L'Ottocento

La nascita istituzionale della Biblioteca accademica risale però solo al secondo decennio dell’Ottocento, al momento della ricostituzione napoleonica dell’Accademia, con la creazione della figura dell’accademico bibliotecario e con un esplicito articolo nelle Costituzioni per il regolamento interno dell’Accademia della Crusca del 1813 dedicato agli «Uffizi del Bibliotecario»: «Il Bibliotecario custodirà e terrà in buon ordine la libreria dell’Accademia, la fornirà in mano de’ libri necessari agli studi degli Accademici, e ne terrà esatto Catalogo».
 

Negli anni successivi alla ricostituzione, la fisionomia della Biblioteca si presentava drasticamente cambiata: con ogni probabilità i volumi confluiti nella Biblioteca Magliabechiana nel 1783 non erano ancora stati restituiti e un quantitativo non ininfluente di libri era giunto in Crusca in seguito alle confische provenienti dalle soppressioni conventuali di età napoleonica, nell’aprile 1812. In tale occasione il patrimonio si arricchì di circa 2.500 volumi appartenenti in origine ai principali conventi del Dipartimento dell’Arno (principalmente dalla Santissima Annunziata, da Santa Maria Novella, da Santa Maria Assunta alla Badia fiorentina, da San Salvatore in Ognissanti e da Santo Spirito, ma anche, tra gli altri, dall’Abbazia di Santa Maria a Vallombrosa e da San Lodovico a Montevarchi).

Con molta probabilità non tutte queste opere dovettero risultare strettamente attinenti agli interessi della Crusca, se l’accademico bibliotecario Francesco Fontani, in una sua relazione del 1818, definisce la Biblioteca come una «casuale collezione di libri», collocata in scaffali senza alcun ordine e mancante di un catalogo; il Fontani eseguì inoltre una valutazione qualitativa delle opere conservate, che lo portò a constatare la presenza di testi sacri ed ecclesiastici, scritti di natura polemica e di scienza astratta, per arrivare alla conclusione che esse «poco, o nulla possono esser giovevoli per quegli studi, e ricerche le quali possano interessare gli oggetti ai quali dispenza le sue mire, e premure l’Accademia»; sottolineò poi l’estrema scarsità «dei testi della nostra lingua, non grande quello de’ libri che sono scritti in lingua volgare», come anche delle opere grammaticali e lessicografiche «che molto interessarci potrebbono quando si cavassero raccolti insieme per agevolarci il cammino nell’impresa che abbiamo assunta». A questo va aggiunto che nel 1819 circa un quarto dei volumi tornò nelle ricostituite istituzioni religiose, come stabilito in seguito alla Restaurazione. Dunque a circa metà del 1819 il patrimonio librario doveva ammontare almeno a quasi 1.900 edizioni; alcuni di questi esemplari si trovano tuttora nella biblioteca accademica, contraddistinti da timbri o annotazioni di possesso che riportano al convento originario di appartenenza. 
 
Dai documenti archivistici, prevalentemente conservati nell’Archivio storico accademico, si ricava che alla gestione della Biblioteca furono dedicate, soprattutto sul finire dell’Ottocento, sempre meno attenzioni e risorse; risalta principalmente la straordinarietà di interventi, che in realtà dovrebbero risultare ordinari, quali la redazione e aggiornamento del catalogo e l’acquisto di nuove opere. Nonostante questo, nel corso del secolo, la Biblioteca conobbe ugualmente un forte sviluppo, in parte grazie all’arrivo nel 1867 di opere dalla Santissima Annunziata, conseguente alle soppressioni conventuali post-unitarie e sostanzialmente in seguito ad un arricchimento delle raccolte perseguito dai diversi accademici bibliotecari tramite acquisti, cambi e doni: nel 1873 erano così presenti in Biblioteca oltre 10.000 volumi e nei primi anni Venti del Novecento, l’allora accademico bibliotecario Guido Biagi ci restituisce questa descrizione: «La Biblioteca dell’Accademia comprende tutta la raccolta (meno pochissime eccezioni) degli autori citati nel Vocabolario; una assai ricca collezione di vocabolari, enciclopedie e simili opere lessicografiche; come pure di atti e memorie di moltissime accademie e istituti letterari e scientifici dell’Italia e stranieri; si arricchisce via via di doni che le vengono fatti (notevoli i fondi Rezzi, Capponi, ed Eredi Dazzi) e di acquisti, secondo i bisogni». 
 

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