nella lingua comune (in cui invece "non è un’aquila" si riferisce a una persona non molto intelligente). In un altro passo (Paradiso VI, 1) con aquila Dante intende l’impero o l’esercito romano (che aveva l’aquila come insegna). Nella Commedia l’uccello è designato anche come aguglia (forma derivata dalla stessa base latina).

P.D'A.

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(Purgatorio IV, 64)

[...] tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

"Il zodiaco rubecchio" ‘il circolo delle costellazioni’, dove zodiaco conserva il suo valore originale di aggettivo dal latino zodiacus ‘zodiacale’ e rubecchio, il cui significato proprio è ‘ruota dentata del mulino’, deriva dal latino volgare *orbiculu(m), diminutivo di orbis ‘cerchio’.

A.No.

(Inferno I, 85)

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

In questo e in molti altri passi (in un caso nella forma ridotta mastro, in rima con "vincastro" e "’mpiastro"), il sostantivo è riferito a Virgilio e lo qualifica come ‘modello, esempio da seguire’ e anche come ‘guida’. In Dante la parola indica anche l’insegnante di scuola, chi insegna una disciplina o un’arte, l’artefice (e con tal senso si riferisce anche a Dio, in quanto creatore dell’universo).

P.D'A.

(Inferno XXIII, 16)

Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa.

Nel significato di 'aggomitolare', 'far matassa' (dunque Dante teme che nei diavoli ira si possa sommare, aggiungere, a mal volere). Aggueffarsi è confermato come neologismo dantesco, in rima 'difficile' con acceffa. Non è una parola rimasta solo sua, perché, dopo secoli di oblio, aggueffare fu recuperato da ben due scrittori, uno il Menzini, l'altro il romanziere ottocentesco Vittorio Imbriani: potere di Dante! Citando le sue parole più rare, gli scrittori mostravano, quasi esibivano, la propria raffinata cultura linguistica.

C.M.

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(Inferno I, 2)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

L’aggettivo oscuro è usato molto spesso da Dante per indicare mancanza di luce o di chiarezza, in senso proprio o figurato. Nel famosissimo incipit del poema compare al femminile e si riferisce alla selva poco illuminata in cui il poeta si è smarrito, ma allude anche alla ragione  ottenebrata dal peccato. La variante popolare scuro si trova, sempre al femminile, in Purgatorio XI, 96, riferita alla fama del pittore Cimabue, ormai messa in ombra dal successo di Giotto. 

P.D'A.

(Paradiso XIX, 137)

E parranno a ciascun l'opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.

È voce di numerosi dialetti italo-romanzi settentrionali per indicare ‘zio’. Dante si riferisce con tale settentrionalismo a Jaume I re di Maiorca (1213-1276); il "fratel" citato nei versi è Jaume II di Maiorca e re d’Aragona (1243-1311). Entrambi con le loro male imprese ("l’opere sozze") hanno disonorato ("han fatto bozze") una già gloriosa ("egregia") stirpe ("nazione") e due regni ("corone"): quello di Maiorca e quello d’Aragona.

E.B.

(Inferno XXV, 2)

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: "Togli, Dio, ch'a te le squadro!".

Dante fa riferimento a un gesto osceno usato ai suoi tempi a scopo di offesa o di scherno, che consisteva nel porre il pollice fra l’indice e il medio serrando la mano a pugno e rivolgendola a qualcuno. Qui il dannato Vanni Fucci osa addirittura rivolgerlo a Dio. Fiche è plurale di fica, a sua volta femminile di fico, che in italiano antico indicava, come il maschile, sia l’albero sia il frutto. Il significato metaforico, tuttora vivo, di ‘organo sessuale femminile’ è documentato solo posteriormente, ma c’è chi ritiene che proprio ad esso si riferisca il gesto di fare le fiche.

P.D'A.

(Paradiso XXXI, 131)

[...] e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.

Gli angeli per Dante sono le intelligenze celesti che sono state separate dalla materia, creature più vicine a Dio e quindi segno di perfezione; così appaiono nella terzina scelta, festanti nell’esaltazione di Maria Vergine. Nella Commedia gli angeli hanno anche specifiche funzioni di ministri di Dio nel Purgatorio (come ad esempio l’angelo nocchiero di Purgatorio II, 29, o gli angeli che sorvegliano i vari passaggi). Vi sono poi gli angeli neri, che con la loro ribellione hanno rinunciato al proprio abito di luce precipitando all’inferno; e quelli neutrali, che non hanno saputo scegliere tra il bene e il male e che quindi subiscono la stessa sorte degl’ignavi.
Nella Commedia due sono i riferimenti all’arcangelo Gabriele per l’annunciazione a Maria (Purgatorio X, 34 e Paradiso XIV, 36); ma non ve ne sono per l’angelo che annuncia la resurrezione di Gesù Cristo, che invece Dante richiama esplicitamente nel Convivio: "…e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine, e non lo truovano; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti, lo quale, secondo la testimonianza di Mateo e anche delli altri [Evangelisti], era angelo di Dio" (4, XXII, 15).

M.B.

(Paradiso VII, 146)

E quinci puoi argomentare ancora
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l'umana carne fessi allora
che li primi parenti intrambo fensi.

La parola resurrezione è strettamente legata alla Pasqua cristiana che festeggia appunto il giorno in cui Gesù Cristo risorge dal sepolcro. Ma fa riferimento anche al ricostituirsi del corpo in veste immortale e al suo ricongiungimento con l’anima nel giorno del giudizio universale. Proprio in questo significato la forma tronca resurrezion compare nell’unica occorrenza all’interno della Commedia, per bocca di Beatrice.
Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1612 alla voce Resurressione, e resurrezione si legge: "Il risuscitare, risurgimento, Lat. resurrectio"; e non manca, al primo posto, l’esempio dantesco della Commedia, seguito da quello dello Specchio di vera penitenza di Iacopo Passavanti (dove invero ci si riferisce specificamente alla resurrezione “pasquale” di Gesù). La voce rimane invariata nella seconda edizione e nella terza si arricchisce unicamente con l’aggiunta di un esempio ripreso dal Trattatello in laude di Dante di Boccaccio. Nella quarta, invece, compare la definizione "Pasqua di Resurrezione, si dice la Solennità celebrata dalla Chiesa della resurrezione di Cristo".

M.B.

(Inferno XXXIII, 73)

[...] vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno [...]

Originariamente ha il significato di ‘toccare, ‘tastare’. Nella Commedia indica l'azione del conte Ugolino che, reso cieco dall'inedia, muove le mani procedendo a tentoni sopra i corpi dei figli ormai morti, nell'angusta cella della torre della Muda: l'accezione dantesca di brancolare è alla base dell’uso del verbo dal Trecento fino a oggi.

C.Mu.

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(Inferno III, 9)

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

Sono gli ultimi tre versi di un’iscrizione, verosimilmente in caratteri cubitali, vergata sulla sommità della porta che immette nell’Inferno. Svincolata dal contesto originario, l’espressione "Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate" (con minime varianti) ricorre largamente nell’italiano contemporaneo per indicare situazioni estreme di difficoltà o di pericolo.

R.C.

(Inferno XXI, 139)

[...] ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta. 

La parola non ha bisogno di spiegazioni, perché è ben viva nell'italiano di oggi, anche se Dante la usa con un troncamento poetico che la fa consuonare con i dialetti settentrionali d'Italia. Lo sconcio segnale del diavolo Barbariccia è una forma di realismo dantesco, ma è anche la prova che Dante non aveva paura di chiamare le cose con il loro nome. Pane al pane e vino al vino, con buona pace di tutti coloro che si fossero eventualmente scandalizzati per l'altra parola realistica e brutale da noi presentata l'8 gennaio, anche questa ben presente nell'italiano del nostro tempo.

C.M.

(Inferno XXXIII, 150)

"Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi". E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

Frate Alberigo, traditore e uccisore dei parenti, rivolge a Dante la preghiera di aprirgli gli occhi velati dalle lacrime congelate. Ma Dante rifiuta commentando: "e cortesia fu lui esser villano" (cioè ‘fu atto di cortesia essere villano’ con tale spregevole essere). Cortesia, parola-chiave della civiltà medievale, ha qui un significato accostabile al nostro: ‘gentilezza di modi’, ‘urbanità’, ‘garbo’. 

R.C.

(Paradiso, XIII, 63)

Quindi discende a l'ultime potenze
giù d'atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze [...]

Latinismo della filosofia. Dante ne fa spiegare il significato a S. Tommaso, indicando come contingenze le cose generabili e corruttibili, non necessarie. In Paradiso XVII, 37 il poeta fa usare il termine contingenza all’avo Cacciaguida per indicare le cose terrene, materiali e accidentali, in rapporto alla conoscenza eterna di Dio [S.M.]
Termine filosofico che indica ciò che è contingente, accidentale, non necessario, come tutto ciò che accade nella vita (“le cose contingenti” di Paradiso XVII, 16). Oggi è parola nota più nella sua valenza economica di parte variabile delle retribuzioni legata al costo della vita. [V.C]

S.M., V.C.

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(Purgatorio X, 128)

Di che l' animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?

Dal greco automata, che (forse) Dante aveva ripreso dalle traduzioni latine dei trattati scientifici di Aristotele per indicare i vermi che si riproducono come da soli, alla cieca, nel terreno. Un ben singolare antenato del moderno automa

V.C.

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(Paradiso XV, 33)

Così quel lume: ond’io m’attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui [...].

I due avverbi compaiono insieme in tre passi del Paradiso, con l’originario valore locativo di “di qua e di là”, “da una parte e dall’altra”. La locuzione viene tuttora usata con tale significato, ma in contesti prevalentemente scherzosi, perché quinci è uscito dall’uso e quindi ha sviluppato altri significati, come avverbio temporale o come congiunzione testuale.

P.D'A.

(Inferno I, 51)

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame [...]

L’aggettivo, che vale ‘infelice, misero’ ("genti grame") è usato da Dante cinque volte nell’Inferno, che è esso stesso definito "mondo gramo" (XXX, 59); e anche nell’unica occorrenza della seconda cantica il vocabolo ("giostre grame", Purgatorio XXII, 42) allude alle giostre dei dannati del quarto cerchio infernale, gli avari e i prodighi.

S.M.

(Inferno XXIII, 94)

E io a loro: "I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto".

Non conosciamo il giorno esatto della nascita di Dante, tra maggio e giugno 1265, ma quello del suo battesimo sì, il 26 marzo 1266, e oggi ne ricorre l'anniversario. In questi versi Dante dichiara con fierezza e passione la sua nascita a Firenze, anche se non nomina la città, ma solo il suo fiume.

C.M.

(Inferno I, 1)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Questo sostantivo, che nel primo verso della Commedia figura apocopato in cammin, è molto frequente nel poema e anche nelle altre opere dantesche. Il suo significato varia a seconda del contesto e può essere, di volta in volta, ‘atto del camminare’, ‘viaggio’, ‘strada’, ‘via’, ‘percorso’, ‘procedimento’, ‘comportamento’. Qui, come in altri passi, equivale a ‘corso (della vita)’, la cui metà corrispondeva a trentacinque anni. Siamo all’inizio del viaggio salvifico di Dante, che, secondo l’ipotesi più accreditata, prende l'avvio il 25 marzo del 1300. 

P.D'A.

(Paradiso XXVII, 77)

Onde la donna, che mi vide assolto
de l'attendere in su, mi disse: "Adima
il viso e guarda come tu se' vòlto".

Neologismo parasintetico dantesco. 'Volgere verso il basso'. Beatrice invita Dante ad abbassare il viso e a guardare quale tratto di cielo ha percorso. Nella forma pronominale (Purgatorio XIX, 100): 'scendere repentinamente verso il basso' ("ad imo", cfr. Paradiso I, 138), 'sfociare (detto di un corso d’acqua)'. 

L.C.

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(Paradiso IX, 100)

[...] né quella Rodopea che delusa
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

La “Rodopea, che delusa / fu da Demofoonte”, significa che la donna nata vicina al monte Rodope fu illusa da Demofoonte, figlio di Teseo. Deludere, dal latino de-ludere, 'prendersi gioco', e delusione valevano ‘illudere, ingannare, illusione’ e hanno conservato questo significato fino all’Ottocento, tanto che non sono ancora registrate nel senso moderno dal dizionario del Tommaseo e le antiche Crusche rinviavano da illudere a deludere.

V.C.

(Paradiso XXX, 66)

Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogne parte si mettien ne' fiori,
quasi rubin che oro circunscrive [...]

Pietra preziosa spesso utilizzata nella poesia del Duecento e del Trecento per riferirsi alle qualità della donna amata, nella Commedia è scelta per la sua calda luminosità per indicare gli angeli, rappresentati nella visione dantesca dell’Empireo come faville luminose e più avanti paragonati a topazi.

C.Mu.

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(Inferno VIII, 79)

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
"Usciteci", gridò: "qui è l'intrata".

Oggi diremmo "giro", come del resto Dante fa molte volte. Aggirata ci ricorda il successo in italiano dei sostantivi da participio passato, maschile o femminile. Ce ne sono molti ancora oggi (entrata, partita, resa, partito, vissuto, reso ecc.), ma Dante ne adopera, come qui, alcuni poi usciti dall’uso (sensato, 'sensi', Paradiso IV, 41, portato, 'figlio', Purgatorio XX, 24), anche se molti più di lui, da lui evitati e oggi perduti, ne avevano usato i poeti che lo precedettero.

V.C.

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(Purgatorio XXII, 62)

Se così è, qual sole o quai candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?

Probabile formazione dantesca da tenebra o da tenebrare, ha il significato di 'liberare dalle tenebre' e dunque 'illuminare'. Nel Purgatorio, è usato in senso figurato per indicare la conversione di Stazio, che ha trovato la via della fede grazie a Virgilio e alla sua opera.

C.Mu.

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(Inferno XXXII, 9)

[...] ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Babbo, insieme a mamma, è per Dante l’appellativo per indicare i genitori nella lingua infantile e familiare. Anche nel De vulgari eloquentia (II, vii, 4) le parole babbo e mamma sono le prime a essere indicate come inadatte al volgare illustre, perché “puerilia propter sui simplicitatem” (puerili per la loro semplicità). Sono quindi particolarmente inadatte per descrivere il punto centrale di tutto il cosmo, come è necessario fare all'inizio del XXXII canto dell'Inferno. Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1612 alla voce babbo si legge “Padre, e dicesi solo da' piccoli fanciulli, e ancora balbuzienti”; e solo nella quinta edizione il significato si allarga allo “stile familiare e giocoso”. Nell'italiano odierno la lotta con la variante papà sembrerebbe perduta; ma – chi scrive è un babbo toscano e quindi lo perdoneranno i papà delle altre regioni italiane – si può certamente sostenere che per ogni bambino toscano che dice papà c’è un babbo che soffre.

M.B.

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(Purgatorio XXIII, 86)

Ond'elli a me: "Sì tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.

L'assenzio è propriamente una pianta erbacea, utilizzata per le sue proprietà terapeutiche e aromatiche, dalla quale si estrae un succo amaro. Nell'espressione ossimorica "lo dolce assenzo", l'assenzio indica la natura delle pene purgatoriali, amare da sopportare ma al contempo dolci in quanto mezzo di salvezza.

C.Mu.

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(Inferno XXXIII, 80)

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti [...]

Bel Paese è un’espressione che spesso usiamo per indicare l’Italia, talvolta anche con ironia, quando la associamo alla notizia di qualcosa di brutto (lo scempio del paesaggio e simili). Ci viene da Dante, che l’ha usata anche lui insieme con parole di sdegno. Nel canto XXXIII dell’Inferno, parlando dei grandi traditori e rievocando la terribile fine che l’arcivescovo di Pisa inflisse al conte Ugolino della Gherardesca – imprigionato in una torre e lasciato morire di fame insieme con un figlio e un nipote – il poeta si scaglia contro la città, che ritiene corresponsabile di questo orrore, e si augura che le isole Capraia e Gorgona, che sono davanti alla foce dell’Arno, si spostino verso lo sbocco del fiume e provochino un’alluvione che uccida tutta la popolazione pisana. E così inveisce contro di essa (vv.79-80): "Ahi Pisa, vituperio delle genti / del bel paese dove ‘l sì sona", cioè dove si usa la particella affermativa , un particolare che Dante aveva già notato nel suo trattato De vulgari eloquentia.
L’espressione dantesca ha avuto, poi, altri rinforzi. È stata ripresa da Petrarca in un sonetto (CXLVI) nel quale l’Italia è descritta come "il bel paese / che Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe" (dove parte vuol dire “divide in due versanti”). Alla fine dell’Ottocento, il naturalista e fervente patriota comasco Antonio Stoppani dette il nome Il Bel Paese a un suo libro (1876), che descriveva l’Italia ed ebbe grandissima fortuna nel clima postrisorgimentale. Sull’onda di questo rilancio, un produttore di formaggi lombardi dette furbamente (nel 1906) lo stesso nome a un tipico formaggio molle, che sull’etichetta delle confezioni recava il profilo geografico d’Italia e il ritratto di Stoppani. Anche il gioco commerciale era fatto! 

F.S.

(Paradiso XI, 99)

[...] di seconda corona redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto archimandrita.

‘Capo (archè) mandria (mandra)’ alla lettera: è il grecismo, dal latino ecclesiastico, che Dante usa per S. Francesco fondatore del nuovo ordine a lui intitolato. Un sinonimo colto e raro del titolo di "pastore" che già Dante usava per indicare vescovi e papi. Oggi è usato per i superiori dei monasteri ortodossi e per i patriarchi cattolici, come quello di Venezia.

V.C.

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(Inferno XXXII, 97)

Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: "El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui su non ti rimagna".

'Collottola'; “prendere per la cuticagna” vale prendere per i capelli, per la collottola. La parola è derivata da cotica, a sua volta dal latino cutem, ‘pelle’ ed è quindi corradicale di cotenna e cotechino

V.C.

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(Inferno XII, 117)

Poco più oltre il centauro s'affisse
sovr'una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Dal verbo bullicare, che significa 'formare bolle', bulicame è attestato per la prima volta nella Commedia, dove indica il Flegetonte, fiume infernale di sangue bollente. Bulicame era chiamata anche la fonte termale esistente presso Viterbo (come toponimo ricorre infatti a Inferno XIV, 79-81: "Quale del Bulicame esce ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello."

C.Mu.

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(Paradiso IV, 118)

"O amanza del primo amante, o diva",
diss'io appresso, "il cui parlar m'inonda
e scalda sì, che più e più m'avviva [...]"

È un provenzalismo che significa ‘amata’ (“dal primo amante”): è uno dei sostantivi in -anza che, pur usato da Dante, non ha poi avuto seguito. Tra questi anche beninanza, dilettanza, disianza, fallanza, fidanza, nominanza (cantato ancora nel Simon Boccanegra di Verdi) e permutanza. Tutti gli altri da lui ammessi sono usati ancora oggi, magari in forma un po’ diversa, come onranza (Inferno IV, 74) o orranza (Inferno XXVI, 6) che sopravvive nelle nostre ‘onoranze (funebri)’. 

V.C.

(Inferno XXXIII, 106)

Ond'elli a me: "Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove".

È un avverbio col significato di ‘presto’, ‘velocemente’, dal latino vivacius, comparativo di vivax- vivacis, ‘più vivo, più rapido’. Di qui anche il verbo avacciare, 'affrettare, accelerare', di "Purgatorio" VI, 27 e IV, 116.

V.C.

(Purgatorio XVIII, 22)

Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l'animo ad essa volger face [...]

È un sostantivo femminile che indica ‘la facoltà conoscitiva’, ‘la capacità di apprendere’ dell’uomo. Erano chiamate (dalle traduzioni latine di Aristotele) con questo tipo di nome in -iva le “virtù” o capacità che aveva la natura, specie quella umana. Nella Commedia si nominano anche la virtù stimativa, che fa riconoscere l’oggetto percepito dai sensi, quella immaginativa, che trattiene le immagini, quella formativa o informativa che dà forma nel processo di generazione.

V.C.

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(Inferno X, 81)

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'arte pesa.

La parola arte ha molti significati in Dante, come capacità di fare, capacità tecnica, potenzialità in atto. Ma anche l'E.D. non ha notato che qui, nella profezia di Farinata, dove si riprende la medesima parola usata poco prima da Dante (v. 51), il termine arte è impiegato in modo sarcastico per indicare l'arrabattarsi penoso di chi è condannato all'esilio e si dà da fare per tornare in patria. Oggi, 10 marzo 2021, ricordiamo che il 10 marzo 1302 il podestà Cante de' Gabrielli da Gubbio aveva stilato la sentenza di morte sul rogo (di fatto arbitraria, come nota A. Barbero, D., p. 157) per i 15 condannati per baratteria nei faziosi processi condotti nei mesi precedenti. Tra essi, Dante Alighieri, undicesimo nella lista. Il suo nome si legge, non senza nostra emozione, nel Libro del Chiodo.

C.M.

(Inferno XXI, 54)

Poi l'addentar con più di cento raffi,
disser: "Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi".

"sì che, se puoi, nascosamente accaffi", cioè ‘in modo che, se ti riesce, tu possa arraffare senza esser visto’, battuta sarcastica dei diavoli a un barattiere; accaffare è voce plebea dal significato certo di ‘arraffare, acciuffare’, ma d’incerta provenienza.

A.No.

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(Paradiso XXXIII, 13)

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz'ali.

Per la Giornata internazionale dei diritti della Donna, rendiamo omaggio a tutte le donne con le parole di Dante. Donna è parola molto usata da Dante, sia col senso antico che aveva nel latino, sia con il senso moderno, in un uso poetico che si svolge dal verso famosissimo Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia fino a Donna, se' tanto grande e tanto vali.

U.V.

(Purgatorio XIX, 101)

Intra Siestri e Chiaveri s'adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima. 

Corso d’acqua torrentizio. La "fiumana bella" si riferisce al fiume Lavagna (in Val Fontanabuona, nel Chiavarese, che dalla località di Siestri - oggi frazione abbandonata del Comune di Neirone - sfocia presso Chiavari prendendo nell’ultimo tratto il nome di Entella). "Conti di Lavagna" è il titolo nobiliare dei Fieschi: chi parla è Ottobono Fieschi. Altra occorrenza in Inferno II, 108 (metaf.) e Paradiso XXX, 64. (fig.) in cui vale 'flusso di luce' in cui è immerso il corteo dei beati e degli angeli nell’Empireo.

L.C.

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(Purgatorio, V, 135)

Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma.

Si tratta di uno dei tanti verbi parasintetici creati da Dante, meno originale di altri perché normalmente formato a partire da un nome, ma caratterizzato (almeno secondo il testo vulgato) dal raddoppiamento della n del prefisso. Il significato non è uno di quelli che ha oggi il verbo inanellare (‘foggiare ad anello’ o figuratamente, ‘dire o collezionare più cose, una dopo l’altra, come gli anelli di una catena’), ma quello di ‘mettere l’anello, cioè la fede nuziale, a una donna sposandola’. È attestato solo in questo verso (messo in bocca a Pia de' Tolomei, fatta uccidere dal marito), al participio passato femminile (dipendente dal successivo ausiliare avea), nella forma aferetica, accanto al verbo disposare e al nome gemma ‘pietra preziosa’ e quindi, per metonima, ‘anello’.

P.D'A.

(Paradiso XXV, 73)

"Sperino in te", ne la sua teodia
dice, "color che sanno il nome tuo":
e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?

Nell’Ottavo Cielo (Stelle Fisse), S. Giacomo interroga Dante su cosa sia, da dove abbia origine e quale sia l’oggetto della Speranza, la prima delle tre virtù teologali. Dante, evocando il verso 11 del salmo IX intonato da David ("Sperent in te qui noverunt nomen tuum"), introduce la parola teodìa ‘canto di Dio’: si tratta di uno pseudogrecismo creato da Dante (Θεός ‘Dio’+ ᾠδή ‘canto’) sulla base e per assonanza di forme quali comedìa, melodìa, tragedìa; grecismi, questi, di tradizione colta e rispettanti appunto l’accentazione delle rispettive parole greche (κωμῳδία, μελῳδία, τραγῳδία) e ben noti a Dante per il tramite del latino (ove avevano però accentazione diversa: ‘alla latina’, appunto). 

E.B.

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(Paradiso X, 138)

[...] essa è la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidiosi veri.

Sigieri di Brabante (1240 c.-1282), filosofo fiammingo, a Parigi "nel vico de li strami" (cioè nella rue du Fouarre, sede della antica Sorbona), leggendo Aristotele (cioè ‘insegnando’: leggere nel significato medievale di ‘insegnare’: cfr. lezione ‘insegnamento’) secondo l’interpretazione eterodossa che di Aristotele aveva dato Averroè, giunse ragionando ("sillogizzò") a verità ("veri") che gli procurarono profondi odii ("invidiosi"). Sigieri fu accusato di eresia dall’arcivescovo di Parigi e, sottoposto al giudizio di Simon du Val, inquisitore di Francia, fu costretto a lasciare Parigi. Il tormentato filosofo giunse infine a Orvieto, ove intendeva scagiornarsi davanti al papa Martino IV che là risiedeva ma, proprio a Orvieto, morì pugnalato dal suo segretario improvvisamente impazzito. L’aggettivo invidioso ha in Dante significato diverso rispetto al valore attuale.

E.B.

(Inferno V, 63)

L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Mentre il sostantivo lussuria, che indica il desiderio smodato di soddisfare i piaceri sessuali (vizio capitale opposto alla virtù cardinale della temperanza), ricorre varie volte in Dante, l’aggettivo corrispondente è attestato solo in questo passo, al femminile, riferito a Cleopatra. Poiché siamo già nel girone dei lussuriosi, alcuni commentatori ritengono che qui significhi “amante del lusso”.

P.D'A.

(Paradiso XV, 92)

Poscia mi disse: "Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent'anni e piùe
girato ha 'l monte in la prima cornice [...]

‘Parentela’, una parola dalla feconda radice di nascinascere, come l’usuale cognato (co+natus). In latino però indicava i consanguinei. Ma già nel Poema i cognati (i due famosi di Inferno V, ricordati a VI, 2) sono, come per noi oggi, gli affini in via collaterale.

V.C.

(Purgatorio VII, 121)

Rade volte risurge per li rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.

Il sintagma in Dante significa 'attraverso i figli' (con ramo usato al plurale in senso figurato) in un contesto in cui si sostiene che non sempre questi ereditano le virtù paterne. Oggi l’espressione (che mantiene l’articolo dell’italiano antico li, normale dopo per) si usa soprattutto con il verbo discendere per indicare rapporti di filiazione o di derivazione indubbi, anche se non evidenti.

P.D'A.

(Inferno I, 87)

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m' ha fatto onore.

Questo è lo stile poetico di cui Dante è fiero, lo stile che ha imparato leggendo i grandi modelli classici, Virgilio per primo: perché la poesia è prima di tutto arte di lingua, cioè stile. 

C.M.

(Inferno I, 21)

Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m' era durata
la notte ch' i' passai con tanta pieta.

La forma, modellata sul nominativo latino pietas, tende a distinguersi da pietà, pietate, pietade (tratte dall’accusativo pietatem e usate anch’esse da Dante) per significare specificamente 'tormento', 'angoscia', come nel passo citato, oppure 'affetto', 'devozione' che i figli provano per i genitori, come nel passo: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre” (Inferno XXVI, 94-95; parla Ulisse, che poco prima ha menzionato il pius Enea).

P.D'A.

(Paradiso XVII, 24)

[...] dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura [...]

Capace di resistere agli urti della sfortuna. Una parola della geometria mirabilmente promossa alla morale.

C.M.

(Inferno XXVI, 119)

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Non uomini, ma quasi animali, o animali a tutti gli effetti, incapaci di desiderio di conoscenza, privi della nobile spinta che agisce nell’uomo, anche se non è priva di rischio, come insegna appunto il canto di Ulisse.

C.M.

(Paradiso IX, 81)

[...] perché non satisface a' miei disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii".

Neologismo di Dante per indicare la penetrazione della conoscenza di altri in me stesso, fino all’identificazione e alla comprensione totale.

C.M.

(Paradiso XXVIII, 3)

Poscia che 'ncontro a la vita presente
d'i miseri mortali aperse 'l vero
quella che 'mparadisa la mia mente [...]

Beatrice “imparadisa” la mente di Dante, cioè colloca la sua mente nel cielo, rendendolo atto a contemplare le cose celesti. 

C.M.

(Paradiso VI, 79)

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.

Latinismo per 'rosso', che Dante usa soltanto nell’espressione "lito rubro" (evidentemente calcata sul litore rubro di Virgilio) per indicare 'le coste del mar Rosso', e quindi come toponimo.

P.D'A.

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(Paradiso III, 97)

"Perfetta vita e alto merto inciela
donna più su", mi disse, "a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela [...]

La vita perfetta di santa Chiara di Assisi la “inciela”, cioè la mette nel cielo. Dante non aveva paura di usare parole nuove per descrivere l’esperienza paradisiaca e la dimensione sovra-umana.

C.M.

(Inferno XX, 130)

"[...] ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda".
Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Avverbio, col significato di “intanto”, “frattanto”, che compare solo in questo passo (in rima con nocque) e che Dante nel De vulgari eloquentia aveva indicato come proprio della parlata fiorentina e troppo municipale per entrare nello stile curiale.

P.D'A.

(Inferno V, 89)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno [...]

‘Di colore scuro’. Si tratta di un termine indicante una tonalità che dal rosso o dall’azzurro scuro tende al nero, usato come aggettivo anche nel senso generico di ‘cupo’.

P.D'A.

(Inferno III, 18)

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto.

Lo usa Virgilio di fronte alla porta dell’inferno, per indicare le genti infelici, i dannati che hanno perso la possibilità di incontrare Dio. Ma nell’italiano di oggi l’espressione è usata laicamente per indicare la pienezza della razionalità umana nella sua completezza appagante.

C.M.

(Inferno XXXIII, 60)

[...] ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia [...]"

Dante usa solo in questo passo della Commedia la forma popolare derivata dal lat. manducare (a sua volta da mandere “masticare”), presto sostituita, già nell’italiano antico, dal francesismo mangiare. Va segnalato che nel De vulgari eloquentia il poeta aveva citato una forma dello stesso verbo (manichiamo) come particolarità municipale fiorentina che il volgare illustre non avrebbe dovuto accogliere.

P.D'A.

(Paradiso II, 77)

[...] esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e 'l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.

La parola ricorre nella Commedia tre volte, due in senso metaforico (aere grasso = denso; fanno grassi = si arricchiscono), una sola in senso proprio, in riferimento agli strati di grasso e magro presenti in un corpo fisico: il paragone è utilizzato, sorprendentemente, per discutere, niente meno, di una dibattuta questione astronomica, un problema che sarà ancora al centro dell'attenzione di Galileo, cioè la causa delle macchie lunari. 

C.M.

(Paradiso XVI, 114)

Così facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.

Nella condanna di Cacciaguida per la Firenze moderna, ben diversa da quella dei tempi passati, l'espressione "farsi grassi" viene usata in senso metaforico, in un modo che è ben familiare anche all'italiano di oggi: non in senso fisico, come aumento di peso corporeo, ma come incremento di ricchezza venale acquisita in modo non del tutto limpido, a cui facciamo riferimento con un certo spregio.

C.M.

(Inferno V, 103)

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona. 

Oggi, nella giornata di San Valentino, vogliamo rendere omaggio a tutti gli innamorati, tornando per un momento all'interpretazione romantica del passo di Francesca, rileggendolo alla maniera di un grande poeta, Ugo Foscolo. Ecco una sublime storia d'amore di fronte alla quale l'Inferno stesso sembra sparire. Restano solo Paolo e Francesca, con il loro grande amore: la parola-chiave "amor" viene scandita impressivamente per tre volte, con forte anafora, all'inizio di tre terzine (vv. 100-106).

C.M.

(Purgatorio XIV, 46)

Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso. 

Sono cani piccoli e di poca forza, ma che si sfogano nel latrare e abbaiare. Dante lo usa come spregiativo.

C.M.

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(Paradiso VI, 46-47)

[...] onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
ebber la fama che volontier mirro.

Dante allude a Cincinnato che prese il nome dalla capigliatura scomposta, arruffata: due i latinismi accostati cirro ‘ricciolo’ e negletto ‘trascurato’.

A.N.

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(Purgatorio I, 117)

L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina [...]

Dante adopera il verbo tremolare, che significa ‘tremare, oscillare leggermente’, soprattutto con riferimento ai bagliori intermittenti della luce.

P.D'A.

(Inferno XVII, 19)

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi [...]

Imbarcazione da trasporto a fondo piatto, a vela o a remi, usata in acque fluviali o lacustri, ma in generale barca a remi. Per similitudine, la posizione del burchio con la prua tirata in secco sulla spiaggia e la poppa nell'acqua descrive quella della fiera Gerione con il busto e la testa sulla riva e la coda nell'acqua.

A.N.

(Paradiso XIII, 57)

[...] ché quella viva luce che sì mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea [...]

Neologismo e hapax dantesco formato sul numerale tre, con cui Dante indica lo Spirito Santo che si inserisce tra il Padre e il Figlio come terzo nell'unità trinitaria.

C.G.

(Inferno XVII, 22)

[...] che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s'assetta a far sua guerra [...]

‘Castoro’, parola attestata per la prima volta in Dante, è il latino biber/beber di provenienza gallica o germanica (inglese beaver, tedesco biber). Il castoro è un erbivoro, ma si credeva che si nutrisse di pesce pescato con la coda; nel verso lo bivero s’assetta a far sua guerra Dante allude alla guerra ai pesci.

A.N.

(Inferno XXV, 31)

[...] onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece.

Detto dello sguardo vale “minaccioso, malevolo”, ma Dante usa l’aggettivo in senso morale per definire le azioni “scellerate” di Caco, represse da Ercole con violenza. Nel verso "opere biece" il plurale dell’aggettivo si presenta come in altri casi danteschi o di autori antichi, con la palatalizzazione del tema; la forma può alternare con quella di uso odierno ("biechi", "bieche").

A.N.

(Inferno, VI, 34)

Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Con valore causativo: ‘piega, obbliga le anime a star chine’; altra occorrenza in Purgatorio, XI, 19: "Nostra virtù che di legger s’adona/ non spermentar", qui con valore riflessivo ‘si piega, cede’ e quindi ‘non mettere alla prova la nostra virtù che facilmente cede alla tentazione’, corrispondente a ne nos inducas in tempationem; dal latino volgare *se addonare ‘darsi, dedicarsi, far dono di sé’, derivato di donare col prefisso ad-.

A.No.

(Purgatorio XIX, 2)

Ne l'ora che non può 'l calor dïurno
intepidar più 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno [...]

Il verbo, hapax dantesco, significa ‘far diventare tiepido’ e si riferisce alle prime ore dell’alba quando il sole ha ormai disperso il proprio calore nella notte.

C.G.

(Paradiso XVII, 98)

Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie,
poscia che s'infutura la tua vita
vie più là che 'l punir di lor perfidie.

Neologismo dantesco formato sull’aggettivo futuro, vale ‘prolungarsi nel futuro’ e ricorre nella profezia di Cacciaguida. L’allusione può essere alla vita terrena di Dante, oppure alla sua fama. Il verbo avrà delle riprese moderne in D’Annunzio, Montale e Pasolini.

C.G.

(Paradiso VIII, 61)

[...] e quel corno d'Ausonia che s'imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga. 

Neologismo dantesco formato su borgo ‘fortezza’, usato da Dante per alludere al Regno di Napoli, delimitato dalle fortezze di Bari, Gaeta e Catona (Reggio Calabria).

C.G.

(Inferno X, 36)

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com'avesse l'inferno a gran dispitto.

Si tratta di una variante di dispetto ‘disprezzo’, che compare nel canto di Farinata e che è rimasta in italiano nell’espressione usata da Dante appunto in quel passo: avere in gran dispitto (qualcuno o qualcosa).

P.D'A.

(Inferno I, 32)

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta [...]

Dante nella Commedia indica con questo termine la prima fiera che gli va incontro nella selva oscura, considerata simbolo del vizio della lussuria e identificata dai commentatori di volta in volta con la lince, il ghepardo o il leopardo, come pare più probabile data la pelle coperta di macchie. Anche la lonza che indica il taglio di carne che compriamo oggi dal macellaio o dal salumiere è parola usata da Dante, non nella Commedia, ma in una delle Rime ("ma peggio fia la lonza del castrone").

P.D'A.

(Inferno XXVI, 114)

[...] a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza [...]

Dante non usa mai “veglia”. Nel canto di Ulisse, la veglia dei sensi è quella breve vita terrena che precede il lungo sonno della morte.

C.M.

(Inferno XV, 96)

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.

Attrezzo da muratore, o anche (come lo nomina Dante) da contadino, la zappa, aggeggio necessario nel ciclo agricolo dell’anno; ma il Poeta lo nomina con un certo disprezzo, come cosa rozza e manuale di cui non intende curarsi, affaccendato in più alti disegni, pur nell’avversa fortuna.

C.M.

(Inferno III, 109)

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.

“Occhi che sembrano carboni ardenti”, con riferimento a quelli di Caronte, il primo demonio che Dante incontra nell’Inferno. L’espressione è poi entrata nell’uso e ha tenuto così in vita la forma bragia, variante del più diffuso brace.

P.D'A.

(Inferno XIV, 108)

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a la forcata [...]

Usata solo da Dante col valore di ‘biforcazione, parte del busto da cui partono gli arti inferiori, inguine’, è spiegata da Boccaccio con inforcatura, ancora oggi in uso.

A.N.

(Inferno XVII, 21)

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi [...]

'Mangione, ingordo, beone', latinismo derivato da lurcare ‘mangiare avidamente’. Nel verso Dante attribuisce “lurchi” a “li tedeschi”. Nel periodo risorgimentale e post-risorgimentale l’aggettivo dantesco si carica di una forte connotazione politica e diviene epiteto ingiurioso rivolto a tedeschi e austriaci.

A.N.

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(Inferno XXII, 139)

Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Termine di origine provenzale, usato da Dante come aggettivo, nel significato di “rapace”, riferito allo sparviero selvatico a cui è paragonato il diavolo Alichino che, attaccato da un altro diavolo, Calcabrina, lo artiglia a sua volta. Nell’uso letterario posteriore ha assunto spesso il significato di “minaccioso”, “fiero”, detto di occhio, sguardo, ecc.

P.D'A.

(Purgatorio XI, 105)

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il "pappo" e 'l "dindi" [...]

Dante esemplifica così il linguaggio bambinesco (usato, più ancora che dai bambini, dagli adulti che parlano ai bambini), fatto di strutture fonologiche semplici e ripetitive e di onomatopee. Il significato delle due voci è, rispettivamente, “pane” o “cibo” (normalmente si trova come pappa, femminile) e “denari, monete” (come plurale o con valore collettivo).

P.D'A.

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(Purgatorio XXXII, 117)

[...] e ferì 'l carro di tutta sua forza;
ond'el piegò come nave in fortuna,
vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.

Rispettivamente il lato sopravvento di un’imbarcazione e quello sottovento. Nel verso le locuzioni da poggia e da orza si riferiscono ai due lati della barca colpiti dal vento durante un fortunale. 

A.N.

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(Inferno XXVIII, 25)

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia. 

‘Budella, intestini’ di uomini e di animali.

A.N.

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(Purgatorio XIV, 56)

Né lascerò di dir perch'altri m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.

Si tratta di un verbo formato sul sostantivo mente “tenere a mente, ricordarsi”; la stessa base è in rammentare/si “richiamare alle mente, ricordare” che Dante usa soltanto in rima e con diverse sfumature di significato sia nel Purgatorio sia nel Paradiso. I due verbi, attestati a partire dal XIII secolo, hanno sorte diversa: ammentare/si ha una vita breve e da tempo è parola obsoleta, rammentare/si è ancora oggi comune soprattutto nell’italiano di Toscana.

A.N.

(Paradiso VI, 73)

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Latinismo usato da Dante per indicare il “portatore” del segno dell’Impero, cioè l’imperatore: Dante era convinto che l’istituzione universale dell’antico impero di Roma continuasse anche ai suoi tempi, con Arrigo VII.

C.M.

(Paradiso XXVIII, 39 )

[...] e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s'invera.

Neologismo dantesco per indicare l’immedesimarsi con il Sommo Vero, il divenire partecipi della verità. È uno dei neologismi della Commedia che ha avuto continuità: è stato, infatti, adoperato nel linguaggio filosofico con il significato di ‘rendere vero’. 

R.L.

(Paradiso XXVIII, 93 )

L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che 'l numero loro
più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

Neologismo dantesco formato sul numerale mille, riferito alla moltiplicazione vertiginosa del numero degli angeli, che la mente umana non è in grado di contenere. Il verbo fu ripreso da Boccaccio e, in epoca moderna, da Pascoli, D’Annunzio, Gozzano, Saba e Montale.

C.G.

(Paradiso XXIV, 87 )

[...] ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa".
Ond'io: "Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s'inforsa"

Neologismo dantesco formato sull’avverbio forse, significa ‘essere in dubbio’. Il verbo, usato anche come intransitivo non pronominale, ebbe un certo successo e fu ripreso, tra gli altri, da Petrarca, Boccaccio, Tasso, Alfieri.

C.G.

(Paradiso IX, 40 )

[...] del nostro cielo che più m'è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s'incinqua [...]

“Questo centesimo anno ancor s’incinqua”. Neologismo e hapax dantesco formato sul numerale cinque, che significa ‘si ripeterà cinque volte’ e si riferisce alla fama del trovatore Folchetto di Marsiglia, destinata, secondo Dante, a durare molto a lungo.

C.G.

(Paradiso XXX, 87 )

[...] come fec'io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perché vi s'immegli [...]

Neologismo dantesco formato sull’avverbio meglio, significa ‘diventare migliore’ e si riferisce alla facoltà visiva del poeta. Rare le riprese successive di tale verbo, la più significativa delle quali è forse quella di Vincenzo Gioberti nell’opera Del rinnovamento civile dell’Italia (1851).

C.G.

(Paradiso XII, 11 )

Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube [...]

L’aggettivo, che ha il significato di ‘dello stesso colore’ (dal lat. concolorem), è usato una sola volta, al plurale, riferito al fenomeno atmosferico dell’arcobaleno doppio, a cui vengono paragonate le due corone di beati nel cielo del Sole.

P.D'A.

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(Paradiso VI, 77 )

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Latinismo per “serpente velenoso”, che indica specificamente l’aspide con cui Cleopatra si diede la morte.

P.D'A.

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(Paradiso IX, 81 )

[...] perché non satisface a' miei disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii"

Neologismo dantesco formato sul pronome personale tu e usato, insieme a inmiarsi, per esprimere la compenetrazione degli spiriti beati. Il verbo è stato ripreso successivamente da Alfieri e, in tempi a noi vicini, dai poeti Cesare Ruffato e Davide Rondoni. 

C.G.

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(Purgatorio, XII, 89 )

A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.

“Vestito di bianco”, aggettivo usato in funzione attributiva, riferito a un angelo. È un composto in cui, come nelle lingue classiche, la testa (propriamente un participio passato) occupa la seconda posizione, modello per altri analoghi aggettivi usati nella lingua letteraria posteriore.

P.D'A.

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(Purgatorio XI, 81 )

"Oh!", diss'io lui, "non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata è in Parisi?"

Una sola attestazione in Dante di questo termine tecnico dell’arte dei miniatori, richiamato espressamente come un francesismo (Dante ci avvisa che quest’arte è così chiamata a Parigi: c’era mai stato? Anche questo è un mistero).

C.M.

(Paradiso, XXVIII, 23 )

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta più è spesso [...]

È un latinismo molto raro, coniato direttamente su halos. Dante se ne serve per indicare l’alone degli astri. Il termine non avrà seguito e solo nel XVI sec. entrerà in italiano alone.

R.L.

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(Purgatorio XXVI, 87 )

[...] in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge. 

Il verbo, formato su bestia, è usato in riferimento a Pasifae, la quale si rinchiuse in una vacca di legno per farsi possedere da un toro. Non sfugga la ripetizione del verbo nello stesso verso, prima come ‘entrare dentro una bestia’ (s’imbestiò), poi, nella forma participiale, come ‘in una sagoma di legno a forma di bestia’ (imbestiate schegge).

C.G.

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(Inferno, XVIII, 116 )

E mentre ch' io là giù con l'occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parea s' era laico o cherco.

Questa parola (che ricorre due volte nella Commedia) non è certo sconosciuta agli italiani del nuovo millennio. Realismo dantesco, che si esplicita bene nei canti di Malebolge. Plurilinguismo dantesco, che gli permette di dire tutto e parlare di tutto. Dante, poeta che sa essere molto concreto, e anche brutale. 

C.M.

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(Inferno, XXXII, 30)

[...] com' era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l' orlo fatto cricchi.

Voce onomatopeica (forse la più antica attestata nell’italiano scritto), con cui Dante rende il rumore dello scricchiolio del ghiaccio che sta per rompersi, riferendosi al Cocito, il fiume ghiacciato infernale, che neppure i monti Tambernicchi e Pietrapana, cadendovi sopra, sarebbero riusciti a scalfire.

P.D'A.

(Inferno, XXIV, 111)

[...] erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.

La misteriosa mirra, una resina, era reputata sostanza medicinale e veniva usata anticamente anche nell’imbalsamazione. La portarono in dono i Magi a Gesù, assieme all’incenso. Dante la nomina una sola volta. La pone tra le sostanze connesse alla mitica Fenice: incenso, amomo, nardo e, appunto, mirra.

C.M.

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(Paradiso, X, 143)

[...] che l'una parte e l'altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che 'l ben disposto spirto d'amor turge [...]

Voce onomatopeica, usata da Dante per indicare il gradevole suono prodotto dalle ruote del congegno di un orologio a sveglia, a cui viene paragonata la corona delle anime beate che appaiono a Dante, muovendosi in giro e cantando.

P.D'A.

(Inferno, V, 25)

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote

Dante comincia a sentire le grida di dolore dei condannati per aver peccato di lussuria. La diffusione della Commedia a livello popolare ha portato all’uso comune dell’espressione dolenti note per intendere ‘fatti, circostanze, argomenti spiacevoli’.

A.N.

(Inferno, V, 101)

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende

Espressione con cui Francesca da Rimini si riferisce al proprio corpo, di cui Paolo si innamorò e da cui l’anima è stata violentemente separata. Dante la usa in senso fisico; oggi l’espressione si riferisce invece a chi ha doti morali (generosità, lealtà, ecc.).

P.D'A.

(Inferno, II, 52)

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

È detto da Virgilio parlando di sé, perché sta nel Limbo, ma è passato nell’italiano come forma proverbiale per indicare uno stato di incertezza e di attesa.

C.M.

(Paradiso, I, 70)

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l' essemplo basti
a cui esperienza grazia serba

Neologismo dantesco per indicare un’esperienza che va oltre l’umano. Dante lo usa per indicare l’avvicinamento a Dio, ma il termine può essere esteso ad ogni condizione che vada al di là dell’esprimibile, dove le parole non bastano più.

C.M.

GLI AUTORI

Per le citazioni del poema si fa riferimento all'edizione allestita da Giorgio Petrocchi (Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di Id., Firenze, Le Lettere, 1994; 1a ed.: Milano, Mondadori, 1966-1967), con alcune normalizzazioni grafiche ormai condivise dalle edizioni moderne e accolte dal Vocabolario Dantesco.


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Avvisi

Visite in presenza alla mostra “Della nostra favella questo divin poema è la miglior parte”. Dante e la Crusca

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Mercoledì 7 luglio 2021 sarà possibile visitare in presenza la mostra dantesca allestita nella Sala delle Pale insieme al curatore Domenico De Martino. Sono previsti 2 incontri da massimo 15 partecipanti, uno alle 21 e l'altro alle 22, con prenotazione obbligatoria. Le informazioni sull'allestimento e sulle modalità di prenotazione sono disponibili qui.

Premio Giovanni Nencioni per una tesi di dottorato in linguistica italiana discussa all’estero

Avviso da Crusca

La domanda di partecipazione alla X edizione del Premio Nencioni è disponibile nella sezione "Bandi".

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Notizie dall'Accademia

Una mostra virtuale su Dante e la Crusca alla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana

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Mostra “Della nostra favella questo divin poema è la miglior parte”. Dante e la Crusca

23 mar 2021

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