La parola di Dante fresca di giornata

Una parola di Dante al giorno, per tutto il 2021. In occasione della ricorrenza dei settecento anni dalla morte del poeta, l'Accademia pubblicherà 365 schede dedicate alla sua opera: affacci essenziali sul lessico e sullo stile del poeta, con brevi note di accompagnamento. La parola di Dante fresca di giornata è un'occasione per ricordare, rileggere, ma anche scoprire e approfondire la grande eredità linguistica lasciata da Dante.

La parola di oggi

letargo

(Paradiso XXXIII, 94)

Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa,
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

Grecismo (λήθαργος), giunto a Dante per via dotta attraverso il latino. Il termine qui vale ‘oblio’. Dante ha appena contemplato la visione di "ciò che per l’universo si squaderna" (Paradiso XXXIII, 87) e, vinto dall’emozione, ha difficoltà a ricordare: un istante solo ("un punto") del tempo trascorso dopo quella visione ha prodotto in lui maggior oblio di quello prodotto dall’impresa degli Argonauti quando Nettuno, stupefatto e per la prima volta, vide proiettarsi sul mare l’ombra di una nave ("l’ombra d’Argo"). Prima di quel momento il mare, mai solcato da alcun naviglio, non aveva conosciuto ombre.

E.B.

(Inferno XVIII, 37)

Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.

Riferito ai diavoli che fanno correre i dannati a frustate; "levar le berze" equivale ad ‘alzare i tacchi’, dove berze è variante di verze ‘cavoli’ con un valore metaforico ancora vivo in locuzioni dialettali come il milanese "portà foeura i verz d’on sit" ‘andarsene da un luogo’ e il comasco "toeu su la sverza" ‘darsela a gambe’.

A.No.

(Inferno XXI, 7)

Quale ne l'arzanà de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani [...]

Arzanà è un arabismo (ar. dār aṣ-ṣinā‘a ‘casa di costruzione’, ‘cantiere’ > ‘darsena’, ‘arsenale’). Dante paragona il cupo, terribile ambiente di Malebolge al vivace fervore d’opere dell’arsenale di Venezia che - come pare di capire dalla vivezza dell’immagine evocata - egli davvero ebbe modo di ammirare in occasione di un suo passaggio a Venezia collocabile tra il 1308 e il 1310.

E.B.

(Paradiso XXIII, 6)

[...] che, per veder li aspetti disiati
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati [...]

Dante lo usa nel senso di 'gradito', 'leggero'. Al tempo di Dante esisteva il verbo aggratare 'essere gradito', usato da Guittone, e in napoletano antico si trova agrato ("non me èy agrato").

C.M.

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(Paradiso I, 109)

Ne l'ordine ch'io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine [...]

Latinismo, usato da Dante con il valore di 'inclinato', 'disposto', cioè 'tutte le cose create partecipano all'ordine dell'universo, hanno una comune inclinazione al fine ultimo'. Sulla parola si soffermarono gli antichi commentatori del Poema. Acclinare, verbo, fu ancora usato da Giovanni Colombini nello stesso secolo di Dante, poi praticamente accline / acclinare sparirono. Accline ricomparve nel Cinquecento con il significato fisico di 'inclinato', 'in discesa' (nel Varchi): Noi moderni diremmo piuttosto incline.

C.M.

(Inferno XVIII, 103)

Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.

‘Si duole, si lamenta’, riferito agli adulatori immersi nello sterco; nicchiare, che dai commentatori è precisato come il lamentarsi delle donne prossime al parto, deriva da nicchia e descrive la situazione in cui la donna con le doglie si dimena nel proprio letto.

A.No.

(Inferno IV, 96)

Così vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com'aquila vola.

La tradizione per cui l’aquila è capace di volare più in alto degli altri uccelli risale alla Bibbia ed è presente anche nella letteratura classica greco-romana. In questo passo a essere paragonato a un’aquila è il poeta Omero (o, secondo altri, Virgilio) oppure, forse più verosimilmente, lo stile tragico. In ogni caso, l’espressione “com’aquila vola” è così famosa da essere entrata anche nella lingua comune (in cui invece "non è un’aquila" si riferisce a una persona non molto intelligente). In un altro passo (Paradiso VI, 1) con aquila Dante intende l’impero o l’esercito romano (che aveva l’aquila come insegna). Nella Commedia l’uccello è designato anche come aguglia (forma derivata dalla stessa base latina).

P.D'A.

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(Purgatorio IV, 64)

[...] tu vedresti il Zodiaco rubecchio
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

"Il zodiaco rubecchio" ‘il circolo delle costellazioni’, dove zodiaco conserva il suo valore originale di aggettivo dal latino zodiacus ‘zodiacale’ e rubecchio, il cui significato proprio è ‘ruota dentata del mulino’, deriva dal latino volgare *orbiculu(m), diminutivo di orbis ‘cerchio’.

A.No.

(Inferno I, 85)

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

In questo e in molti altri passi (in un caso nella forma ridotta mastro, in rima con "vincastro" e "’mpiastro"), il sostantivo è riferito a Virgilio e lo qualifica come ‘modello, esempio da seguire’ e anche come ‘guida’. In Dante la parola indica anche l’insegnante di scuola, chi insegna una disciplina o un’arte, l’artefice (e con tal senso si riferisce anche a Dio, in quanto creatore dell’universo).

P.D'A.

(Inferno XXIII, 16)

Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa.

Nel significato di 'aggomitolare', 'far matassa' (dunque Dante teme che nei diavoli ira si possa sommare, aggiungere, a mal volere). Aggueffarsi è confermato come neologismo dantesco, in rima 'difficile' con acceffa. Non è una parola rimasta solo sua, perché, dopo secoli di oblio, aggueffare fu recuperato da ben due scrittori, uno il Menzini, l'altro il romanziere ottocentesco Vittorio Imbriani: potere di Dante! Citando le sue parole più rare, gli scrittori mostravano, quasi esibivano, la propria raffinata cultura linguistica.

C.M.

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(Inferno I, 2)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

L’aggettivo oscuro è usato molto spesso da Dante per indicare mancanza di luce o di chiarezza, in senso proprio o figurato. Nel famosissimo incipit del poema compare al femminile e si riferisce alla selva poco illuminata in cui il poeta si è smarrito, ma allude anche alla ragione  ottenebrata dal peccato. La variante popolare scuro si trova, sempre al femminile, in Purgatorio XI, 96, riferita alla fama del pittore Cimabue, ormai messa in ombra dal successo di Giotto. 

P.D'A.

(Paradiso XIX, 137)

E parranno a ciascun l'opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.

È voce di numerosi dialetti italo-romanzi settentrionali per indicare ‘zio’. Dante si riferisce con tale settentrionalismo a Jaume I re di Maiorca (1213-1276); il "fratel" citato nei versi è Jaume II di Maiorca e re d’Aragona (1243-1311). Entrambi con le loro male imprese ("l’opere sozze") hanno disonorato ("han fatto bozze") una già gloriosa ("egregia") stirpe ("nazione") e due regni ("corone"): quello di Maiorca e quello d’Aragona.

E.B.

(Inferno XXV, 2)

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: "Togli, Dio, ch'a te le squadro!".

Dante fa riferimento a un gesto osceno usato ai suoi tempi a scopo di offesa o di scherno, che consisteva nel porre il pollice fra l’indice e il medio serrando la mano a pugno e rivolgendola a qualcuno. Qui il dannato Vanni Fucci osa addirittura rivolgerlo a Dio. Fiche è plurale di fica, a sua volta femminile di fico, che in italiano antico indicava, come il maschile, sia l’albero sia il frutto. Il significato metaforico, tuttora vivo, di ‘organo sessuale femminile’ è documentato solo posteriormente, ma c’è chi ritiene che proprio ad esso si riferisca il gesto di fare le fiche.

P.D'A.

(Paradiso XXXI, 131)

[...] e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.

Gli angeli per Dante sono le intelligenze celesti che sono state separate dalla materia, creature più vicine a Dio e quindi segno di perfezione; così appaiono nella terzina scelta, festanti nell’esaltazione di Maria Vergine. Nella Commedia gli angeli hanno anche specifiche funzioni di ministri di Dio nel Purgatorio (come ad esempio l’angelo nocchiero di Purgatorio II, 29, o gli angeli che sorvegliano i vari passaggi). Vi sono poi gli angeli neri, che con la loro ribellione hanno rinunciato al proprio abito di luce precipitando all’inferno; e quelli neutrali, che non hanno saputo scegliere tra il bene e il male e che quindi subiscono la stessa sorte degl’ignavi.
Nella Commedia due sono i riferimenti all’arcangelo Gabriele per l’annunciazione a Maria (Purgatorio X, 34 e Paradiso XIV, 36); ma non ve ne sono per l’angelo che annuncia la resurrezione di Gesù Cristo, che invece Dante richiama esplicitamente nel Convivio: "…e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine, e non lo truovano; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti, lo quale, secondo la testimonianza di Mateo e anche delli altri [Evangelisti], era angelo di Dio" (4, XXII, 15).

M.B.

(Paradiso VII, 146)

E quinci puoi argomentare ancora
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l'umana carne fessi allora
che li primi parenti intrambo fensi.

La parola resurrezione è strettamente legata alla Pasqua cristiana che festeggia appunto il giorno in cui Gesù Cristo risorge dal sepolcro. Ma fa riferimento anche al ricostituirsi del corpo in veste immortale e al suo ricongiungimento con l’anima nel giorno del giudizio universale. Proprio in questo significato la forma tronca resurrezion compare nell’unica occorrenza all’interno della Commedia, per bocca di Beatrice.
Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1612 alla voce Resurressione, e resurrezione si legge: "Il risuscitare, risurgimento, Lat. resurrectio"; e non manca, al primo posto, l’esempio dantesco della Commedia, seguito da quello dello Specchio di vera penitenza di Iacopo Passavanti (dove invero ci si riferisce specificamente alla resurrezione “pasquale” di Gesù). La voce rimane invariata nella seconda edizione e nella terza si arricchisce unicamente con l’aggiunta di un esempio ripreso dal Trattatello in laude di Dante di Boccaccio. Nella quarta, invece, compare la definizione "Pasqua di Resurrezione, si dice la Solennità celebrata dalla Chiesa della resurrezione di Cristo".

M.B.

(Inferno XXXIII, 73)

[...] vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno [...]

Originariamente ha il significato di ‘toccare, ‘tastare’. Nella Commedia indica l'azione del conte Ugolino che, reso cieco dall'inedia, muove le mani procedendo a tentoni sopra i corpi dei figli ormai morti, nell'angusta cella della torre della Muda: l'accezione dantesca di brancolare è alla base dell’uso del verbo dal Trecento fino a oggi.

C.Mu.

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(Inferno III, 9)

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

Sono gli ultimi tre versi di un’iscrizione, verosimilmente in caratteri cubitali, vergata sulla sommità della porta che immette nell’Inferno. Svincolata dal contesto originario, l’espressione "Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate" (con minime varianti) ricorre largamente nell’italiano contemporaneo per indicare situazioni estreme di difficoltà o di pericolo.

R.C.

(Inferno XXI, 139)

[...] ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta. 

La parola non ha bisogno di spiegazioni, perché è ben viva nell'italiano di oggi, anche se Dante la usa con un troncamento poetico che la fa consuonare con i dialetti settentrionali d'Italia. Lo sconcio segnale del diavolo Barbariccia è una forma di realismo dantesco, ma è anche la prova che Dante non aveva paura di chiamare le cose con il loro nome. Pane al pane e vino al vino, con buona pace di tutti coloro che si fossero eventualmente scandalizzati per l'altra parola realistica e brutale da noi presentata l'8 gennaio, anche questa ben presente nell'italiano del nostro tempo.

C.M.

(Inferno XXXIII, 150)

"Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi". E io non gliel'apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

Frate Alberigo, traditore e uccisore dei parenti, rivolge a Dante la preghiera di aprirgli gli occhi velati dalle lacrime congelate. Ma Dante rifiuta commentando: "e cortesia fu lui esser villano" (cioè ‘fu atto di cortesia essere villano’ con tale spregevole essere). Cortesia, parola-chiave della civiltà medievale, ha qui un significato accostabile al nostro: ‘gentilezza di modi’, ‘urbanità’, ‘garbo’. 

R.C.

(Paradiso, XIII, 63)

Quindi discende a l'ultime potenze
giù d'atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze [...]

Latinismo della filosofia. Dante ne fa spiegare il significato a S. Tommaso, indicando come contingenze le cose generabili e corruttibili, non necessarie. In Paradiso XVII, 37 il poeta fa usare il termine contingenza all’avo Cacciaguida per indicare le cose terrene, materiali e accidentali, in rapporto alla conoscenza eterna di Dio [S.M.]
Termine filosofico che indica ciò che è contingente, accidentale, non necessario, come tutto ciò che accade nella vita (“le cose contingenti” di Paradiso XVII, 16). Oggi è parola nota più nella sua valenza economica di parte variabile delle retribuzioni legata al costo della vita. [V.C]

S.M., V.C.

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(Purgatorio X, 128)

Di che l' animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?

Dal greco automata, che (forse) Dante aveva ripreso dalle traduzioni latine dei trattati scientifici di Aristotele per indicare i vermi che si riproducono come da soli, alla cieca, nel terreno. Un ben singolare antenato del moderno automa

V.C.

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(Paradiso XV, 33)

Così quel lume: ond’io m’attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui [...].

I due avverbi compaiono insieme in tre passi del Paradiso, con l’originario valore locativo di “di qua e di là”, “da una parte e dall’altra”. La locuzione viene tuttora usata con tale significato, ma in contesti prevalentemente scherzosi, perché quinci è uscito dall’uso e quindi ha sviluppato altri significati, come avverbio temporale o come congiunzione testuale.

P.D'A.

(Inferno I, 51)

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame [...]

L’aggettivo, che vale ‘infelice, misero’ ("genti grame") è usato da Dante cinque volte nell’Inferno, che è esso stesso definito "mondo gramo" (XXX, 59); e anche nell’unica occorrenza della seconda cantica il vocabolo ("giostre grame", Purgatorio XXII, 42) allude alle giostre dei dannati del quarto cerchio infernale, gli avari e i prodighi.

S.M.

(Inferno XXIII, 94)

E io a loro: "I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto".

Non conosciamo il giorno esatto della nascita di Dante, tra maggio e giugno 1265, ma quello del suo battesimo sì, il 26 marzo 1266, e oggi ne ricorre l'anniversario. In questi versi Dante dichiara con fierezza e passione la sua nascita a Firenze, anche se non nomina la città, ma solo il suo fiume.

C.M.

(Inferno I, 1)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Questo sostantivo, che nel primo verso della Commedia figura apocopato in cammin, è molto frequente nel poema e anche nelle altre opere dantesche. Il suo significato varia a seconda del contesto e può essere, di volta in volta, ‘atto del camminare’, ‘viaggio’, ‘strada’, ‘via’, ‘percorso’, ‘procedimento’, ‘comportamento’. Qui, come in altri passi, equivale a ‘corso (della vita)’, la cui metà corrispondeva a trentacinque anni. Siamo all’inizio del viaggio salvifico di Dante, che, secondo l’ipotesi più accreditata, prende l'avvio il 25 marzo del 1300. 

P.D'A.

(Paradiso XXVII, 77)

Onde la donna, che mi vide assolto
de l'attendere in su, mi disse: "Adima
il viso e guarda come tu se' vòlto".

Neologismo parasintetico dantesco. 'Volgere verso il basso'. Beatrice invita Dante ad abbassare il viso e a guardare quale tratto di cielo ha percorso. Nella forma pronominale (Purgatorio XIX, 100): 'scendere repentinamente verso il basso' ("ad imo", cfr. Paradiso I, 138), 'sfociare (detto di un corso d’acqua)'. 

L.C.

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(Paradiso IX, 100)

[...] né quella Rodopea che delusa
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

La “Rodopea, che delusa / fu da Demofoonte”, significa che la donna nata vicina al monte Rodope fu illusa da Demofoonte, figlio di Teseo. Deludere, dal latino de-ludere, 'prendersi gioco', e delusione valevano ‘illudere, ingannare, illusione’ e hanno conservato questo significato fino all’Ottocento, tanto che non sono ancora registrate nel senso moderno dal dizionario del Tommaseo e le antiche Crusche rinviavano da illudere a deludere.

V.C.

(Paradiso XXX, 66)

Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogne parte si mettien ne' fiori,
quasi rubin che oro circunscrive [...]

Pietra preziosa spesso utilizzata nella poesia del Duecento e del Trecento per riferirsi alle qualità della donna amata, nella Commedia è scelta per la sua calda luminosità per indicare gli angeli, rappresentati nella visione dantesca dell’Empireo come faville luminose e più avanti paragonati a topazi.

C.Mu.

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(Inferno VIII, 79)

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
"Usciteci", gridò: "qui è l'intrata".

Oggi diremmo "giro", come del resto Dante fa molte volte. Aggirata ci ricorda il successo in italiano dei sostantivi da participio passato, maschile o femminile. Ce ne sono molti ancora oggi (entrata, partita, resa, partito, vissuto, reso ecc.), ma Dante ne adopera, come qui, alcuni poi usciti dall’uso (sensato, 'sensi', Paradiso IV, 41, portato, 'figlio', Purgatorio XX, 24), anche se molti più di lui, da lui evitati e oggi perduti, ne avevano usato i poeti che lo precedettero.

V.C.

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(Purgatorio XXII, 62)

Se così è, qual sole o quai candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?

Probabile formazione dantesca da tenebra o da tenebrare, ha il significato di 'liberare dalle tenebre' e dunque 'illuminare'. Nel Purgatorio, è usato in senso figurato per indicare la conversione di Stazio, che ha trovato la via della fede grazie a Virgilio e alla sua opera.

C.Mu.

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(Inferno XXXII, 9)

[...] ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Babbo, insieme a mamma, è per Dante l’appellativo per indicare i genitori nella lingua infantile e familiare. Anche nel De vulgari eloquentia (II, vii, 4) le parole babbo e mamma sono le prime a essere indicate come inadatte al volgare illustre, perché “puerilia propter sui simplicitatem” (puerili per la loro semplicità). Sono quindi particolarmente inadatte per descrivere il punto centrale di tutto il cosmo, come è necessario fare all'inizio del XXXII canto dell'Inferno. Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1612 alla voce babbo si legge “Padre, e dicesi solo da' piccoli fanciulli, e ancora balbuzienti”; e solo nella quinta edizione il significato si allarga allo “stile familiare e giocoso”. Nell'italiano odierno la lotta con la variante papà sembrerebbe perduta; ma – chi scrive è un babbo toscano e quindi lo perdoneranno i papà delle altre regioni italiane – si può certamente sostenere che per ogni bambino toscano che dice papà c’è un babbo che soffre.

M.B.

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(Purgatorio XXIII, 86)

Ond'elli a me: "Sì tosto m'ha condotto
a ber lo dolce assenzo d'i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.

L'assenzio è propriamente una pianta erbacea, utilizzata per le sue proprietà terapeutiche e aromatiche, dalla quale si estrae un succo amaro. Nell'espressione ossimorica "lo dolce assenzo", l'assenzio indica la natura delle pene purgatoriali, amare da sopportare ma al contempo dolci in quanto mezzo di salvezza.

C.Mu.

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(Inferno XXXIII, 80)

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti [...]

Bel Paese è un’espressione che spesso usiamo per indicare l’Italia, talvolta anche con ironia, quando la associamo alla notizia di qualcosa di brutto (lo scempio del paesaggio e simili). Ci viene da Dante, che l’ha usata anche lui insieme con parole di sdegno. Nel canto XXXIII dell’Inferno, parlando dei grandi traditori e rievocando la terribile fine che l’arcivescovo di Pisa inflisse al conte Ugolino della Gherardesca – imprigionato in una torre e lasciato morire di fame insieme con un figlio e un nipote – il poeta si scaglia contro la città, che ritiene corresponsabile di questo orrore, e si augura che le isole Capraia e Gorgona, che sono davanti alla foce dell’Arno, si spostino verso lo sbocco del fiume e provochino un’alluvione che uccida tutta la popolazione pisana. E così inveisce contro di essa (vv.79-80): "Ahi Pisa, vituperio delle genti / del bel paese dove ‘l sì sona", cioè dove si usa la particella affermativa , un particolare che Dante aveva già notato nel suo trattato De vulgari eloquentia.
L’espressione dantesca ha avuto, poi, altri rinforzi. È stata ripresa da Petrarca in un sonetto (CXLVI) nel quale l’Italia è descritta come "il bel paese / che Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe" (dove parte vuol dire “divide in due versanti”). Alla fine dell’Ottocento, il naturalista e fervente patriota comasco Antonio Stoppani dette il nome Il Bel Paese a un suo libro (1876), che descriveva l’Italia ed ebbe grandissima fortuna nel clima postrisorgimentale. Sull’onda di questo rilancio, un produttore di formaggi lombardi dette furbamente (nel 1906) lo stesso nome a un tipico formaggio molle, che sull’etichetta delle confezioni recava il profilo geografico d’Italia e il ritratto di Stoppani. Anche il gioco commerciale era fatto! 

F.S.

(Paradiso XI, 99)

[...] di seconda corona redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto archimandrita.

‘Capo (archè) mandria (mandra)’ alla lettera: è il grecismo, dal latino ecclesiastico, che Dante usa per S. Francesco fondatore del nuovo ordine a lui intitolato. Un sinonimo colto e raro del titolo di "pastore" che già Dante usava per indicare vescovi e papi. Oggi è usato per i superiori dei monasteri ortodossi e per i patriarchi cattolici, come quello di Venezia.

V.C.

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(Inferno XXXII, 97)

Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: "El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui su non ti rimagna".

'Collottola'; “prendere per la cuticagna” vale prendere per i capelli, per la collottola. La parola è derivata da cotica, a sua volta dal latino cutem, ‘pelle’ ed è quindi corradicale di cotenna e cotechino

V.C.

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(Inferno XII, 117)

Poco più oltre il centauro s'affisse
sovr'una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Dal verbo bullicare, che significa 'formare bolle', bulicame è attestato per la prima volta nella Commedia, dove indica il Flegetonte, fiume infernale di sangue bollente. Bulicame era chiamata anche la fonte termale esistente presso Viterbo (come toponimo ricorre infatti a Inferno XIV, 79-81: "Quale del Bulicame esce ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello."

C.Mu.

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(Paradiso IV, 118)

"O amanza del primo amante, o diva",
diss'io appresso, "il cui parlar m'inonda
e scalda sì, che più e più m'avviva [...]"

È un provenzalismo che significa ‘amata’ (“dal primo amante”): è uno dei sostantivi in -anza che, pur usato da Dante, non ha poi avuto seguito. Tra questi anche beninanza, dilettanza, disianza, fallanza, fidanza, nominanza (cantato ancora nel Simon Boccanegra di Verdi) e permutanza. Tutti gli altri da lui ammessi sono usati ancora oggi, magari in forma un po’ diversa, come onranza (Inferno IV, 74) o orranza (Inferno XXVI, 6) che sopravvive nelle nostre ‘onoranze (funebri)’. 

V.C.

(Inferno XXXIII, 106)

Ond'elli a me: "Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove".

È un avverbio col significato di ‘presto’, ‘velocemente’, dal latino vivacius, comparativo di vivax- vivacis, ‘più vivo, più rapido’. Di qui anche il verbo avacciare, 'affrettare, accelerare', di "Purgatorio" VI, 27 e IV, 116.

V.C.

(Purgatorio XVIII, 22)

Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l'animo ad essa volger face [...]

È un sostantivo femminile che indica ‘la facoltà conoscitiva’, ‘la capacità di apprendere’ dell’uomo. Erano chiamate (dalle traduzioni latine di Aristotele) con questo tipo di nome in -iva le “virtù” o capacità che aveva la natura, specie quella umana. Nella Commedia si nominano anche la virtù stimativa, che fa riconoscere l’oggetto percepito dai sensi, quella immaginativa, che trattiene le immagini, quella formativa o informativa che dà forma nel processo di generazione.

V.C.

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(Inferno X, 81)

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'arte pesa.

La parola arte ha molti significati in Dante, come capacità di fare, capacità tecnica, potenzialità in atto. Ma anche l'E.D. non ha notato che qui, nella profezia di Farinata, dove si riprende la medesima parola usata poco prima da Dante (v. 51), il termine arte è impiegato in modo sarcastico per indicare l'arrabattarsi penoso di chi è condannato all'esilio e si dà da fare per tornare in patria. Oggi, 10 marzo 2021, ricordiamo che il 10 marzo 1302 il podestà Cante de' Gabrielli da Gubbio aveva stilato la sentenza di morte sul rogo (di fatto arbitraria, come nota A. Barbero, D., p. 157) per i 15 condannati per baratteria nei faziosi processi condotti nei mesi precedenti. Tra essi, Dante Alighieri, undicesimo nella lista. Il suo nome si legge, non senza nostra emozione, nel Libro del Chiodo.

C.M.

(Inferno XXI, 54)

Poi l'addentar con più di cento raffi,
disser: "Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi".

"sì che, se puoi, nascosamente accaffi", cioè ‘in modo che, se ti riesce, tu possa arraffare senza esser visto’, battuta sarcastica dei diavoli a un barattiere; accaffare è voce plebea dal significato certo di ‘arraffare, acciuffare’, ma d’incerta provenienza.

A.No.

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(Paradiso XXXIII, 13)

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz'ali.

Per la Giornata internazionale dei diritti della Donna, rendiamo omaggio a tutte le donne con le parole di Dante. Donna è parola molto usata da Dante, sia col senso antico che aveva nel latino, sia con il senso moderno, in un uso poetico che si svolge dal verso famosissimo Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia fino a Donna, se' tanto grande e tanto vali.

U.V.

(Purgatorio XIX, 101)

Intra Siestri e Chiaveri s'adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima. 

Corso d’acqua torrentizio. La "fiumana bella" si riferisce al fiume Lavagna (in Val Fontanabuona, nel Chiavarese, che dalla località di Siestri - oggi frazione abbandonata del Comune di Neirone - sfocia presso Chiavari prendendo nell’ultimo tratto il nome di Entella). "Conti di Lavagna" è il titolo nobiliare dei Fieschi: chi parla è Ottobono Fieschi. Altra occorrenza in Inferno II, 108 (metaf.) e Paradiso XXX, 64. (fig.) in cui vale 'flusso di luce' in cui è immerso il corteo dei beati e degli angeli nell’Empireo.

L.C.

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(Purgatorio, V, 135)

Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua gemma.

Si tratta di uno dei tanti verbi parasintetici creati da Dante, meno originale di altri perché normalmente formato a partire da un nome, ma caratterizzato (almeno secondo il testo vulgato) dal raddoppiamento della n del prefisso. Il significato non è uno di quelli che ha oggi il verbo inanellare (‘foggiare ad anello’ o figuratamente, ‘dire o collezionare più cose, una dopo l’altra, come gli anelli di una catena’), ma quello di ‘mettere l’anello, cioè la fede nuziale, a una donna sposandola’. È attestato solo in questo verso (messo in bocca a Pia de' Tolomei, fatta uccidere dal marito), al participio passato femminile (dipendente dal successivo ausiliare avea), nella forma aferetica, accanto al verbo disposare e al nome gemma ‘pietra preziosa’ e quindi, per metonima, ‘anello’.

P.D’A.

(Paradiso XXV, 73)

"Sperino in te", ne la sua teodia
dice, "color che sanno il nome tuo":
e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?

Nell’Ottavo Cielo (Stelle Fisse), S. Giacomo interroga Dante su cosa sia, da dove abbia origine e quale sia l’oggetto della Speranza, la prima delle tre virtù teologali. Dante, evocando il verso 11 del salmo IX intonato da David ("Sperent in te qui noverunt nomen tuum"), introduce la parola teodìa ‘canto di Dio’: si tratta di uno pseudogrecismo creato da Dante (Θεός ‘Dio’+ ᾠδή ‘canto’) sulla base e per assonanza di forme quali comedìa, melodìa, tragedìa; grecismi, questi, di tradizione colta e rispettanti appunto l’accentazione delle rispettive parole greche (κωμῳδία, μελῳδία, τραγῳδία) e ben noti a Dante per il tramite del latino (ove avevano però accentazione diversa: ‘alla latina’, appunto). 

E.B.

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(Paradiso X, 138)

[...] essa è la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidiosi veri.

Sigieri di Brabante (1240 c.-1282), filosofo fiammingo, a Parigi "nel vico de li strami" (cioè nella rue du Fouarre, sede della antica Sorbona), leggendo Aristotele (cioè ‘insegnando’: leggere nel significato medievale di ‘insegnare’: cfr. lezione ‘insegnamento’) secondo l’interpretazione eterodossa che di Aristotele aveva dato Averroè, giunse ragionando ("sillogizzò") a verità ("veri") che gli procurarono profondi odii ("invidiosi"). Sigieri fu accusato di eresia dall’arcivescovo di Parigi e, sottoposto al giudizio di Simon du Val, inquisitore di Francia, fu costretto a lasciare Parigi. Il tormentato filosofo giunse infine a Orvieto, ove intendeva scagiornarsi davanti al papa Martino IV che là risiedeva ma, proprio a Orvieto, morì pugnalato dal suo segretario improvvisamente impazzito. L’aggettivo invidioso ha in Dante significato diverso rispetto al valore attuale.

E.B.

(Inferno V, 63)

L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Mentre il sostantivo lussuria, che indica il desiderio smodato di soddisfare i piaceri sessuali (vizio capitale opposto alla virtù cardinale della temperanza), ricorre varie volte in Dante, l’aggettivo corrispondente è attestato solo in questo passo, al femminile, riferito a Cleopatra. Poiché siamo già nel girone dei lussuriosi, alcuni commentatori ritengono che qui significhi “amante del lusso”.

P.D’A.

(Paradiso XV, 92)

Poscia mi disse: "Quel da cui si dice
tua cognazione e che cent'anni e piùe
girato ha 'l monte in la prima cornice [...]

‘Parentela’, una parola dalla feconda radice di nascinascere, come l’usuale cognato (co+natus). In latino però indicava i consanguinei. Ma già nel Poema i cognati (i due famosi di Inferno V, ricordati a VI, 2) sono, come per noi oggi, gli affini in via collaterale.

V.C.

(Purgatorio VII, 121)

Rade volte risurge per li rami
l'umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.

Il sintagma in Dante significa 'attraverso i figli' (con ramo usato al plurale in senso figurato) in un contesto in cui si sostiene che non sempre questi ereditano le virtù paterne. Oggi l’espressione (che mantiene l’articolo dell’italiano antico li, normale dopo per) si usa soprattutto con il verbo discendere per indicare rapporti di filiazione o di derivazione indubbi, anche se non evidenti.

P.D’A.

(Inferno I, 87)

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m' ha fatto onore.

Questo è lo stile poetico di cui Dante è fiero, lo stile che ha imparato leggendo i grandi modelli classici, Virgilio per primo: perché la poesia è prima di tutto arte di lingua, cioè stile. 

C.M.

(Inferno I, 21)

Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m' era durata
la notte ch' i' passai con tanta pieta.

La forma, modellata sul nominativo latino pietas, tende a distinguersi da pietà, pietate, pietade (tratte dall’accusativo pietatem e usate anch’esse da Dante) per significare specificamente 'tormento', 'angoscia', come nel passo citato, oppure 'affetto', 'devozione' che i figli provano per i genitori, come nel passo: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre” (Inferno XXVI, 94-95; parla Ulisse, che poco prima ha menzionato il pius Enea).

P.D’A.

(Paradiso XVII, 24)

[...] dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch'io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura [...]

Capace di resistere agli urti della sfortuna. Una parola della geometria mirabilmente promossa alla morale.

C.M.

(Inferno XXVI, 119)

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Non uomini, ma quasi animali, o animali a tutti gli effetti, incapaci di desiderio di conoscenza, privi della nobile spinta che agisce nell’uomo, anche se non è priva di rischio, come insegna appunto il canto di Ulisse.

C.M.

(Paradiso IX, 81)

[...] perché non satisface a' miei disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii".

Neologismo di Dante per indicare la penetrazione della conoscenza di altri in me stesso, fino all’identificazione e alla comprensione totale.

C.M.

(Paradiso XXVIII, 3)

Poscia che 'ncontro a la vita presente
d'i miseri mortali aperse 'l vero
quella che 'mparadisa la mia mente [...]

Beatrice “imparadisa” la mente di Dante, cioè colloca la sua mente nel cielo, rendendolo atto a contemplare le cose celesti. 

C.M.

(Paradiso VI, 79)

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.

Latinismo per 'rosso', che Dante usa soltanto nell’espressione "lito rubro" (evidentemente calcata sul litore rubro di Virgilio) per indicare 'le coste del mar Rosso', e quindi come toponimo.

P.D’A.

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(Paradiso III, 97)

"Perfetta vita e alto merto inciela
donna più su", mi disse, "a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela [...]

La vita perfetta di santa Chiara di Assisi la “inciela”, cioè la mette nel cielo. Dante non aveva paura di usare parole nuove per descrivere l’esperienza paradisiaca e la dimensione sovra-umana.

C.M.

(Inferno XX, 130)

"[...] ben ten de' ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda".
Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Avverbio, col significato di “intanto”, “frattanto”, che compare solo in questo passo (in rima con nocque) e che Dante nel De vulgari eloquentia aveva indicato come proprio della parlata fiorentina e troppo municipale per entrare nello stile curiale.

P.D’A.

(Inferno V, 89)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno [...]

‘Di colore scuro’. Si tratta di un termine indicante una tonalità che dal rosso o dall’azzurro scuro tende al nero, usato come aggettivo anche nel senso generico di ‘cupo’.

P.D’A.

(Inferno III, 18)

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto.

Lo usa Virgilio di fronte alla porta dell’inferno, per indicare le genti infelici, i dannati che hanno perso la possibilità di incontrare Dio. Ma nell’italiano di oggi l’espressione è usata laicamente per indicare la pienezza della razionalità umana nella sua completezza appagante.

C.M.

(Inferno XXXIII, 60)

[...] ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia [...]"

Dante usa solo in questo passo della Commedia la forma popolare derivata dal lat. manducare (a sua volta da mandere “masticare”), presto sostituita, già nell’italiano antico, dal francesismo mangiare. Va segnalato che nel De vulgari eloquentia il poeta aveva citato una forma dello stesso verbo (manichiamo) come particolarità municipale fiorentina che il volgare illustre non avrebbe dovuto accogliere.

P.D’A.

(Paradiso II, 77)

[...] esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e 'l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.

La parola ricorre nella Commedia tre volte, due in senso metaforico (aere grasso = denso; fanno grassi = si arricchiscono), una sola in senso proprio, in riferimento agli strati di grasso e magro presenti in un corpo fisico: il paragone è utilizzato, sorprendentemente, per discutere, niente meno, di una dibattuta questione astronomica, un problema che sarà ancora al centro dell'attenzione di Galileo, cioè la causa delle macchie lunari. 

C.M.

(Paradiso XVI, 114)

Così facieno i padri di coloro
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.

Nella condanna di Cacciaguida per la Firenze moderna, ben diversa da quella dei tempi passati, l'espressione "farsi grassi" viene usata in senso metaforico, in un modo che è ben familiare anche all'italiano di oggi: non in senso fisico, come aumento di peso corporeo, ma come incremento di ricchezza venale acquisita in modo non del tutto limpido, a cui facciamo riferimento con un certo spregio.

C.M.

(Inferno V, 103)

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona. 

Oggi, nella giornata di San Valentino, vogliamo rendere omaggio a tutti gli innamorati, tornando per un momento all'interpretazione romantica del passo di Francesca, rileggendolo alla maniera di un grande poeta, Ugo Foscolo. Ecco una sublime storia d'amore di fronte alla quale l'Inferno stesso sembra sparire. Restano solo Paolo e Francesca, con il loro grande amore: la parola-chiave "amor" viene scandita impressivamente per tre volte, con forte anafora, all'inizio di tre terzine (vv. 100-106).

C.M.

(Purgatorio XIV, 46)

Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso. 

Sono cani piccoli e di poca forza, ma che si sfogano nel latrare e abbaiare. Dante lo usa come spregiativo.

C.M.

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(Paradiso VI, 46-47)

[...] onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi
ebber la fama che volontier mirro.

Dante allude a Cincinnato che prese il nome dalla capigliatura scomposta, arruffata: due i latinismi accostati cirro ‘ricciolo’ e negletto ‘trascurato’.

A.N.

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(Purgatorio I, 117)

L'alba vinceva l'ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina [...]

Dante adopera il verbo tremolare, che significa ‘tremare, oscillare leggermente’, soprattutto con riferimento ai bagliori intermittenti della luce.

P.D’A.

(Inferno XVII, 19)

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi [...]

Imbarcazione da trasporto a fondo piatto, a vela o a remi, usata in acque fluviali o lacustri, ma in generale barca a remi. Per similitudine, la posizione del burchio con la prua tirata in secco sulla spiaggia e la poppa nell'acqua descrive quella della fiera Gerione con il busto e la testa sulla riva e la coda nell'acqua.

A.N.

(Paradiso XIII, 57)

[...] ché quella viva luce che sì mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea [...]

Neologismo e hapax dantesco formato sul numerale tre, con cui Dante indica lo Spirito Santo che si inserisce tra il Padre e il Figlio come terzo nell'unità trinitaria.

C.G.

(Inferno XVII, 22)

[...] che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s'assetta a far sua guerra [...]

‘Castoro’, parola attestata per la prima volta in Dante, è il latino biber/beber di provenienza gallica o germanica (inglese beaver, tedesco biber). Il castoro è un erbivoro, ma si credeva che si nutrisse di pesce pescato con la coda; nel verso lo bivero s’assetta a far sua guerra Dante allude alla guerra ai pesci.

A.N.

(Inferno XXV, 31)

[...] onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d'Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece.

Detto dello sguardo vale “minaccioso, malevolo”, ma Dante usa l’aggettivo in senso morale per definire le azioni “scellerate” di Caco, represse da Ercole con violenza. Nel verso "opere biece" il plurale dell’aggettivo si presenta come in altri casi danteschi o di autori antichi, con la palatalizzazione del tema; la forma può alternare con quella di uso odierno ("biechi", "bieche").

A.N.

(Inferno, VI, 34)

Noi passavam su per l'ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Con valore causativo: ‘piega, obbliga le anime a star chine’; altra occorrenza in Purgatorio, XI, 19: "Nostra virtù che di legger s’adona/ non spermentar", qui con valore riflessivo ‘si piega, cede’ e quindi ‘non mettere alla prova la nostra virtù che facilmente cede alla tentazione’, corrispondente a ne nos inducas in tempationem; dal latino volgare *se addonare ‘darsi, dedicarsi, far dono di sé’, derivato di donare col prefisso ad-.

A.No.

(Purgatorio XIX, 2)

Ne l'ora che non può 'l calor dïurno
intepidar più 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno [...]

Il verbo, hapax dantesco, significa ‘far diventare tiepido’ e si riferisce alle prime ore dell’alba quando il sole ha ormai disperso il proprio calore nella notte.

C.G.

(Paradiso XVII, 98)

Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie,
poscia che s'infutura la tua vita
vie più là che 'l punir di lor perfidie.

Neologismo dantesco formato sull’aggettivo futuro, vale ‘prolungarsi nel futuro’ e ricorre nella profezia di Cacciaguida. L’allusione può essere alla vita terrena di Dante, oppure alla sua fama. Il verbo avrà delle riprese moderne in D’Annunzio, Montale e Pasolini.

C.G.

(Paradiso VIII, 61)

[...] e quel corno d'Ausonia che s'imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga. 

Neologismo dantesco formato su borgo ‘fortezza’, usato da Dante per alludere al Regno di Napoli, delimitato dalle fortezze di Bari, Gaeta e Catona (Reggio Calabria).

C.G.

(Inferno X, 36)

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com'avesse l'inferno a gran dispitto.

Si tratta di una variante di dispetto ‘disprezzo’, che compare nel canto di Farinata e che è rimasta in italiano nell’espressione usata da Dante appunto in quel passo: avere in gran dispitto (qualcuno o qualcosa).

P.D’A.

(Inferno I, 32)

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta [...]

Dante nella Commedia indica con questo termine la prima fiera che gli va incontro nella selva oscura, considerata simbolo del vizio della lussuria e identificata dai commentatori di volta in volta con la lince, il ghepardo o il leopardo, come pare più probabile data la pelle coperta di macchie. Anche la lonza che indica il taglio di carne che compriamo oggi dal macellaio o dal salumiere è parola usata da Dante, non nella Commedia, ma in una delle Rime ("ma peggio fia la lonza del castrone").

P.D’A.

(Inferno XXVI, 114)

[...] a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza [...]

Dante non usa mai “veglia”. Nel canto di Ulisse, la veglia dei sensi è quella breve vita terrena che precede il lungo sonno della morte.

C.M.

(Inferno XV, 96)

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e 'l villan la sua marra.

Attrezzo da muratore, o anche (come lo nomina Dante) da contadino, la zappa, aggeggio necessario nel ciclo agricolo dell’anno; ma il Poeta lo nomina con un certo disprezzo, come cosa rozza e manuale di cui non intende curarsi, affaccendato in più alti disegni, pur nell’avversa fortuna.

C.M.

(Inferno III, 109)

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.

“Occhi che sembrano carboni ardenti”, con riferimento a quelli di Caronte, il primo demonio che Dante incontra nell’Inferno. L’espressione è poi entrata nell’uso e ha tenuto così in vita la forma bragia, variante del più diffuso brace.

P.D’A.

(Inferno XIV, 108)

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a la forcata [...]

Usata solo da Dante col valore di ‘biforcazione, parte del busto da cui partono gli arti inferiori, inguine’, è spiegata da Boccaccio con inforcatura, ancora oggi in uso.

A.N.

(Inferno XVII, 21)

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi [...]

'Mangione, ingordo, beone', latinismo derivato da lurcare ‘mangiare avidamente’. Nel verso Dante attribuisce “lurchi” a “li tedeschi”. Nel periodo risorgimentale e post-risorgimentale l’aggettivo dantesco si carica di una forte connotazione politica e diviene epiteto ingiurioso rivolto a tedeschi e austriaci.

A.N.

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(Inferno XXII, 139)

Ma l'altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Termine di origine provenzale, usato da Dante come aggettivo, nel significato di “rapace”, riferito allo sparviero selvatico a cui è paragonato il diavolo Alichino che, attaccato da un altro diavolo, Calcabrina, lo artiglia a sua volta. Nell’uso letterario posteriore ha assunto spesso il significato di “minaccioso”, “fiero”, detto di occhio, sguardo, ecc.

P.D’A.

(Purgatorio XI, 105)

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il "pappo" e 'l "dindi" [...]

Dante esemplifica così il linguaggio bambinesco (usato, più ancora che dai bambini, dagli adulti che parlano ai bambini), fatto di strutture fonologiche semplici e ripetitive e di onomatopee. Il significato delle due voci è, rispettivamente, “pane” o “cibo” (normalmente si trova come pappa, femminile) e “denari, monete” (come plurale o con valore collettivo).

P.D’A.

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(Purgatorio XXXII, 117)

[...] e ferì 'l carro di tutta sua forza;
ond'el piegò come nave in fortuna,
vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.

Rispettivamente il lato sopravvento di un’imbarcazione e quello sottovento. Nel verso le locuzioni da poggia e da orza si riferiscono ai due lati della barca colpiti dal vento durante un fortunale. 

A.N.

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(Inferno XXVIII, 25)

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia. 

‘Budella, intestini’ di uomini e di animali.

A.N.

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(Purgatorio XIV, 56)

Né lascerò di dir perch'altri m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.

Si tratta di un verbo formato sul sostantivo mente “tenere a mente, ricordarsi”; la stessa base è in rammentare/si “richiamare alle mente, ricordare” che Dante usa soltanto in rima e con diverse sfumature di significato sia nel Purgatorio sia nel Paradiso. I due verbi, attestati a partire dal XIII secolo, hanno sorte diversa: ammentare/si ha una vita breve e da tempo è parola obsoleta, rammentare/si è ancora oggi comune soprattutto nell’italiano di Toscana.

A.N.

(Paradiso VI, 73)

Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l'inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Latinismo usato da Dante per indicare il “portatore” del segno dell’Impero, cioè l’imperatore: Dante era convinto che l’istituzione universale dell’antico impero di Roma continuasse anche ai suoi tempi, con Arrigo VII.

C.M.

(Paradiso XXVIII, 39 )

[...] e quello avea la fiamma più sincera
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s'invera.

Neologismo dantesco per indicare l’immedesimarsi con il Sommo Vero, il divenire partecipi della verità. È uno dei neologismi della Commedia che ha avuto continuità: è stato, infatti, adoperato nel linguaggio filosofico con il significato di ‘rendere vero’. 

R.L.

(Paradiso XXVIII, 93 )

L'incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che 'l numero loro
più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

Neologismo dantesco formato sul numerale mille, riferito alla moltiplicazione vertiginosa del numero degli angeli, che la mente umana non è in grado di contenere. Il verbo fu ripreso da Boccaccio e, in epoca moderna, da Pascoli, D’Annunzio, Gozzano, Saba e Montale.

C.G.

(Paradiso XXIV, 87 )

[...] ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa".
Ond'io: "Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s'inforsa"

Neologismo dantesco formato sull’avverbio forse, significa ‘essere in dubbio’. Il verbo, usato anche come intransitivo non pronominale, ebbe un certo successo e fu ripreso, tra gli altri, da Petrarca, Boccaccio, Tasso, Alfieri.

C.G.

(Paradiso IX, 40 )

[...] del nostro cielo che più m'è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s'incinqua [...]

“Questo centesimo anno ancor s’incinqua”. Neologismo e hapax dantesco formato sul numerale cinque, che significa ‘si ripeterà cinque volte’ e si riferisce alla fama del trovatore Folchetto di Marsiglia, destinata, secondo Dante, a durare molto a lungo.

C.G.

(Paradiso XXX, 87 )

[...] come fec'io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perché vi s'immegli [...]

Neologismo dantesco formato sull’avverbio meglio, significa ‘diventare migliore’ e si riferisce alla facoltà visiva del poeta. Rare le riprese successive di tale verbo, la più significativa delle quali è forse quella di Vincenzo Gioberti nell’opera Del rinnovamento civile dell’Italia (1851).

C.G.

(Paradiso XII, 11 )

Come si volgon per tenera nube
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube [...]

L’aggettivo, che ha il significato di ‘dello stesso colore’ (dal lat. concolorem), è usato una sola volta, al plurale, riferito al fenomeno atmosferico dell’arcobaleno doppio, a cui vengono paragonate le due corone di beati nel cielo del Sole.

P.D'A.

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(Paradiso VI, 77 )

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

Latinismo per “serpente velenoso”, che indica specificamente l’aspide con cui Cleopatra si diede la morte.

P.D’A.

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(Paradiso IX, 81 )

[...] perché non satisface a' miei disii?
Già non attendere' io tua dimanda,
s'io m'intuassi, come tu t'inmii"

Neologismo dantesco formato sul pronome personale tu e usato, insieme a inmiarsi, per esprimere la compenetrazione degli spiriti beati. Il verbo è stato ripreso successivamente da Alfieri e, in tempi a noi vicini, dai poeti Cesare Ruffato e Davide Rondoni. 

C.G.

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(Purgatorio, XII, 89 )

A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.

“Vestito di bianco”, aggettivo usato in funzione attributiva, riferito a un angelo. È un composto in cui, come nelle lingue classiche, la testa (propriamente un participio passato) occupa la seconda posizione, modello per altri analoghi aggettivi usati nella lingua letteraria posteriore.

P.D'A.

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(Purgatorio XI, 81 )

"Oh!", diss'io lui, "non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata è in Parisi?"

Una sola attestazione in Dante di questo termine tecnico dell’arte dei miniatori, richiamato espressamente come un francesismo (Dante ci avvisa che quest’arte è così chiamata a Parigi: c’era mai stato? Anche questo è un mistero).

C.M.

(Paradiso, XXVIII, 23 )

Forse cotanto quanto pare appresso
alo cigner la luce che 'l dipigne
quando 'l vapor che 'l porta più è spesso [...]

È un latinismo molto raro, coniato direttamente su halos. Dante se ne serve per indicare l’alone degli astri. Il termine non avrà seguito e solo nel XVI sec. entrerà in italiano alone.

R.L.

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(Purgatorio XXVI, 87 )

[...] in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge. 

Il verbo, formato su bestia, è usato in riferimento a Pasifae, la quale si rinchiuse in una vacca di legno per farsi possedere da un toro. Non sfugga la ripetizione del verbo nello stesso verso, prima come ‘entrare dentro una bestia’ (s’imbestiò), poi, nella forma participiale, come ‘in una sagoma di legno a forma di bestia’ (imbestiate schegge).

C.G.

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(Inferno, XVIII, 116 )

E mentre ch' io là giù con l'occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parea s' era laico o cherco.

Questa parola (che ricorre due volte nella Commedia) non è certo sconosciuta agli italiani del nuovo millennio. Realismo dantesco, che si esplicita bene nei canti di Malebolge. Plurilinguismo dantesco, che gli permette di dire tutto e parlare di tutto. Dante, poeta che sa essere molto concreto, e anche brutale. 

C.M.

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(Inferno, XXXII, 30)

[...] com' era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l' orlo fatto cricchi.

Voce onomatopeica (forse la più antica attestata nell’italiano scritto), con cui Dante rende il rumore dello scricchiolio del ghiaccio che sta per rompersi, riferendosi al Cocito, il fiume ghiacciato infernale, che neppure i monti Tambernicchi e Pietrapana, cadendovi sopra, sarebbero riusciti a scalfire.

P.D'A.

(Inferno, XXIV, 111)

[...] erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.

La misteriosa mirra, una resina, era reputata sostanza medicinale e veniva usata anticamente anche nell’imbalsamazione. La portarono in dono i Magi a Gesù, assieme all’incenso. Dante la nomina una sola volta. La pone tra le sostanze connesse alla mitica Fenice: incenso, amomo, nardo e, appunto, mirra.

C.M.

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(Paradiso, X, 143)

[...] che l'una parte e l'altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che 'l ben disposto spirto d'amor turge [...]

Voce onomatopeica, usata da Dante per indicare il gradevole suono prodotto dalle ruote del congegno di un orologio a sveglia, a cui viene paragonata la corona delle anime beate che appaiono a Dante, muovendosi in giro e cantando.

P.D'A.

(Inferno, V, 25)

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote

Dante comincia a sentire le grida di dolore dei condannati per aver peccato di lussuria. La diffusione della Commedia a livello popolare ha portato all’uso comune dell’espressione dolenti note per intendere ‘fatti, circostanze, argomenti spiacevoli’.

A.N.

(Inferno, V, 101)

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende

Espressione con cui Francesca da Rimini si riferisce al proprio corpo, di cui Paolo si innamorò e da cui l’anima è stata violentemente separata. Dante la usa in senso fisico; oggi l’espressione si riferisce invece a chi ha doti morali (generosità, lealtà, ecc.).

P.D'A.

(Inferno, II, 52)

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

È detto da Virgilio parlando di sé, perché sta nel Limbo, ma è passato nell’italiano come forma proverbiale per indicare uno stato di incertezza e di attesa.

C.M.

(Paradiso, I, 70)

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l' essemplo basti
a cui esperienza grazia serba

Neologismo dantesco per indicare un’esperienza che va oltre l’umano. Dante lo usa per indicare l’avvicinamento a Dio, ma il termine può essere esteso ad ogni condizione che vada al di là dell’esprimibile, dove le parole non bastano più.

C.M.

GLI AUTORI

Per le citazioni del poema si fa riferimento all'edizione allestita da Giorgio Petrocchi (Dante Alighieri, La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di Id., Firenze, Le Lettere, 1994; 1a ed.: Milano, Mondadori, 1966-1967), con alcune normalizzazioni grafiche ormai condivise dalle edizioni moderne e accolte dal Vocabolario Dantesco.


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