Ottundere, ottuso, ottusità

Un lettore chiede se sia corretto usare ottundo con il valore di aggettivo come per es. in “mi sento la testa ottunda” dove ottunda equivale a ‘ovattata, confusa’. Un altro lettore chiede se sia legittimo l’impiego del termine ottusaggine, che a lui risulta frequente ma che non trova nei dizionari di lingua.

Risposta

Fin dal Trecento esistono in italiano il verbo ottundere (dal latino obtundĕre), nei valori di ‘togliere o smussare la punta a qualcosa di acuminato’ e ‘privare della facoltà percettiva, intorpidire’, e l’aggettivo ottuso (dal latino obtusum), nel significato concreto di ‘non aguzzo, dalla forma arrotondata’ e in quello traslato di ‘sprovvisto di acume intellettuale’; occasionalmente il significato dell’aggettivo può essere riferito al senso dell’udito (detto di un suono ‘non acuto, sordo’) e a quello del gusto (di un sapore ‘non aspro, dolciastro’, cfr. TLIO).

Non esiste invece l’aggettivo ottundo ipotizzato nel quesito, dove è esemplificato con la frase “mi sento la testa ottunda”. Per riferirsi all’ottundimento mentale si dovrà quindi ricorrere ad altri aggettivi: si potrà dire, ad esempio, testa confusa, appannata, offuscata, intorpidita, obnubilata, mentre sarebbe meno adatto ottusa, che generalmente non fa riferimento a una condizione transitoria, come quella evocata dalla frase, ma indica una qualità permanente. Nei secoli passati, tuttavia, ottuso poteva indicare anche una condizione momentanea nel significato di ‘affaticato dallo sforzo mentale’, come nei seguenti esempi sette-ottocenteschi ricavabili dal GDLI: “Il nostro ingegno per lo troppo studiare solitariamente si rende talora ottuso e confuso e da tenebre di difficultà, che in istudiando insorgono, inviluppato” (Anton Maria Salvini [1653-1729], Discorso XX: Che cosa giovi più allo studio o la privata diligenza o la conferenza, in Discorsi scelti, Parma, Fiaccadori, 1844, p. 126); “Non sto bene. Non già che io stia male. Ma ho ottusa la testa, la volontà, la vita” (Giosue Carducci, Amarti è odiarti. Lettere a Lidia, 1872-1878, a cura di Guido Davico Bonino, Milano, R. Archinto, 1990, p. 139).

Il secondo quesito riguarda l’esistenza del sostantivo derivato ottusaggine. Dall’aggettivo ottuso si è formato in primo luogo il sostantivo ottusità, con esempi fin dal Seicento (cfr. GDLI): la parola compare oggi prevalentemente nel senso figurato di ‘scarsa sensibilità’ o di ‘assenza di acume, modesta intelligenza’, ma può avere anche significati concreti, come ‘l’essere poco tagliente o aguzzo’ (l’ottusità di una lama) o, nel linguaggio medico, ‘riduzione o assenza di risonanza’; si parla di ottusità cardiaca o epatica in riferimento al suono prodotto dalla percussione degli organi e registrato dal medico attraverso l’auscultazione.

Se ottusità è attualmente il sostantivo derivato da ottuso di impiego più comune, con lo stesso valore esistono o sono esistite anche altre formazioni: nei secoli passati ottusezza ‘scarsità di acume’, attestato in Lorenzo Magalotti (1637-1712; “l’ottusezza dell’umana comprensiva”, in Lettere contro l’ateismo, 5 voll., Venezia, Francesco Andreola, 1837-1838, vol. II, 1837, p. 140) e già considerato arcaico dal Tommaseo-Bellini (1861-79), e ottusione ‘ottundimento delle facoltà mentali’, attestato in Francesco Redi ([1626-1698]; “Si querela della gravezza ed ottu­sione di testa che non le permette lo applicare a’ soliti e consueti lavori”, Consulti medici, in Opere, 9 voll., Milano, Tip. de’ Classici italiani, 1809-1811, vol. IX, 1811, p. 329; cfr. GDLI); nell’italiano contemporaneo ottusaggine, di cui si trovano esempi fin dall’Ottocento (a partire da “ottusaggine di mente” in Leopoldo Biaggi, Trattato del cholera-morbus e delle malattie affini, Padova, Bianchi, 1855, vol. III, p. 138) e che continua ad avere una certa circolazione col valore di ‘assenza di acume’, sebbene non sia di norma registrato dai vocabolari dell’uso (manca, ad esempio, in Devoto-Oli 2025, Zingarelli 2025, Treccani 2022).

Dal momento che non sembrano esistere differenze semantiche tra il più comune ottusità e il più raro ottusaggine, ci si può chiedere per quale ragione quest’ultimo continui a circolare (se ne trovano migliaia di esempi nella rete). Si possono indicare due motivi: rispetto a ottusità, che presenta anche valori concreti, ottusaggine non ha altre accezioni e si riferisce in modo esclusivo alla sfera dell’intelletto; in secondo luogo, la parola rientra in una serie ben riconoscibile di sostantivi in -aggine che descrivono comportamenti o tratti caratteriali, come cocciutaggine, testardaggine, dabbenaggine, balordaggine, ciucaggine e cafonaggine, serie che appare piuttosto produttiva, prestandosi anche a formazioni scherzose come coattaggine e tamarraggine.

Emiliano Picchiorri

11 marzo 2026


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