Un'idea di unicità: l'idiosincrasia

Alcuni nostri lettori (Giulia C., Angelo M. da Valencia, Francesco P. da Chicago) avvertono uno scarto non facilmente decifrabile tra l'accezione corrente più comune di idiosincrasia (una singolare e spiccata 'avversione' per qualcosa o qualcuno) e il significato etimologico del termine; Stefano V. chiede se l'aggettivo più corretto per indicare chi è "affetto da idiosincrasia" sia idiosincratico oppure idiosincrasico.

Risposta

Nell'uso contemporaneo più frequente e comune il termine idiosincrasìa esprime una 'forte avversione per qualcosa o qualcuno', una 'ripugnanza esasperata', una profonda insofferenza fino a una 'forma di rifiuto assoluto, di incompatibilità radicale, di repulsione' (definizioni di Zingarelli 2020, Devoto-Oli 2020, Sabatini-Coletti 2008, accanto al significato specialistico medico). Questo impiego costituisce l'enfatizzazione negativa di un aspetto, ma non esaurisce l'ampio ventaglio semantico della parola, le cui origini vanno ricercate nel vocabolario filosofico-medico greco.

La vera arte della medicina mira all'individuazione della natura della persona malata; è, credo, ciò che molti medici chiamano idiosincrasia, e tutti concordano nel dire che è incomprensibile (Galeno, Methodus medendi, III, 7 = Kühn X, 209).

Il termine idiosincrasia è un prestito dal greco antico idiosynkrasía, parola composta dal prefisso idio- (dall'aggettivo ídios 'proprio, particolare, privato, personale', e anche 'distinto, singolare, insolito') e dal sostantivo sýnkrasis (con cambio di terminazione) 'mescolanza', 'temperamento'.

Il suo significato letterale era di 'mescolanza individuale (di umori)', 'particolare temperamento', 'costituzione', secondo la medicina umorale: se la discrasia è la disomogenea mescolanza degli umori che provoca la malattia, l'idiosincrasia è la peculiare condizione dell'organismo di un singolo essere umano, in cui la predominanza di un umore, senza arrivare a un disequilibrio patologico, determina tuttavia la predisposizione ad alcune malattie, l'aspetto fisico e caratteriale e condiziona i comportamenti individuali.

Galeno (129-199) attribuisce il termine alle scuole mediche rivali (la parola è attestata in Sorano di Efeso, medico esponente della scuola metodica, nella prima metà del II sec.), con le quali polemizza, perché trascurano le idiosincrasie dei singoli, inafferrabili, e falliscono nella cura, mentre il trattamento deve essere appropriato allo stato del paziente nella sua individualità.

Sugli umori e sulla salute è inevitabile l'influenza delle stelle, prevedibile però, secondo Tolomeo (ca. 90-168), attraverso codici precisi di interpretazione: per il prognostico è necessario conoscere le idiosincrasie, cioè i tratti di fondo, le caratteristiche naturali tipiche di ogni individuo.

Il termine è attestato, pur con una variante formale (idiosýnkrisis), anche nel trattato sui rimedi e antidoti contro i veleni (De venenis), oggi ritenuto spurio, ma tramandato spesso con i cinque libri della farmacopea di Dioscoride (I sec.), dove si parla di idiosincrasie corporee resistenti a certe sostanze venefiche.

Dopo sporadiche attestazioni, nel filosofo Sesto Empirico (II sec.) e nel medico Oribasio (IV sec.), le tracce della parola sembrano disperdersi nel passaggio, spesso per tramite arabo, alla latinità medievale, a vantaggio della nozione di complexio 'complessione', per indicare la natura psico-fisica di un individuo. Le rinnovate traduzioni umanistiche, direttamente dal greco, e i volgarizzamenti di Dioscoride, mostrano gli sforzi esegetici nella resa del termine con perifrasi e sinonimi.

È nel Cinquecento che il termine comincia a riapparire, nella traduzione di Thomas Linacre della Methodus medendi galeniana (Parigi, 1519): idiosyncrasia (in altro luogo del testo idiosyncrisia); alla fine del secolo è registrato nel dizionario greco-latino di termini medici di Bartolomeo Castelli (1598).

Attraverso il latino scientifico il termine giunge in italiano. Nel 1646 lo si trova nella traduzione italiana di un trattato sull'opobalsamo (resina vegetale adoperata nella preparazione della teriaca, un miscuglio di spezie, droghe e veleni ritenuto una panacea per tutti i mali): l'idiosincrasia, "particolare proprietà, e naturalezza", può spiegare gli effetti inconsueti e inattesi di certe essenze (Del vero opobalsamo orientale, pubblicato in latino nel 1640 e tradotto dal fiorentino Baldo Baldi, archiatra pontificio di Innocenzo X).

Il termine entra gradualmente nel linguaggio della medicina: Antonio Vallisneri (1661-1730), medico e scienziato con interessi naturalistici, parla più volte di "quella celebre idiosincrasia del nostro stomaco, riferita da Galeno, che odia sovente, e rigetta cose utilissime, e al nostro genere amiche, come se mortiferi veleni fossero, e brama altre comunemente nemiche".

Il vocabolo è inserito tra le Voci (lasciate fuori dal Vocabolario della Crusca) di Giovan Pietro Bergantini (1745) ancora come "temperamento, e proprietà dei corpi". Con il progressivo distacco dalla teoria degli umori assistiamo a un primo movimento semantico della parola: da 'condizione' particolare, specifica di un organismo e di un organo al significato di 'disposizione' (sfavorevole), di 'reattività' (patologica) a qualcosa. Sono i trattati e l'uso medico prima e i dizionari medico-scientifici poi a veicolare il secondo significato: nei repertori lessicali si comincia a intendere l'idiosincrasia come una "indisposizione particolare che determina in alcuni individui […] fenomeni differenti […] da quelli che accadono nel maggior numero degli uomini" (Dizionario classico di medicina interna ed esterna, o di chirurgia e d'igiene pubblica e privata, composto dai signori Adelon, Andral, Beclard et al., prima traduzione italiana [dal francese] di Mosè Giuseppe Levi, 1831-1840). Attestano già un significato analogo i dizionari di grecismi di Aquilino Bonavilla e Marco Aurelio Marchi (1819-1821) e del solo Marchi (1828-1829), il vocabolario Tramater (1829-1840) e il Panlessico italiano diretto da Marco Bognolo (1839), dove l'idiosincrasia è una "particolare organica avversione o suscettibilità a risentirsi per l'azione di certi agenti esterni, che per la maggior parte degli uomini sono invece utili e piacevoli". Insomma, la parola indica una irregolarità, un'incompatibilità sintomatica con certe sostanze (farmaci, veleni, alimenti), ed è usata in medicina come un nome generico per identificare tutte quelle malattie non altrimenti caratterizzabili clinicamente (e talora collegate ad affezioni psichiche). Nel corso del secolo il termine va progressivamente diffondendosi: è attestato nella quinta edizione del Vocabolario della Crusca (vol. 8, 1889) come "abito o costituzione propria e particolare di ciascun individuo, di qualche suo viscere, o risultante dall'organismo di esso", registrato nel Novo dizionario universale della lingua italiana di Policarpo Petrocchi (1887-1891) come "disposizione individuale a risentire di certi effetti e agenti", e definito nel Dizionario moderno di Alfredo Panzini (1905) ormai come "repugnanza organica ad un dato medicamento o anche alimento".

L'introduzione del concetto di allergia (1906) da parte del pediatra viennese Clemens von Pirquet, nei suoi studi sulla febbre da fieno, permette di comprendere meglio una serie variegata di fenomeni patologici, prima classificati come antipatie o idiosincrasie e ora interpretabili come manifestazioni allergiche. L'ipotizzato legame tra reazioni allergiche, idiosincrasiche e tratti psicologici individuali esagerati (fino allo squilibrio mentale) ha così ricondotto, per una parte del Novecento, a quadri clinici di idiosincrasia alcuni disturbi psichiatrici e ha mantenuto in uso il termine soprattutto nel vocabolario della psichiatria per indicare disordini depressivi, fenomeni di nevrosi o di insana fobia (idiosincrasia nevrotica, fobica).

Nel linguaggio medico moderno idiosincrasia ha assunto dunque per estensione il significato di ipersensibilità individuale, che provoca fenomeni imprevisti di irritabilità, di intolleranza. Ulteriori studi e scoperte sulle cause dei disturbi allergici hanno chiarito e delimitato l'ambito medico di uso del termine (classificato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1972 come "reazione avversa di tipo B", bizzarra e imprevedibile).

Con l'espressione idiosincrasia farmacologica (già isotossica) o farmacoidiosincrasia (drug idiosyncrasy o idiosyncratic drug reaction) si indica oggi in contesto medico la risposta anomala al trattamento con un farmaco che in soggetti normali risulta innocuo, non imputabile al sistema immunitario e dipendente da vari fattori. Nella comunicazione divulgativa e nel linguaggio comune l'accezione resta sempre piuttosto generica, così nei moderni dizionari dell'uso il tecnicismo medico è definito come "sensibilità patologica particolare di alcuni individui" (GRADIT) o "intolleranza organica verso particolari sostanze o medicinali" (Garzanti 2017).

Se è vero che l'individuo si accoppia di preferenza al suo contrario (la "legge della vita"), ciò nasce dal fatto che esiste un orrore istintivo di esser legato a chi esprime i nostri stessi difetti, le nostre idiosincrasie, ecc. La ragione è evidentemente che difetti ed idiosincrasie, scoperti in chi ci è vicino, ci tolgono l'illusione - prima da noi nutrita - che fossero in noi singolarità scusabili perché originali (Cesare Pavese, 21 maggio 1940, da Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Torino, Einaudi, 1952).

Veleni, allergie e altre fobie: è dunque attraverso una "deviazione" dell'accezione medica che il termine idiosincrasia fuoriesce dal linguaggio della scienza con il valore di 'avversione'.

In un'epoca nella quale trionfa il positivismo, il lessico tecnico-scientifico tracima nella lingua comune e penetra nei testi letterari: tra i primi autori a fare uso del termine, in senso figurato, è Giosue Carducci, che inveisce, in una vivace polemica letteraria, contro un critico "scambiante per principii d'arte universali le declamazioni d'una idiosincrasia liberale e civile" (Critica e arte, 1874). Tra l'ultima parte dell'Ottocento e il primo Novecento il vocabolo attrae non solo diversi scrittori e letterati (Vittorio Imbriani, Giuseppe Chiarini, Gian Pietro Lucini, Giovanni Papini ecc.), ma si diffonde anche nei giornali, che assorbono novità lessicali e le propagano, soprattutto in ambito politico-istituzionale: così "chi governa il paese sappia prescindere dalle personali ripugnanze e idiosincrasie" ("La Stampa", 13 settembre 1911).

Quest'uso più esteso del termine è subito recepito dai lessicografi: Petrocchi ne segnala i primi esempi d'uso letterario; Panzini registra che "la voce poi dai profani è spesso usata con estensione che si potrebbe ritenere abusiva se il trasportare al linguaggio comune le voci delle varie scienze non fosse un carattere delle lingue moderne".

Non manca chi ne avversa l'uso: Vittorio Bersezio, chiamando in causa l'idiosincrasia come elemento costitutivo della personalità artistica di Ermete Novelli, si trova costretto a chiedere perdono ai lettori per la "brutta parolaccia" ("La Stampa", 29 gennaio 1898). E, soprattutto, tra le parole prese di mira da Edmondo De Amicis nell'Idioma gentile (1905), "ce n'è una che vale per cento: l'idiosincrasia. Le declamazioni d'una liberale e civile idiosincrasia. C'è chi ne va matto".

Persa la sua originaria trasparenza semantica, il termine mantiene tuttavia l'aspetto esteriore di voce tecnica e colta, acquistando nell'uso nuove possibilità espressive: la parola ha fortuna perché è moderna, nevrotica e caleidoscopica. Anche se decisamente ostica: contenuta nel Dizionario delle parole difficili di Decio Cinti (1940), il suo uso metaforico si diffonde soprattutto nella seconda metà del secolo (Bruno Migliorini nel 1965 marcava il sostantivo come 'non popolare'), allentando il legame con la semantica medica. Nel 1982 Giovanni Nencioni*, allora presidente dell'Accademia della Crusca, trovandosi a soppesare l'uso di termini provenienti da discipline scientifiche e tecniche, notava come "certe preferenze sanno di pretenziosità scientifica e possono dispiacere: alludo a […] idiosincrasia o allergia invece di insofferenza, avversione, incompatibilità", "solenni sostituti" talvolta non compresi e adoperati in modo approssimativo, ma giustificabili per il pregio di un'asettica precisione.

L'estensivo atteggiamento di rifiuto (che non si materializza in odio) veicolato dall'idiosincrasia, declinato spesso con accento scherzoso, dato il tono scientifico del termine, non di rado in modo consapevole e compiaciuto, si può verificare per un oggetto, un concetto astratto o una persona, ma anche verso, a, nei confronti di, da, riguardo a, con, di, contro, rispetto a qualcosa o qualcuno, oppure, come incompatibilità o contrasto, tra due referenti: ciò avviene in disparati contesti d'uso, dall'ambito politico-economico fino alla metafora calcistica (per es. "idiosincrasia del gol", "Stampa sera", 9 gennaio 1971 ecc.).

In altre lingue la parola non ha avuto questa specifica evoluzione semantica, con connotazione negativa. In inglese, per esempio, oltre al significato medico storico e corrente (costituzione fisiologica; reazione farmacologica inattesa e avversa), il termine idiosyncrasy indica il 'temperamento' individuale, un tratto distintivo della personalità, una 'peculiarità', un'attitudine o un comportamento particolare, proprio di un singolo o di una collettività (cfr. l'Oxford English Dictionary). Un significato dunque più neutro, che denota gusti e preferenze, includendo predisposizioni e stravaganze.

Anche in italiano, seppure quella di 'avversione' sia l'accezione d'uso dominante e più comune, o comunque quella più banalizzata e riadattata, idiosincrasia può assumere sfumature di valore e significati ambivalenti. La voce, opacizzatasi e non facilmente riconducibile all'etimo, si schiude a molte possibili declinazioni semantiche, nello strano gioco delle esperienze individuali: dal rigetto all'inclinazione, dal capriccio all'ossessione, dall'autenticità all'arbitrarietà ecc. Usata spesso da intellettuali come vezzo stilistico o all'interno di particolari tipologie testuali, ognuno ne piega il senso alle proprie esigenze. Anche gli ulteriori usi letterari novecenteschi e contemporanei testimoniano l'adattabilità del termine al contesto, ora alla stregua di tecnicismo medico, ora come sinonimo di 'intolleranza', ora come 'originalità peculiare', con margini di soggettività: in Croce, Bacchelli, Cicognani, Gadda; in Pavese, Piovene, Arbasino, Magris; in Calasso e Affinati ecc.

Questi usi e significati, anche antitetici, convivono, generando talvolta ambiguità di comprensione: la corretta interpretazione dipenderà dal contesto d'uso, dalla consapevolezza linguistica del parlante o dello scrivente, del destinatario o anche del traducente (per evitare di incorrere nel cosiddetto "falso amico").

Il termine mostra inoltre una certa predisposizione a essere applicato ad altri linguaggi specialistici, anche per influsso angloamericano, da un maggiore a un minore grado di (pseudo)tecnicità: in economia l'idiosincrasia rappresenta il "fattore esogeno che influenza una particolare variabile e nessun'altra" (Alessio Moneta, s.v. idiosincratico, nel Dizionario di economia e finanza Treccani 2012, poi in Dizionario Treccani 2014): transazione idiosincratica, rischio o shock idiosincratico sono espressioni legate a eventi non macroeconomici, ma si riferiscono, e ne dipendono, alle variabili specifiche della singola azienda o attività finanziaria; nell'ambito della gestione dei beni culturali indica l'intrinseca specificità del bene (monumento, luogo ecc.), le caratteristiche della sua natura localizzata (posizione, accesso, legame indissolubile con il territorio), considerate in chiave economica per la sua fruizione. Le idiosincrasie linguistiche si riferiscono alla creazione di parole o a usi linguistici particolari di singoli parlanti (idioletto), di gruppi ristretti, di una determinata zona o comunità, che attribuisce loro un significato diverso da quello socialmente condiviso; il linguaggio idiosincratico è una caratteristica sintomatica di disturbi autistici. In ambito sociologico e antropologico l'insieme dei caratteri di una popolazione (idiosincrasia nazionale) porta alla costruzione dello stereotipo, mentre l'idiosincrasia sociale riflette i comportamenti e le abitudini dipendenti dal condizionamento dall'ambiente, dagli spazi e dal contesto culturale; dal punto di vista psicologico ciò può portare, tra conformismo e personalizzazione, rispetto o sovvertimento di codici etici, a idiosincrasie nell'aspetto e nell'atteggiamento (tatuaggi, abbigliamento insolito). In campo letterario e artistico le idiosincrasie di un autore ne rappresentano i furori, le ossessioni e i demoni, lo stile riconoscibile, le consuetudini strutturali e linguistiche, e in sintesi anche il suo genio e il suo estro.

Per comunicare davvero occorre mettersi in gioco, gettare sulla scena sé stessi - la propria biografia, le proprie emozioni, i propri idiosincratici umori - anche un po' rischiando (Filippo La Porta, "Corriere della Sera", 19 novembre 2009).

Le due forme aggettivali idiosincrasico e idiosincratico (quest'ultima probabilmente modellata sull'inglese idiosyncratic), appaiono attestate in italiano già nella prima metà dell'Ottocento (per la forma con -t- si può risalire alle "naturali ed universali idiosincratiche secrezioni" del vaiolo, nella traduzione dal francese dell'opera di Samuel Auguste André David Tissot L'inoculazione giustificata, 1777).

Entrambe le forme ereditano le possibilità e le complessità semantiche del sostantivo, l'accezione medica e le estensioni traslate ('caratterizzato da forte avversione verso qualcosa o qualcuno', 'profondamente contrario', ma anche 'peculiare, specifico, eccentrico' ecc.). Sostanzialmente equivalenti (chi soffre di idiosincrasie, una persona "affetta da idiosincrasia" può perciò essere idiosincrasica oppure idiosincratica), le due varianti viaggiano pressoché in parallelo fino agli anni settanta del Novecento, mentre negli ultimi anni appare grandemente maggioritaria la forma in -t-, preferita nell'impiego nei linguaggi settoriali; la forma idiosincrasico (assente in alcuni dizionari) sembra invece usata fondamentalmente un po' in tutti gli ambiti.

Certo è che, in ogni caso, l'aggettivo è usato per esprimere la propria o l'altrui idiosincraticità, rivelando tutta la sua gradazione di significati: per esempio, in fatto di moda "accostamenti idiosincratici" ("Corriere della Sera", 22 giugno 2015) saranno abbinamenti di capi contrastanti, stridenti, indice di un disarmonico guardaroba, ma anche originali ed eccentrici, potranno esprimere uno stile innato o essere occasionali, poiché dettati dall'estro creativo del momento, comunque fortemente personali.

L'idiosincrasia rappresenta il proprio temperamento caratteriale, la radice delle nostre più intime inclinazioni, che emergono, nelle loro sfaccettature, nell'atteggiamento e nell'interazione con l'esterno: ogni relazione, priva o meno di immunità, nella sua ambivalenza può rivelarsi armonica o conflittuale, e non sempre facile può essere capire se il nostro sentire è un bisogno o una mania. Ognuno di noi è (e si considera, forse non senza una punta di compiacimento) "naturalmente strano": la singolarità può condurre talvolta a incomprensioni e scivolare, come recitava una canzone di qualche anno fa, "verso l'idiosincrasia per le cose più normali"**.

*Giovanni Nencioni, Autodiacronia linguistica: un caso personale, in La lingua italiana in movimento. Atti degli Incontri del Centro di studi di grammatica italiana (Palazzo Strozzi, 26 febbraio-4 giugno 1982), Firenze, Accademia della Crusca, 1982, pp. 7-33 (pubbl. anche in "Quaderni dell'Atlante lessicale toscano", 1, 1983, pp. 1-25), consultabile in rete qui e qui.

** Franco Fasano, E quel giorno non mi perderai più, 1989 (testo di Fabrizio Berlincioni).


A cura di Mariella Canzani
Redazione Consulenza Linguistica
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10 dicembre 2019


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