Perché a Firenze la ginnastica si fa in toni?

Per rispondere a chi ci chiede quale sia l'origine della voce toni, usata a Firenze per indicare la tuta da ginnastica, riportiamo alcuni passi dell'articolo Un pagliaccio di nome Antonio, di Ornella Castellani Pollidori, apparso sulla rivista "Studi Linguistici Italiani" (vol. X, n.s. III, fascicolo 1, anno 1984, pp. 121-130). 

Risposta

Perché a Firenze la ginnastica si fa in tòni?

 

«M'è capitato di citare dal quotidiano fiorentino La Nazione del 9 giugno 1920 un brano giornalistico in cui ricorre il termine tony: "...quando mi vedrai vestito con un "tony" di tela turchina, né più né meno elegante di un motorista..." [...]. Oggi a Firenze questo medesimo vocabolo è adoperato comunemente (accanto a tuta, che sussiste come variante minoritaria), per designare la particolare tenuta in tessuto morbido – in genere composta di casacca e pantaloni – che ormai tutti, ragazzi e adulti, usano per l'attività sportiva (mentre solo tuta continua a chiamarsi quella dell'operaio, e così pure son tute quelle degli sciatori o degli astronauti).


Il fatto singolare è che tale nome d'indumento, ormai perfettamente insediato nell'uso corrente fiorentino, risulta invece sconosciuto alla stragrande maggioranza degl'Italiani, ritrovandosi solo in qualche zona dell'Italia settentrionale e sconosciuto addirittura alla massima parte dei Toscani stessi [...]»(p. 121).

Dopo questo esordio, Castellani Pollidori passa in rassegna i dizionari etimologici notandovi la quasi totale assenza del termine, con poche eccezioni: nel Prontuario etimologico della lingua italiana di Bruno Migliorini e Aldo Duro (19532) appare "toni (pagliaccio) dal nome proprio Antonio", mentre nel DEI (vol. V 1957) si registra la voce piemontese toni che vale 'babbeo', affiancandola ad altre voci dialettali della penisola derivate dal personale (An)tonio che ugualmente valgono 'sempliciotto, balordo'.
L'autrice fa così il punto: «appurato che toni nasce dall'antroponimo Antonio, e che può significare sia 'pagliaccio' che 'babbeo' [...] non abbiamo però trovato traccia dell'indumento battezzato toni (o tony che sia: ma che, diciamolo subito, non è)» (p. 121 e sg.).

Ora è la volta dei dizionari di lingua, i quali non aggiungono molto a quanto già detto. Per avere una "traccia" utile bisogna risalire al Dizionario della lingua italiana di Alessandro Niccoli, pubblicato nel 1961, che alla voce toni riporta: "Poco com. 1) Pagliaccio. Fig. Persona sciocca; semplicione. 2) Est[ensivamente] Indumento infantile o femminile che riunisce camicia e calzoni; tuta, pagliaccetto". Precedentemente, nel suo Dizionario linguistico moderno (1956), Aldo Gabrielli scriveva che il termine toni deriva dall'abbreviazione del nome proprio inglese Anthony "che si dà ai pagliacci da circo, e si usa nel sign. di pagliàccio, o anche, apparendo codèsti pagliacci nella parte di sciocchi e di semplicioni, nel significato di sciocco, sempliciotto, semplicione... [...]. Si chiama anche tòni quélla sopravvèste che unisce in un sol pèzzo camiciòtto e brache, ed è portata dagli operai, dagli aviatóri e sim.: per somiglianza con la veste bracalóna dei pagliacci". Pochi anni prima, nel 1952, era stato Angelico Prati, nel suo Prontuario di parole moderne a registrare toni come "pagliaccio (dei circhi); abito degli automobilisti". Così, andando ancora indietro negli anni, l'autrice rintraccia la prima attestazione che ci riconduce all'epoca dell'articolo della Nazione citato in apertura: nella seconda edizione (1923) del Dizionario moderno di Alfredo Panzini (nella prima, del 1905, c'erano solo il valore di 'pagliaccio' e quello di 'semplicione' visto che il pagliaccio "fa lo stupido di mestiere"), tony (con variante grafica toni) indicava anche "l'àbito unito, o scafandro, degli automobilisti, per simiglianza con la veste larga dei pagliacci".
Ornella Castellani Pollidori può concludere: «Eccoci dunque al tony attestato dalla Nazione del '20» (p. 124).

Resta aperta la questione della «tesi della provenienza dall'inglese [...] condivisa da una nutrita serie di lessicografi» (p. 123) su cui si basa la grafia tony, che abbiamo visto contestata dalla studiosa già in apertura. La tesi dell'anglismo è avallata dalla presenza nell'Oxford English Dictionary di «un Tony col senso di 'a folish person; a simpleton'; sennonché il lemma è contrassegnato con la mortuaria crocetta che vale "obsolete", e le attestazioni non spaziano al di fuori dei secc. XVII e XVIII».
L'autrice aggiunge: «Allora, come si può realisticamente immaginare che una voce inglese che risulta desueta già nell'Ottocento [...] abbia potuto dar luogo in epoca recente a un prestito in italiano?
C'è piuttosto da considerare che toni, nel senso di 'semplicione' e talora anche di 'pagliaccio', è ben vivo nei dialetti dell'Italia settentrionale». Dopo aver esaminato le attestazioni per il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e il Friuli rintracciabili nella lessicografia dialettale, conclude: «Direi che i dati raccolti sono sufficienti per reintegrare il presunto anglismo toni (alias tony) nel patrimonio lessicale italiano» (p.125).
È stato nelle regioni del nord Italia che toni ha assunto il significato di 'tuta da operaio' e successivamente, «Dal Settentrione, ma forse soprattutto dal Piemonte e da Torino (che già voleva dire F.I.A.T.), il vocabolo, che lassù si usava per designare le tuta da meccanico e da automobilista, poté infiltrarsi per esempio in Toscana, sulla scia degli entusiasmanti "bolidi" a quattro ruote. È immaginabile che alle orecchie fiorentine, avvezze a Tonio, ma non a Toni, il termine dovesse suonare forestiero. E dato l'accento (che escludeva il francesismo), toni poté sembrare voce inglese, e venne perciò naturale scrivere tony (come si legge nella Nazione del '20)» (p. 126).

Ricondotte le origini del termine alla penisola italiana, o meglio alla sua area settentrionale, e stabilitane la grafia corretta, a Castellani Pollidori resta da chiarire il motivo per cui toni sia usato per indicare la 'tuta sportiva' proprio e solo nell'area circoscritta della città di Firenze.

«È certo che lo pseudo-anglismo toni non riuscì ad attecchire ovunque e a diventare voce dell'italiano comune, perché si trovò ben presto la strada tagliata dal neologismo [...] tuta, [...] che si andava imponendo [ndr: anche tuta è datato 1920] nel significato che era appunto il medesimo di toni, e cioè 'tuta da meccanico'. Di fronte all'avanzata vittoriosa di tuta in ogni regione d'Italia, l'area di toni dovette ridursi progressivamente a quelle che erano state le sue zone d'origine. Ma inaspettatamente, proprio a Firenze, patria della tuta, ecco che allo schiudersi degli anni Sessanta comincia a circolare toni con un significato preciso e nuovo: quello di 'tuta da ginnastica'. Che cos'è accaduto?
È accaduto che è entrato in commercio l'oggetto in questione. A prodotto nuovo, nome nuovo, come sa la migliore tecnica pubblicitaria [...]. E così qualcuno – fosse il ricordo del toni a suo tempo sconfitto da tuta, o la cognizione del settentrionalismo toni 'tuta' – pensò esser toni il nome ideale per il prototipo sportivo che si voleva lanciare. Il termine aveva le carte in regola non solo sul piano semantico, ma anche su quello fonetico: bisillabo semplice (al pari di tuta), quindi facile a pronunciarsi e a ricordarsi.
Il toni indumento ebbe subito successo [...]; ed insieme all'indumento ebbe successo il nome. Certo anche per quella risonanza esotica che la i (= y) finale gli conferiva. Sicché da circa una generazione [ndr: ormai più di una] scolari e studenti fiorentini, colle rispettive famiglie, chiamano di norma toni la montura indispensabile per le lezioni di ginnastica» (p. 128 e sg.). 

 

A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
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16 maggio 2014


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