Socquatto è una parola della lingua italiana?

Molti utenti chiedono se nella lingua italiana esista la parola soqquatto, usata soprattutto nella locuzione di soqquatto, per intendere un’azione compiuta di nascosto, furtivamente o senza produrre alcun rumore. 

Risposta

 

Socquatto è una parola della lingua italiana?

 

Soqquatto non figura (neppure nella grafia “regolarizzata” che abbiamo messo nel titolo) nel lemmario di nessun dizionario italiano e appartiene quasi esclusivamente alla lingua parlata, dove compare nella locuzione di soqquatto, di cui si trovano sporadiche attestazioni in rete e rarissimi esempi anche in testi scritti (peraltro tutti molto recenti). Eccone un paio di esempi: “si dilata / entra di soqquatto / e s’estende a dismisura” (Domenico Cerone, Silenzio atomico in Una foglia che cade, Lulu.com, Raleigh - North Carolina, USA , 2009), “Mi si poneva uno dei grandi interrogativi che, di soqquatto, percorrono le nostre vite di tutti i giorni” (Nadia Morbelli, La strana morte del signor Merello, Giunti, Firenze, 2014).

Sembrerebbe dunque che soqquatto sia una parola di formazione relativamente recente; quanto alla sua circolazione, è prevalentemente toscana: la locuzione di socquatto risulta infatti presente nel Vocabolario del fiorentino contemporaneo, che la spiega nel senso di “con circospezione, di nascosto”. L’Atlante Lessicale Toscano ne documenta una notevole distribuzione su tutta la regione delle varianti soqquatto, songuatto e sogguatto con una netta prevalenza della seconda forma e nelle province di Grosseto, Siena, Arezzo e, in parte, Livorno.

 

di soqquatto

 

di songuatto/sogguatto

Solitamente in italiano si ricorre alla parola soppiatto e alla locuzione di soppiatto per indicare un comportamento furtivo e silenzioso; appare però immediatamente evidente la contiguità sia formale che semantica di soppiatto e soqquatto sull’asse paradigmatico: i due termini sono cioè molto vicini e “si somigliano” per forma e significato. È una contiguità tale che merita un approfondimento.

Soppiatto etimologicamente è composto dal prefisso so‑ e dall’aggettivo piatto nella antica, e oggi scomparsa, accezione di “nascosto, appiattato, acquattato”. L’uso aggettivale di soppiatto è datato dal DISC e dal GRADIT alla fine del XV sec., ma è comunque assai raro; tra i pochissimi esempi, segnalo il seguente: “ch’egli stette al confino (alla quiete dicev’egli) di Rodi, altro mai che ire, infinite e soppiatte libidini mulinato” (B. Davanzati, Opere di Cornelio Tacito tradotte in volgar fiorentino, 1580‑1603 nell’edizione Remondini, Bassano, 1790). Soppiatto oggi è usato quasi esclusivamente nella locuzione di soppiatto, che è attestata in letteratura fin dal Trecento: “come di soppiatto punge altrui” (Guido da Pisa, Declaratio, 1328), “rubando di soppiatto e di notte e quando non si può vedere” (Chiose falso Boccaccio, Inferno, 1375).

Il prefisso so‑ (< lat. sŭb) non è più produttivo nella lingua contemporanea, ma è presente in una quarantina di parole tuttora in uso, con valore attenuativo (sobbalzare, socchiudere, soffermare) o locativo (soppalco, sostrato); come si vede dagli esempi, provoca regolarmente il raddoppiamento della consonante iniziale della parola cui si premette (cfr. M. Grossmann, F. Rainer (a cura di), La formazione delle parole in italiano, Tübingen, Max Niemeyer, 2004, pp. 124, 125, 134, 153).

Quatto deriva dal latino coāctum ed è un aggettivo che indica lo stare in una posizione rannicchiata, accucciata, raggomitolata, per non farsi sentire o vedere; si usa spesso iterato nella forma quatto quatto. Anche per questo lemma le attestazioni sono molto antiche, come ad esempio: “O tu che siedi / tra li scheggion del ponte quatto quatto, / sicuramente omai a me ti riedi” (Dante, Commedia, Inferno, XXI, vv. 88‑90).

 

È probabile dunque che i parlanti, agevolati dalla somiglianza formale e semantica, abbiano sovrapposto a un lemma desueto dal significato non più trasparente (come piatto nel senso di ‘nascosto’) uno tuttora molto vitale ed espressivamente connotato (quatto), dando così vita a un nuovo lemma con un processo simile a quello proprio della paretimologia. Quest’ultima consiste nell’azione, compiuta dai parlanti, di accostare parole non trasparenti a parole appartenenti a famiglie lessicali comuni o di uso più frequente.

 

Relativamente alla resa grafica (soqquatto, socquatto, songuatto,sogguatto) si osservano incertezze e oscillazioni dovute agli allografi del nesso labiovelare /kw/, ossia ai diversi grafemi (segni e combinazioni di segni) usati per rendere nello scritto un determinato fonema. In italiano il nesso labiovelare sordo /kw/ ha due realizzazioni grafiche, dovute principalmente a ragioni di tipo etimologico: <cu> e <qu>, come, rispettivamente, in cuore e quadro; invece per rappresentare il nesso di grado intenso si usa quasi esclusivamente <cq>, come in acqua, mentre <qqu> rappresenta un’eccezione, ristretta ai casi di soqquadro, beqquadro. Quando invece si rappresenta il nesso labiovelare sonoro /gw/ si usa il digramma <gu> (guardare) e, nel caso in cui il suono sia intenso, la <g> si raddoppia (ragguaglio).

 

Si può affermare in conclusione che soqquatto oggi è una forma presente e vitale nel parlato (specie in Toscana), ma, sebbene sembri essere un po’ in espansione, non si è affermata nello scritto e nei registri più formali e sorvegliati della lingua.

 

Laura Eliseo

 

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