Garbare è toscano o italiano?

Serena Penni, un'insegnante di lettere di Firenze, ci chiede se il verbo garbare, attestato nei dizionari di lingua, sia da ritenersi termine italiano o non abbia invece una "connotazione dialettale marcata", come lei stessa avverte.

Risposta

Garbare è toscano o italiano?

Garbare deriva dal sostantivo garbo - a sua volta probabilmente dall'arabo qālib 'modello'-   che ha come valore più antico in lingua quello di 'bella forma, linea aggraziata' (av. 1537), e nei dialetti quello di 'forma dei pezzi di costruzione di una nave' (come il genovese gar(i)bu attestato nel XIII secolo) (DELI); a questo significato è legata l'accezione marinaresca del verbo 'disegnare la sagoma dei pezzi che costituiscono lo scafo di un'imbarcazione' (GRADIT). Garbare si riferisce quindi primariamente, a un piacere estetico, e in effetti nella lessicografia è registrato nel significato di 'piacere, andare a genio, riuscire gradito' detto di oggetti o persone.

Per quanto si tratti di voce dell'uso toscano, appartiene anche alla tradizione italiana, successiva però al XIV secolo: non risulta infatti presente nel corpus del TLIO, Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, la maggiore base di dati disponibile riguardante la lingua italiana anteriore al 1375; il Vocabolario degli Accademici della Crusca la registra fino dall'edizione del 1612, pur rimandando la trattazione al lemma piacere, dove si legge "diciamo con significato di piacere, garbare, attagliare, gustare"; solo la terza edizione ha la trattazione al lemma; come testimoniano il GDLI e lo spoglio della LIZ, il verbo è usato nella storia della letteratura sia da autori toscani (Pulci, Firenzuola, Panciatichi, Aretino, il Lasca, fino a Collodi, Fucini e Tozzi), ma anche non toscani (Gottifredi, Siri, Baretti, Belli, Leopardi, Manzoni, Nievo, De Sanctis, Fogazzaro, De Roberto, Capuana, Gozzano, Svevo, Pirandello e altri ancora). È però da osservare che negli autori in cui risulta usato più frequentemente, il contesto è costituito più spesso da frasi negative del tipo non mi garba (punto, per nulla, affatto): così avviene per Ippolito Nievo, che su un totale di 24 occorrenze, lo usa 15 volte in frase negativa e due volte in correlazione con poco (mi garbava pochissimo, garbavano  poco o nulla), che gli conferisce ancora significato negativo (cfr garbare poco 'riuscire sgradito' in ZINGARELLI); lo stesso può dirsi di Antonio Fogazzaro, coi suoi 10 contesti negativi su 13, ed i restanti tre in associazione con poco, o di Pirandello che usa 9 volte il verbo sempre in frase negativa. Questa tendenza è rilevata in modo esplicito da alcuni dizionari dell'italiano attuale come il Devoto-Oli edizione 2008 e il Vocabolario Treccani della lingua italiana 1987,  e indirettamente anche da altri, come il DISC 2008 che su quattro esempi ne riporta tre in frase negativa o il De Felice-Duro e il Palazzi-Folena che danno solo l'esempio in frase negativa. Quindi, anche se nessuno dei dizionari citati fornisce indicazioni sulla vitalità dell'uso del verbo, o lo attribuisce ad un ambito particolare, si può affermare che esista almeno una tendenza ad una restrizione in rapporto al contesto.

 

Per quel che riguarda l'uso un utile strumento per un sondaggio può essere l'interrogazione della rete: una ricerca condotta attraverso Google mostra risultati che in alcuni casi si prestano a qualche riflessione: per esempio la denominazione A me mi garba data a un sito, che rivela anche nella ripetizione del pronome un intento forse provocatorio, ma soprattutto identitario, come spiega la stessa autrice: "A me mi garba perché è toscano, anzi, fiorentino, cosa di cui vado fiera". Un'altra interessante occorrenza è nella pubblicità di un ristorante milanese, il T Garba, che propone nel nome un gioco grafico-linguistico e che si presenta come "un nuovo concept di osteria toscana": i piatti sono quelli "dell'antica tradizione toscana", nel menù compaiono "Mangiarini toscani", e dalla "terra di Lunigiana [...] i Testaroli e i Panicacci", nonché "le Fiorentine [...] il Baccalà spadellato, il Caciucco alla livornese"(maiuscole del testo). Ci sembra chiaro che il nome del ristorante  è parte della certificazione di autenticità toscana a cui concorrono le denominazioni tradizionali dei piatti tipici.

 

Indicativi per la vitalità e il radicamento nell'uso nazionale sono anche gli usi giornalistici: dalla consultazione dell'archivio di "Repubblica" emerge un impiego costante di garbare pur non molto rilevante quantitativamente, con una tendenza all'aumento a partire dal 2000; appare significativo che compaia spesso in articoli che riguardano il calcio e, non crediamo casualmente, in pezzi che implicano a qualche titolo personaggi toscani, in particolare allenatori di importanti squadre, come Lippi, Spalletti, Ulivieri. Un esempio soltanto da un'intervista a Mancini: «E Spalletti gli è stato sempre vicino. "È un allenatore che mi piace molto [...] Un difetto? Tossisce sempre, infatti lo prendo in giro. Poi ho imparato il termine "mi garba""» (F. Ferrazza, Mancini: mai chiesto di andar via da qui, Repubblica, 14 febbraio 2006).

 

Per quel che riguarda la situazione del termine in Toscana disponiamo dei dati dell'Atlante Lessicale Toscano ALT Web: l'interrogazione in rete attesta la vitalità di garbare su tutto il territorio regionale, la sua tradizionalità ed al contempo la persistenza anche nell'uso dei giovani; da rilevare la quasi totale assenza dell'attribuzione del termine alla lingua; solo in Lunigiana, area linguisticamente non toscana, e all'Alberese, centro nato come colonia veneta in Maremma, la voce è considerata "italiana", in ossequio alla comune equivalenza, non sempre legittima, fra toscano e italiano; ancora da notare è che in molti casi, in località appartenenti a aree diverse del territorio regionale, il significato di garbare si estende anche al 'riuscire gradito al gusto', ovvero può riferirsi a cibi e bevande, uso questo che in letteratura sembra testimoniato, almeno dalle ricerche condotte, solo nel toscano Pietro Aretino, e nei dizionari di lingua solo dal "toscanista" ZINGARELLI che in un esempio fa riferimento al vino.

Per il fiorentino in particolare riportiamo un contesto inedito del lemma garbare che comparirà nel Vocabolario del fiorentino contemporaneo in corso d'opera presso l'Accademia - di cui è consultabile in questo stesso sito un saggio di voci - raccolto dalla viva voce di un abitante del quartiere di San Frediano: alla domanda se il verbo sia usato in riferimento al cibo l'intervistato risponde "Si dice, si dice. [...] Si dice anche pe i' vestire: Ti garba chella cosa lì? (R.: c'è differenza tra garbare e piacere?) No, un ce n'è diferenza ... : Mi garba chesto vino. Mi garba quel gorfe lì. ... L'è più all'ignorante.... Piacere l'è più distinto, garbare l'è più ignorante." Questo breve testo fornisce materiale per alcune osservazioni: in primo luogo da un punto di vista esterno, puramente formale, è chiaro che chi parla sta usando un codice linguistico, lo si chiami dialetto o vernacolo, che non è italiano; in secondo luogo lo stesso parlante fornisce una serie di frasi-tipo (in corsivo nel testo) che costituiscono la prova che la voce "funziona" all'interno del codice tradizionale, proprio e della comunità di riferimento; infine l'affermazione del livello basso a cui garbare si colloca all'interno del repertorio (che in un toscano sfuma senza soluzione di continuità dal dialetto all'italiano), con l'individuazione dell'alternativa "distinta", ovvero di lingua, in piacere: nella percezione del parlante di San Frediano, come per chi ci ha posto la domanda, per l'autrice del sito A me mi garba, e per la maggioranza degli informatori di ALT Web, garbare fa decisamente parte del lessico fiorentino (e toscano).

 

Concludendo siamo di fronte a una forma che, da un lato, fa parte a pieno titolo del patrimonio storico della tradizione lessicale italiana, anche se da alcune notazioni sulla limitazione d'uso sembra ormai inserito in un processo tendente alla marginalità; dall'altro si mostra elemento vitale e persistente del linguaggio fiorentino in particolare, e toscano in generale, e come tale è riconosciuto dai parlanti della regione, tanto da essere censurato nel passaggio all'italiano standard, laddove per i non toscani può essere avvertito invece come un preziosismo se non un arcaismo o un'affettazione.

 

 

Per approfondimenti:

  • N. Binazzi, Tradizioni del discorso e percezione di identità: riflessioni su alcuni contesti d'uso fiorentini, in Che cosa ne pensa oggi Chiaffredo Roux? Percorsi della dialettologia percezionale all'alba del nuovo millennio, a cura di M. Cini e R. Regis, Alessandria, Edizioni dell'Orso 2001, pp. 247-275
  • Il Vocabolario del fiorentino contemporaneo
  • LIZ Letteratura Italiana Zanichelli, LIZ 4.0. CD-ROM della letteratura italiana, a cura diP. Stoppelli e E. Picchi, Bologna, Zanichelli 2001

A cura di Matilde Paoli

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