Emblema

Alcuni lettori si interrogano sull’etimologia della parola emblema e sul suo esatto significato, (in particolare, sulla sua differenza da parole che si usano a volte come suoi sinonimi, come simbolo e stemma).

Risposta

Emblèma è una parola greca derivata dal verbo emballo, letteralmente ‘gettare dentro, infilare’, e significa ‘intarsio’, ‘mosaico’. Già il latino dell’età classica l’aveva fatta propria sia nella forma identica a quella del greco (cioè con plurale emblemata), sia in forme adattate (è attestata anticamente anche una forma plurale emblemae). Segno, si direbbe, di un ambientamento precoce di questa parola fuori dalla sua lingua d’origine, se non fosse che certamente già in antico il termine veniva percepito come peregrino, tanto da provocare addirittura l’intervento di un imperatore attento agli usi linguistici, Tiberio, che a quanto pare (secondo Svetonio) la cancellò da un decreto. Indipendentemente da quell’episodio, la parola finì per restare confinata a usi piuttosto marginali, visto che non se ne trova traccia nell’italiano in età medievale. Essa viene riscoperta e portata in valore dalla cultura del Rinascimento, che le attribuisce il significato particolare di ‘figura simbolica generalmente accompagnata da un distintivo o da un’insegna, in versi o in prosa’. Ereditato dall’iconografia antica e di fatto ricevuto anche da quella medievale cristiana, l’uso di rappresentare concetti astratti attraverso figure allegoriche (spesso umane o animali) accompagnate da brevi testi (singole parole o dichiarazioni in versi) trovava così un termine specifico e veniva applicata a un fenomeno di grande rilievo nella cultura dell’Europa moderna: l’elaborazione, cioè, di combinazioni tra immagini e parole per l’espressione compendiaria, allusiva o filosoficamente orientata di nozioni – ideali, sentimenti, stati d’animo, etc. – cui rinviava l’associazione di quegli elementi.

La moda figurativa degli emblemi è favorita soprattutto dal successo dell’opera del giurista milanese Giovanni Andrea Alciato (1492-1550), cioè dalla sua raccolta di Emblemata (1531), in latino, che grande influsso ebbe sulla cultura rinascimentale. Pare anzi che proprio ad Alciato si debba l’elaborazione (o meglio la specializzazione) del significato del termine nella cultura figurativa e letteraria cinquecentesca: saremmo cioè di fronte a una di quelle che Bruno Migliorini chiamava “parole d’autore” (se pure, in questo caso, recuperata dalla classicità).

Sebbene dunque la parola emblema, nella sua nuova vita moderna, indichi un tipo ben preciso di figurazione (comprendente, tra l’altro, anche le “pale” degli accademici della Crusca), la natura altamente simbolica (cioè metaforica) di immagini e testi coinvolti negli emblemi favorì un progressivo slittamento del significato verso quello più generico di ‘rappresentazione o formulazione simbolica’, o semplicemente ‘simbolo’. Tale impiego è già ben attestato nel Settecento italiano e prelude a quello che, nel Novecento, farà dire a Gabriele D’Annunzio di Leonardo da Vinci “è un’imagine, è un emblema, è un mito” (Per l’Italia degl’italiani, 1923). È probabile che a quest’uso della parola emblema abbia contribuito l’impiego dell’aggettivo emblematico, che nell’italiano contemporaneo finisce per essere usato non solo nel senso congruente di ‘proprio di un emblema’, ‘allegorico’, ‘simbolico’, ma anche in quello di ‘tipico’, ‘esemplare’, che la migliore lessicografia (ad esempio il DELI Dizionario etimologico di Cortelazzo e Zolli) giudica “poco conseguente” e implicitamente sconsiglia.


Lorenzo Tomasin

7 novembre 2025


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