Un lettore chiede se, nell’enunciato “figlio di madre lasciva” (ricorrente in un testo del quale, purtroppo, non sono stati indicati gli estremi), l’aggettivo lasciva possa essere interpretata come ‘dal comportamento incurante, negligente, sciatto, trascurato’. Altri lettori chiedono chiarimenti su ulteriori significati dell’aggettivo in questione nonché sulla sua etimologia in relazione al sostantivo lascivia e alla sua rara forma parallela lascività tenendo conto dei rapporti di tali forme con i loro antecedenti latini: lascīvus, -a, -um; lascīvia, -ae; lascīvitas, -ātis.
La risposta ai quesiti sopra indicati è articolata in quattro paragrafi: nel primo si descrive, per sommi capi, la vicenda linguistica dell’aggettivo lascivo, dei connessi sostantivi lascivia/lascività e dei loro semantismi; nel § 2. si richiamano attestazioni e semantismi dei loro antecedenti latini lascīvus, -a, -um; lascīvia, -ae; lascīvitas, -ātis; nel § 3. si segnala la loro (fortemente probabile) etimologia e, infine, nel § 4., si riprendono, in forma riassuntiva, i punti essenziali di quanto esposto nei paragrafi precedenti in merito ai semantismi dell’aggettivo lascivo.
1. Va innanzi tutto segnalato un dato piuttosto interessante – e che, peraltro, può senz’altro valere quale risposta al primo dei quesiti sopra indicati – e cioè che l’aggettivo lascivo, nel valore di ‘incurante, negligente, sciatto, trascurato’ si ritrova, e addirittura come unica accezione, nel Vocabolario degli Accademici della Crusca con tre indici delle voci (Venezia, appresso Giovanni Alberti, 1612 [d’ora in poi citato come Crusca 1612]) e poi, ancora, nel Vocabolario degli Accademici della Crusca pubblicato a sue spese dal purista Antonio Cesari (Verona, Ramanzini, 1806, vol. IV, K-O [d’ora in poi citato come Crusca 1806]): in entrambe tali autorevoli fonti l’aggettivo lascivo, glossato con “che ha lascivia”, viene riportato appunto nell’unica accezione di ‘sciatto, trascurato, disordinato’ sulla base, peraltro, di un’attestazione da Giovanni Boccaccio (1313-1373):
Giovanni Boccaccio, Decameron, Introduzione alla I giornata: Essi [sc. gli abitanti del contado … durante la pestilenza] così nelli loro costumi, come i cittadini, divenuti lascivi, di niuna loro cosa o faccenda curavano.
E però, nelle medesime due fonti, il sostantivo lascivia (ricondotto al latino lascīvia) appare glossato unicamente come “movimento disonesto di corpo, e d’animo dissoluto, procedente da intemperanza carnale”, definizione confortata da una citazione petrarchesca e, in senso metaforico, da un’altra attestazione di Anton Francesco Grazzini detto Il Lasca (1505-1584):
Francesco Petrarca, Trionfo d’Amore, I, 82: Ei nacque d’ozio e di lascivia umana, / nudrido di penser dolci soavi, fatto signor e dio da gente vana.
Il Lasca, Rime, XCIX, 12-14: Non offende le orecchie della gente / colle lascivie del parlar toscano / Unquanco, guari, mai sempre, e sovente.
Ma c’è dell’altro, e ugualmente interessante: oltre a lascivia, il già ricordato Crusca 1612 riferisce anche lascivanza, termine glossato come antiquato: tale termine appare ripreso pari pari anche da Crusca 1806 che riporta, oltre che lascivanza, anche lascività (e le sue varianti lascivitate e lascivitade). Di lascivanza, è riportata un’attestazione tratta dalla Somma del Maestruzzo (volgarizzamento del sec. XIV); di lascività ne è indicata un’altra tratta dal Volgarizzamento della Scala dei claustrali o del paradiso (sec. XIII; erroneamente attribuita a Sant’Agostino):
Somma del Maestruzzo, 2, 11, 6: Per questo l’uomo diventa inchinevole a’ vizj delle lascivanze.
Scala, S. Agost[ino]: S’egli ritorna alle sozzure de’ peccati, e alle puzzolenti lascivitadi del mondo.Ulteriori dati, tenendo conto di tutte le cinque edizioni del Vocabolario della Crusca (dalla prima del 1612 all’ultima del 1863-1923), sono rintracciabili consultando il prezioso sito Lessicografia della Crusca in rete da cui si ricava che l’aggettivo lascivo (m. s.) ricorre con 127 occorrenze, lascivi (m. pl.) con 66 occorrenze; lasciva (f. s.) con 88 occorrenze, lascive (f. pl.) con 77 occorrenze. L’aggettivo diminutivo lascivetto (m. s.) è testimoniato da 8 occorrenze, lascivetti (m. pl.) lo è da 7 occorrenze, mentre solo 4 sono le occorrenze di lascivette (f. pl.). Quanto al sostantivo lascivia (f. s.), esso ricorre con 139 occorrenze e lascivie (f. pl.) con 33 occorrenze; quanto alle varianti: lascività (f. s.) è attestata da 9 occorrenze, lascivitate (f. s.) lo è egualmente da 9 occorrenze, lascivitade (f. s.) da 5 occorrenze, lascivanza (f. s.) da 5 occorrenze e lascivanze (f. pl.) da 7 occorrenze. La forma avverbiale lascivamente ricorre 46 volte e, infine, il verbo lascivire è attestato da 33 occorrenze.
Quanto ad altre fonti, in Tommaseo-Bellini (1861-1874, vol. II parte II, 1969), l’aggettivo lascivo è glossato come “affine al latino aureo lascīvus; che ha lascivia” (con rinvio alla citazione boccacciana sopra menzionata) e a due ulteriori attestazioni tratte da Domenico Cavalca (1270-1342):
Domenico Cavalca, Pungilingua, II-260: Sempre è pericolo vedere le femmine vane e lascive.
Domenico Cavalca, Ivi, II-262: Vanno a collo steso … e con andamento ed incesso lascivio
Nella stessa fonte, e – testualmente – “in senso non reo”, è riportata un’attestazione di lascivo tratta da Ludovico Ariosto (1474-1533):
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, VI, 8: Per le spalle la chioma iva disciolta /e l’aura le facea lascivo assalto.
Il GDLI (vol. VIII, 1996), dell’aggettivo lascivo (del quale vengono registrate come antiquate, anche le varianti lascìvio/lassivo), segnala diversi valori semantici: oltre a “incline alla sensualità, alla dissolutezza, ai piaceri amorosi; lussurioso, dissoluto, carnale”, anche “che suscita o rivela sensualità, lascivia o eccitazione dei sensi; provocante, seducente, procace, voluttuoso” (e sono riportate le due citazioni tratte da Domenico Cavalca già sopra riferite). La stessa fonte documenta anche il valore dell’aggettivo lascivo come “che deriva o è dominato dagli stimoli dei sensi, della dissolutezza, della ricerca e dal desiderio del piacere amoroso, sensuale: la condotta, un atto, un sentimento, ecc.”, attestato da Giovanni Villani (1280-1348):
Giovanni Villani, Cronica, libro II, cap. 8: La falsa legge di Maometto, per lo vizio lascivo e largo della carnalità … corruppe … il paese d’Assiria, Persia … e molte altre province d’oriente.
Lo stesso GDLI (ibid.) registra lascivo, oltre che nel valore di “incurante, negligente” (sulla base della attestazione di Boccaccio [Decamerone, Introduzione alla I giornata] di cui si è detto poc’anzi), anche in quello di “trascurato, scomposto, negletto, scompigliato”. A questo proposito è riportata un’attestazione di Remigio Nannini (sec. XVI) tratta dalla sua traduzione/riscrittura delle Heroides di Ovidio e, specificamente, della Epistola di Saffo a Faone là dove il Nannini evoca un celeberrimo sonetto di Francesco Petrarca (Erano i capei d’oro a l’aura sparsi) nella descrizione dei biondi capelli della donna amata che, lasciati intenzionalmente spettinati onde creare uno studiato effetto naturale, andarono (gisser) a circondarne le guance in modo seducente e malizioso (lascivi):
Remigio Nannini, Epistole eroiche di Ovidio tradotte, ed. Parigi 1762, p. 109: I biondi capei, negletti ad arte, / gisser lascivi alle mie guance intorno.
1.1. Quanto ad altre e più recenti fonti, è interessante riferire che, a proposito dell’aggettivo lascivo, il valore di ‘trascurato, rilassato’ (confortato sempre dalla solita citazione boccacciana di cui si è detto sopra) è riportato solo dal VOLIT, (vol. II, 1986) e, come ‘noncurante’, anche da Tullio De Mauro nel Nuovo vocabolario di base della lingua italiana (da adesso NVdB, s.v.), unitamente ai valori di ‘che ha o mostra lascivia’ o di ‘piacevole, carezzevole’ (qualificato come antiquato e letterario) e, infine, di ‘scherzoso, festante, detto specialmente di animale che ama ruzzare’, forte quest’ultimo di un celebre luogo Dante (Paradiso, V, 82-84):
Non fate come agnel che lascia il latte / de la sua madre semplice e lascivo / seco medesmo a suo piacer combatte!
Il Garzanti1998 (vol. II) riporta l’aggettivo lascivo nei valori di “incline alla sensualità, alla dissolutezza” e di “che suscita o rivela sensualità; provocante, seducente, voluttuoso, detto anche di un gesto, un comportamento, un discorso, un aspetto”; il De Agostini-Gedea 2004 (vol. IV), ne riporta valori analoghi aggiungendovi anche quelli di “allegro, festante; vivace, irrequieto” (segnalati come antiquati e d’uso letterario); De Mauro (GRADIT 2007) riporta lascivo nei consueti valori di ‘che è incline alla sensualità licenziosa’ o di ‘che rivela propensione alla dissolutezza’ o di ‘piacevole, allettante’ o, ma come obsoleto e unicamente letterario, nel valore di ‘noncurante’ (con riferimento alla già menzionata attestazione boccacciana); il Piccolo Palazzi 2020 documenta lascivo nel solo valore di ‘lussurioso’. Il Sabatini-Coletti 2024 lo chiosa come “licenzioso, sensuale in modo incontrollato” e, come d’uso antico, anche come “vivace, scherzoso”; il Devoto-Oli 2024 documenta l’aggettivo lascivo segnalandone usi propri di un registro elevato e nei valori di “incline a sensualità eccessiva, a licenziosità incontrollata”, o di “che rivela lascivia”, “che ha per oggetto argomenti erotici”, “che induce a lussuria” (accanto a lascivétto, diminutivo., glossato come letterario, e a lascivire “comportarsi in modo lascivo”).
1.2. La vicenda linguistica dell’aggettivo lascivo non può essere scissa da quella del sostantivo lascivia e delle sue varianti lasciva/lassiva (marcate dal GDLI, vol. VIII, 1996, come dialettali e antiquate) significanti ‘dissolutezza, intemperanza, sfrenatezza’; anche in senso concreto ‘atto, gesto, comportamento lascivo, dissoluto’ come attestato da Nicolò de’ Rossi (1290-1348):
Nicolò de’ Rossi, Canzoniere, son. 260, vv. 1-3 (p. 152 dell’ ed. a cura di Furio Brugnolo, Padova, Antenore, 1974-1977, vol. I, 1974): Morte terribel, villana e superba, / fine di posa, principio di doglia, / sfrenata lassiva d’onni rea voglia
Nel valore di “disposizione alla sensualità; accentuata propensione alla licenziosità, alla dissolutezza, ai piaceri amorosi; e quindi di “istigazione alla dissolutezza, provocazione, procacità di gesti e di sguardi”, lascivia ricorre in Domenico Cavalca (1270-1342) e in Francesco Petrarca (1304-1374):
Domenico Cavalca, Medicina del cuore, ovvero Trattato della pazienza (p. 187, ed. Milano, Silvestri, 1838): Gli occhi sono da reprimere e raffrenare della lascivia della sua volontà, come rapitori e inducitori a colpa.
Francesco Petrarca, Trionfo d’Amore, I, 82: Ei nacque d’ozio e di lascivia umana, / nudrido di penser dolci soavi, fatto signor e dio da gente vana.
In senso concreto, lascivia è attestato, nel valore di “atto, gesto, comportamento lascivo foriero di sfrenatezza, sregolatezza, intemperanza, disordine; e quindi seduzione, lusinga, godimento, diletto”, in Boccaccio, in Ludovico Ariosto e Pietro Aretino (1492-1556):
Giovanni Boccaccio, Commento alla Divina Commedia, 2, 3, 1: D’alcuna altra cosa non parla che di suoi innamoramenti e di sue lascivie usate con una giovane amata da lui.
Ludovico Ariosto, Cassaria, atto V, sc. II: Crisobolo: […] Io en la tua etate ero sempre a lato del tuo avo … e lo aiutavo ad ampliare el patrimonio, che tu, prodigo e bestiale, con la tua lascivia cerchi consumare e struggere.
Pietro Aretino, Lettere [1537-1555] (Parigi, presso Matteo il Maestro, 1609, vol. III, p. 233): A la fine accettarla nel numero delle tolte da le lascivie del mondo e consegnate a la salute del paradiso.
Infine, in senso concreto e quindi nel significato di “incuranza, negligenza, errore; risultato di rilassatezza di costumi”, lascivia si ritrova in Melchiorre Delfico (1744-1835):
Melchiorre Delfico, Memoria per la conservazione e riproduzione dei boschi nella provincia di Teramo (in Opere, a cura di Giacinto Pannella e Luigi Savorini, Teramo, Fabbri, 1901-1904, vol. IV, 1904, pp. 335-362: p. 357): Le violazioni che succedono frequenti fra noi delle altrui proprietà sono gli effetti d’incuria, di lascivia, della piccola rapina, della mancanza di rispetto alle proprietà.
1.3. L’aggettivo lascivo e il sostantivo lascivia sono, di fatto, sicuri latinismi piuttosto ben acclimatati nel quadro del lessico italiano come ben mostrano, oltre che i dati riportati dal citato GDLI, anche le voci lascivia, lascivo, lascivire, lascivétto registrate nel Devoto-Oli 2024, dove l’aggettivo lascivo è considerato come appartenente a un registro elevato nei valori di “incline a sensualità eccessiva, a licenziosità incontrollata”, “che rivela lascivia”, “che ha per oggetto argomenti erotici”, “che induce a lussuria”; e il diminutivo lascivétto è marcato come letterario, al pari di lascivire “comportarsi in modo lascivo”; Garzanti 1998 registra lascivia, lascivo (con il diminutivo lascivétto), e l’avverbio lascivamente.; VOLIT registra lascivia come “disposizione a una intemperante sensualità”, lascivire, letterario e raro nel valore di “abbandonarsi ad atti o piaceri di lascivia”, lascività, glossato come sinonimo raro di lascivia. Il De Agostini-Gedea riporta lascivia (accanto al solo avverbio lascivamente) nei significati di “disposizione alla sensualità” e, in senso concreto, di “atto, gesto comportamento lascivo”; nonché l’avverbio lascivamente nelle stesse accezioni riportate dal GDLI. Il GRADIT 2007 registra lascivia, voce glossata come “accentuata propensione alla sensualità e alla dissolutezza, atto o comportamento dissoluto”, accanto all’aggettivo lascivo, all’avverbio lascivamente e al verbo lascivire “abbandonarsi alla dissolutezza e alla lascivia” (ma nessuno di tali lemmi ricorre ovviamente nel NVdB; il Piccolo Palazzi (2020) registra unicamente lascivia, definita come “tendenza alla dissolutezza”, “atto, parola licenziosa, licenziosità”, accanto a lascivo nell’unica accezione di “lussurioso”. Il Sabatini-Coletti 2024 riporta lascivia come “inclinazione alla lussuria, sensualità eccessiva, impudicizia, libidine”, accanto a lascivire “avere un comportamento licenzioso, impudico” e a lascivo segnalandone la trafila semantica dal valore antico di “vivace, scherzoso” seguito poi a quello di “licenzioso, sensuale, lussurioso; che induce alla lascivia”.
2. Alla base dell’aggettivo lascivo e del sostantivo lascivia stanno, rispettivamente, l’aggettivo latino lascīvus, -a, -um e il sostantivo lat. lascīvia, entrambi attestati a partire dalla latinità classica: lascīvus, -a, -um (è in Cicerone e in altri autori) nel valore primario di ‘scherzoso, allegro, laborioso, sfrenato’:
Orazio, Ars Poetica, 107: ludentem lasciva verba decent [‘chi scherza deve usare parole allegre’]
Quintiliano, Institutio oratoria, X, I, 85, Lascivus in herois quoque Ovidius [‘ad Ovidio, anche nell’epica, manca il freno dell’arte’]
Nel valore di ‘licenzioso, osceno, lascivo’, lascīvus, -a, -um è proprio della latinità argentea (lo si ritrova in Marziale [sec. I-II]); sempre nella latinità argentea, e come termine tecnico della retorica, è attestato (da Aulo Gellio [sec. II]) anche nel valore di ‘affettato, lezioso, esageratamente ornato’:
Marziale, Epigrammi, III, 86: lascivi libelli [‘opuscoli licenziosi’]
Gellio, 12, 2: lasciva oratio est nimis compta et ornata [‘un’orazione affettata è troppo leziosa e ornata’]
2.1. Del tutto paralleli sono i valori semantici del sostantivo lascīvia: nel latino classico, e in senso positivo, lascīvia vale ‘gaiezza, allegria; tendenza a giocare’; in cattivo senso significa ‘sfrenatezza, insolenza, dissolutezza’ (per indicare l’opposto di continentia, modestia):
Livio Andronico, Fragmenta, 27, 4, 13: lascivia piscium [‘l’allegro guizzare dei pesci’]
Plinio, Epistolae, 9, 33, 9: hilaritas et lascivia [‘sfrenata allegria’]
Sallustio, Bellum Iugurthinum, 39: quos licentia atque lascivia corruperat [‘quelli che sfrenata insolenza aveva corrotto’]
Nel significato di ‘licenziosità, dissolutezza, sfrenatezza’ il termine in questione ricorre egualmente nella latinità argentea: lo si ritrova in Tacito (sec. I-II), in Marco Giuniano Giustino (sec. II-III); e, quale termine della retorica, in Quintiliano (sec. I) per indicare ‘affettazione dello stile’:
Tacito, Annales, XI, 13: theatralis lascivia populi [‘la sfrenatezza del popolo a teatro’]
Giustino, Historiarum Philippicarum Epitome, 1: oculorum lascivia [‘gli sguardi lascivi’]
Quintiliano, Institutio Oratoria, 2, 6, 22: est enim lascivia in oratione, quum scilicet intemperanti stilo quis utitur [‘quando qualcuno usa uno stile troppo lezioso, l’orazione diventa affettata’]
Nella latinità tarda, quale variante di lascīvia, ricorre anche lascīvitas, -ātis nel valore di ‘sfrenatezza’. Così la si ritrova in Giulio Firmico Materno (sec. IV):
Firmico Materno, Matheseos, l. I: Nec Asiana lascivitas sobria Jovis moderatione corrigitur [‘La sfrenatezza asiana neanche dalla saggia prudenza di Giove viene temperata’]
3. Quanto all’etimologia di lat. lascīvus (e quindi di lascīvia, lascīvitās, lascīvīre, lascīvē, lascīvībundus) – stando a quanto riportato dal Walde-Hofmann (vol. I, pp. 766-767), dallo Ernout-Meillet (vol. I, p. 342) e dal de Vaan (2008, p. 328) – è possibile ipotizzare una derivazione (morfologicamente parallela alla serie nocīvus < noceō e vacīvus < vacō) da una radice indeuropea *(s)leg- / *(s)ləg- / *(s)leng- (o in termini laringalistici: *lh2s-) che – attraverso una base proto-italica *lasko- (o *lh2s-ko-) – collegherebbe tali forme con lat. lāxus / laxāre e languēre. Possibili anche confronti con antico irlandese lainn (< *lh2s-n-) “sfrenato”; greco λιλαίομαι / lilaíomai < *li-las-je / *li-lh2s-je-) ‘desiderare ardentemente’ (cfr. anche ληνίς / lēnís ‘sfrenata [detto di una baccante]’); lituano loksnus ‘sensibile’ (< *lh2s-ko-n); russo lásyj ‘sfrenato > avido’ (< *lh2s-o-).
4. Tirando le fila di quanto esposto nei paragrafi precedenti – in merito ai quesiti posti dai cortesi lettori – si può concludere che:
Nota bibliografica:
Emanuele Banfi
24 giugno 2026
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Mercoledì 24 giugno la Biblioteca resterà chiusa per festività patronale.