Praises and blames

This section hosts texts (in Italian) composed by writers, poets and other literary figures who have expressed, through the centuries, either praise or censure for the linguistic ideals of the Accademia della Crusca.

Annotazione di Giacomo Leopardi alla Canzone Ad Angelo Mai

 

Ecco il brano con cui Giacomo Leopardi annotò la sua Canzone Ad Angelo Mai nel 1823: si tratta di un caso emblematico di biasimo nei confronti del purismo dell'Accademia della Crusca rappresentato, in quel periodo, dalla rigidità delle posizioni dell'abate veronese Antonio Cesari.

 

Annotazione alla Canzone ad Angelo Mai

Questa ed altre molte parole, e molte significazioni di parole, o molte forme di favellare adoprate in queste Canzoni, furono tratte, non dal Vocabolario della Crusca, ma da quell'altro Vocabolario dal quale tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti (per non uscir dall'autorità), dal padre Dante fino agli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca, incessantemente e liberamente derivarono tutto quello che parve loro convenevole e che fece ai loro bisogni o comodi, non curandosi che quanto essi pigliavano prudentemente dal latino fosse, o non fosse stato usato da' più vecchi di loro. E chiunque stima che nel punto medesimo che si pubblica il vocabolario d'una lingua si debbano intendere annullate senz'altro tutte le facoltà che tutti gli scrittori fino a quel punto avevano avute verso la medesima; e che quella pubblicazione, per sola e propria sua virtù, chiuda e stoppi a dirittura in perpetuo le fonti della favella; costui non sa che diamine si sia né vocabolario né lingua né altra cosa al mondo.

 


Ode di Giuseppe Giusti

 

Tra i tanti testi che nei secoli hanno celebrato o biasimato l’Accademia della Crusca, scegliamo per il lettore di questa sezione, in questo caso, un testo di lode: un frammento, di non sicura datazione, in cui il poeta Giuseppe Giusti (accademico residente dal 1848) si raccomanda agli accademici di distinguere con saggia discrezione le parole buone da quelle cattive, senza sciocchi ostracismi, ma anche senza eccessiva larghezza. Facciano essi come il buon fornaio, che sceglie con cura il grano prima di macinarlo, ma non esita a mescolarlo, quando occorre, anche con il grano duro d’altri paesi: purché il pane venga buono. I versi - giocosi, ma anche pieni di apprezzamenti per il nuovo impegno richiesto agli accademici – apparvero postumi per la prima volta nel 1863 (Scritti vari in prosa e in verso di Giuseppe Giusti, per cura di Aurelio Gotti, Firenze, Le Monnier), quando cominciarono ad uscire i primi fascicoli della quinta edizione del Vocabolario.

 

Della Accademia della Crusca

Al sollecito fornaio
Che, seduto sullo staio,
ripulisce e raggranella
il bel fior della favella,
già s’intende che non basta
di tener le mani in pasta,
perché il pubblico ammirato
di vederlo infarinato,
gli s’affolli sul cammino
quando torna dal mulino:
ma desidera sul sodo,
che si mangi un pane ammodo,
di quel pane a cui la sporta
apron tutti i ricorrenti,
che ogni stomaco conforta,
ed è buono a tutti i denti.
E per questo attende bene
All’origine del grano,
s’egli è indigeno, o se viene
da vicino o da lontano.
Né l’appaga ogni frumento
lì battuto del momento.
Ma lo cerca riposato,
ventilato e soleggiato,
per veder che non ribolla
quando all’acqua si marita,
e ne resti inaridita
o la crosta o la midolla.
E cavandola dal sacco,
non lo passa al macinìo,
quando sappia un po’ di stracco,
o che pigli di stantìo.
Ché se a volte si prevale
Del gran duro forestiero,
lo corregge col nostrale,
ché non faccia il pane nero
che si lievita e si spiana
per la gente grossolana,
che avvezzatasi ogni giorno
e servirsi d’ogni forno,
non distingue il pan dai sassi.  

Attività

La lingua del mare

Protocollo di intesa Accademia della Crusca / Ufficio Scolastico Regionale della Toscana / Società Dante Alighieri

L'Accademia della Crusca e la questione del genere nella lingua


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