La capitale dell’Ucraina: Kiev o Kyjiv/Kyïv?

Alcuni lettori ci chiedono se per indicare la capitale dell’Ucraina non sia più opportuno adottare la forma in lingua ucraina (KyjivKyjiw, Kyïv nelle traslitterazioni adottate da altri Paesi europei) invece della forma russa Kiev.

Risposta

La questione del nome politicamente corretto – è proprio il caso di dirlo – della capitale dell’Ucraina richiama l’annoso dibattito sull’uso degli esonimi e sugli endonimi e sulla standardizzazione dei nomi geografici. Si può sommariamente definire endonimo il toponimo espresso nella lingua parlata dagli abitanti di una città, provincia, regione, nazione individuata da quel nome; ed esonimo quello utilizzato in altre lingue per indicare il medesimo luogo. Così sono endonimi Paris, London, Berlin, Kraków, Praha, Zagreb, che in italiano trovano i corrispondenti esonimi in Parigi, Londra, Berlino, Cracovia, Praga e Zagabria.

Esiste da alcuni decenni un organismo ONU, il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite per i nomi geografici, in acronimo inglese UNGEGN e francese GENUNG, che in assemblee e convegni ha discusso a lungo di esonimi ed endonimi, senza tuttavia pervenire, ancora, a conclusioni chiare e univoche. La questione è necessariamente complessa, poiché entrano in gioco, da un lato, le lingue di minoranza parlate in una stessa area e, dall’altro, il cambiamento dei toponimi nel tempo; quest’ultimo fenomeno è estremamente attuale tanto che si è sviluppata internazionalmente, negli anni Duemila, una sorta di subdisciplina o specializzazione chiamata in inglese critical toponymy che si occupa di odonimi ma anche di micro- e macrotoponimi.

Venendo allo specifico caso ucraino, Kiev e Kyjiv/Kyïv sono le traslitterazioni dal cirillico del nome della capitale ucraina rispettivamente in lingua russa e in lingua ucraina; le due pronunce sono ben distinte. Il toponimo potrebbe avere origine da un leggendario fondatore chiamato Kij. L’etnico, usato raramente, può individuarsi in kieviano (in àmbito esonimico, beninteso). La storia della città e della nazione non ci aiutano nell’individuazione di una forma del toponimo accettabile senza compromessi: Kiev è stata la capitale di un territorio indipendente tra il IX e il XII secolo, Rus’ di Kiev, ma poi ha subìto il dominio dei Mongoli, il governo dello Stato di Galizia-Volinia, del Granducato di Lituania, della Polonia e della Russia già nel corso del Settecento, è stata occupata dai tedeschi nel 1941 e ripresa dall’Armata Rossa sovietica nel 1943.

L’indipendenza acquisita nel 1991 con la disgregazione dell’impero sovietico ha restituito piena sovranità allo Stato, ma il russo è la lingua madre di milioni di abitanti in Ucraina, seconda lingua ufficiale e la più parlata in vaste aree del Paese, specie sud-orientali (qui con valori come lingua preferita compresi tra l’80 e il 90%); è la prima anche nella capitale.

La situazione sembra pertanto invitare a considerare tanto Kiev quanto Kyjiv endonimi e come tali di pari prestigio politico e sociale. La scelta di un parlante italiano, o comunque non locale, potrebbe essere quella di ricorrere all’uso di entrambe le forme, almeno la prima volta che in un testo si citi il nome, ponendole in qualsiasi ordine e separandole a seconda delle preferenze con barra obliqua, trattino o chiudendo tra parentesi l’una o l’altra.

Grosso modo questa è la soluzione adottata in uno degli Stati in cui la lingua nazionale e le lingue delle comunità autonome maggiormente confliggono, la Spagna. La castiglianizzazione dell’epoca franchista e la successiva decastiglianizzazione hanno portato all’uso locale del galiziano (o gallego), del catalano, del basco, dell’asturiano; ed è normale leggere, citando una manciata di esempi a caso, Lleida-Lérida in Catalogna, Uviéu-Oviedo nella Asturie, A Corunha-La Coruña in Galizia, Bilbo-Bilbao, Gasteiz-Vitoria (doppio nome) o Donostia/San Sebastián nei Paesi Baschi (la barra obliqua segnala che è possibile usare ufficialmente ciascuna delle due forme, a seconda del contesto linguistico).

Ma, tornando all’Ucraina, non è del tutto vero che una soluzione differente si presterebbe automaticamente a un’interpretazione politica. Infatti l’uso degli esonimi è ampiamente approvato dalla comunità internazionale. Nessun italiano vorrebbe costringere un tedesco a rinunciare a scrivere Rom o Mailand o un francese a evitare Florence o Venise. Il fatto è che alcuni toponimi non adattati hanno assunto, per conoscenza attiva e passiva dei parlanti, un valore che potremmo definire facente funzione di esonimo pur trattandosi di endonimi: gli italiani dicono Bonn o Washington, Rio de Janeiro o Amsterdam senza avvertire questi toponimi come estranei al proprio idioletto e senza pensare a un possibile adattamento. In tale chiave, e in via subordinata, la dizione Kiev potrebbe essere allora utilizzata (come in effetti è nella realtà) senza eccessivi scrupoli. Così come continuiamo a dire Moldavia o Bielorussia per Paesi, anch’essi ex sovietici, che pure chiedono agli stranieri di usare Moldova e Belorussia.

Enzo Caffarelli

24 gennaio 2020


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