Proattivo, un’“americanata”?

A un lettore l’aggettivo proattivo sa di “americanata” aziendalistica e perciò è in dubbio se utilizzarlo; un altro ha dubbi su una costruzione specifica in cui ha visto utilizzare la parola.

Risposta

Il primo dei lettori ha colto nel segno. L’aggettivo proattivo, nel suo senso corrente che egli senza dubbio aveva in mente, infatti, è entrato in italiano pochi decenni fa proveniente dall’America. Nel GDLI è registrato nel Supplemento 2009, con un primo esempio tratto da “L’impresa Ambiente” del maggio 1993: “L’approccio proattivo fa vincere l’impresa”. In realtà, se ne può retrodatare l’uso almeno all’inizio degli anni Ottanta:

Un approccio proattivo al problem solving consiste nel cogliere nuove opportunità o trovare dei modi per migliorare continuamente le circostanze attuali. (Pippo Ranci, Gianni Cozzi, Energia elettrica: tariffe e controllo della domanda, Milano, Francoangeli 1981, p. 47)

Il Nuovo De Mauro definisce bene l’aggettivo in questo senso come “che agisce in anticipo per prevenire futuri problemi, bisogni e cambiamenti”. L’aggettivo si è convertito prontamente in una parola di moda che non può mancare in un curriculum, come quello di una candidata che, oltre ad essere “proattiva e dinamica”, ha “intelligenza emotiva e capacità di adattamento a diverse situazioni” nonché “forti doti relazionali” e che si dice “motivata da sfide e nuovi progetti”. Se qualcuno, come apparentemente il nostro lettore, ha un’avversione istintiva per parole di moda del genere, non sarò io a cercare di dissuaderlo. Basta aspettare un po’ e le parole di moda finiscono per essere vittime del proprio successo, banalizzandosi e logorandosi per l’uso inflazionato.

Nel senso indicato, proattivo è dunque un anglicismo (un americanismo, per essere precisi), diffuso in Italia attraverso la letteratura aziendalistica di divulgazione. Non l’origine, ma il successo della parola è attribuibile al best seller The seven habits of highly effective people (1989) dell’americano Stephen R. Covey, libro che ha venduto oltre 40 milioni di copie ed è stato tradotto in 40 lingue, fra le quali si trova anche l’italiano (7 regole per avere successo, trad. di Barbara Calvi, Milano, FrancoAngeli, 2003). La prima regola di Covey è appunto: “Sii proattivo!” (“Be proactive”, nell’originale americano). Come spiega l’autore stesso nella sezione 1.3 del libro, intitolata «Definiamo la “proattività”», il concetto è desunto dall’opera dello psichiatra viennese Viktor Frankl, mentre il termine − proactivity in inglese – proviene dall’uso aziendalistico dell’epoca:

In discovering the basic principle of the nature of man, Frankl described an accurate self-map from which he began to develop the first and most basic habit of a highly effective person in any environment, the habit of proactivity.
While the word proactivity is now fairly common in management literature, it is a word you won’t find in most dictionaries. It means more than merely taking initiative. It means that as human beings, we are responsible for our own lives. Our behavior is a function of our decisions, not our conditions. We can subordinate feelings to values. We have the initiative and the responsibility to make things happen. (Stephen R. Covey, The seven habits of highly effective people, pp. 70-71 dell’edizione inglese uscita a Londra presso Simon & Schuster nel 1992)

Nella scoperta del principio chiave della natura dell’uomo, Frankl descrisse un’accurata mappa redatta da lui stesso, in base alla quale cominciò a sviluppare la prima e fondamentale regola di una persona efficace, in ogni ambiente: la regola della proattività.
Anche se questa parola è oggi comune nella letteratura di tecniche manageriali, qualche difficoltà in più l’avremmo nel cercarla sui comuni dizionari. Significa qualcosa di più del semplice prendere l’iniziativa. Significa che, come esseri umani, noi siamo responsabili della nostra vita. Il nostro comportamento è una funzione delle nostre decisioni, non delle condizioni in cui viviamo. Noi possiamo subordinare i sentimenti, le sensazioni, ai valori. Noi abbiamo l’iniziativa e il senso di responsabilità necessari per far sì che le cose accadano. (Stephen R. Covey, Le 7 regole per avere successo, Milano, FrancoAngeli 2003, p. 66)

L’antonimo di proattivo in Covey è reattivo, reactive in inglese. Caratterizza persone il cui comportamento è determinato dall’esterno:

Le persone proattive non sono meteoropatiche: se piove o splende il sole non fa differenza. […] Le persone reattive sono influenziate anche dal loro ambiente sociale, dal ‘tempo sociale’. (Ibid., p. 67)

Questa terminologia, come indica lo stesso Covey, era già usuale nella letteratura aziendalistica di lingua inglese, che lo avrà preso dalla letteratura psicologica (cfr. «The common counterargument holds that “secondary reinforcement” somehow miraculously sustains all the proactive goal-seeking of a mature person» [La comune controargomentazione sostiene che il "rinforzo secondario" in qualche modo, miracolosamente, sostenga tutta l'attività proattiva di perseguire obiettivi di una persona matura", traduz. nostra], Gordon Allport, The open system in personality theory, 1960, panarchy.org).

Il Nuovo De Mauro data proattivo al 1972 (la stessa datazione è fornita per proattività), ma senza indicare a quale dei due sensi dell’entrata si riferisce la data. Si tratta probabilmente di un senso tecnico usuale in psicologia, ma ignoto al grande pubblico, che trovo già attestato in italiano nel 1958: “inibizione proattiva e retroattiva” (Ornella Andreani Dentici, Esperienze psicologiche nella scuola, Milano, Ceschina 1958, p. 264), data, questa, riportata anche nel Nuovo Devoto-Oli online, che però data il derivato proattività al 1988). Anche questo senso tecnico proviene dalla lingua inglese. L’Oxford English Dictionary (OED) infatti definisce proactive inhibition, espressione attestata dal 1933, come inibizione “[t]hat affects subsequent learning, or the remembering of what is subsequently learned” [‘che influenza l'apprendimento successivo, o il ricordo di ciò che viene appreso in seguito] e il suo antonimo, retroactive inhibition, come “[t]he inhibiting effect on recall that can be produced by subsequent learning of a similar kind” [l'effetto inibitorio sul ricordo che può essere prodotto da un apprendimento successivo di genere analogo]. In questo senso tecnico, proattivo è dunque l’antonimo di retroattivo, mentre l’antonimo nel senso corrente discusso sopra, come abbiamo già visto, è reattivo. Proattivo nel senso tecnico è stato foggiato per sostituzione di prefisso sul modello di retroattivo, parola che risale addirittura al latino moderno dei giuristi, i quali già nel Cinquecento utilizzavano retroactivus, -a, -um nel senso ancora usuale in giurisprudenza (“Collationes iuris Regaliae, debent fieri sub uera data, non sub retroactiua uel antidata”: Arnulphum Ruzaeum [Arnoul Ruzé], Tractatus iuris Regaliae, … Parisiis, apud Galeotum a Prato, 1551, p. 151).

Un altro lettore si è imbattuto in un documento di lavoro nel seguente sintagma verbale: “capacità di agire in maniera proattiva ai mutamenti del contesto e agli shock esterni”. Trova che agire non tolleri la preposizione a, e ha ovviamente ragione: si può reagire a una situazione, ma non *agire a una situazione. Ha senz’altro anche ragione quando pensa che l’uso di agire invece di reagire sia stato dovuto all’intenzione di evitare la contraddizione insita nell’espressione *reagire in maniera proattiva. Il sintagma agrammaticale *agire in maniera proattiva ai mutamenti sarà nato come incrocio involontario fra agire in maniera proattiva e reagire ai mutamenti.

Franz Rainer

27 luglio 2026


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