Anche questo Tema, come il precedente, si collega alla Piazza delle lingue 2025, che quest’anno l’Accademia ha dedicato ai dialetti e al loro uso in letteratura, teatro e musica. L’accademico Lorenzo Coveri commenta una recente indagine demoscopica condotta sugli usi e la percezione dei dialetti e delle lingue delle minoranze alloglotte, ripercorrendo la storia di questo tipo di ricerche, iniziate dalla Doxa nel 1974 e arrivate, con l’ISTAT, al 2015. Con tutte le cautele del caso, il confronto tra i dati di dieci anni fa e quelli del sondaggio di quest’anno offrono molti motivi di interesse.
Di recente, la società di indagini demoscopiche SWG (fondata a Trieste nel 1981) ha condotto una ricerca sugli usi e la percezione dei dialetti italiani e delle minoranze linguistiche basata su un campione rappresentativo nazionale di 800 soggetti maggiorenni interrogati da remoto secondo il metodo CAWI (Computer Assisted Web Interviewing).
I risultati dell’indagine (svoltasi tra il 5 e il 7 novembre 2025) sono stati pubblicati, con commento e tabelle, nel periodico rapporto Radar swg del 3-9 novembre 2025, che contiene anche altri due sondaggi di opinione, su Il Governo Meloni e l’ Educazione finanziaria.
I quesiti del segmento Dialetti e minoranze linguistiche (pp. 7-11) riguardano sostanzialmente quattro punti. Il primo è relativo all’uso, attivo e passivo, del dialetto della propria zona, da cui risulta che il 37% degli intervistati (di cui il 49% degli ultrasessantaquattrenni e il 23% dei minori di trentaquattro anni) dichiara “parlo e comprendo il dialetto della mia zona tranquillamente, e lo uso spesso”; il 35% lo usa “raramente”; il 23% lo comprende ma non lo parla; il 5% non lo comprende e non lo parla. Quanto ai contesti d’uso, chi dichiara di parlare in dialetto lo fa “sempre o più spesso” nel 57% dei casi “a casa, con i miei familiari”; il 46% “quando mi arrabbio”; il 42% “con amici e conoscenti”; il 31% “negli scambi della vita di tutti i giorni”; il 28% “al lavoro, con i miei colleghi”. Ne emerge, secondo la sintesi del rapporto, il fatto che “la maggioranza degli italiani parla il dialetto della propria zona, ma è poco più di 1 su 3 ad utilizzarlo regolarmente. Contesti familiari ed informali i luoghi di utilizzo, ma oltre 1 su 4 lo usa anche al lavoro”.
Il secondo punto è relativo alla percezione della dialettofonia, e risponde alla domanda “secondo lei, una persona che parla dialetto è:”.
Seguono i giudizi, organizzati per “opposti semantici” intorno a un asse cartesiano verticale (che rispecchia graficamente una percentuale presuntiva), che vede come unica valutazione in equilibrio tra positiva e negativa (ossia neutra tra “acculturata” e “ignorante”) quella sul livello culturale del parlante dialetto. Per il resto, [persona] “vecchia” prevale nettamente su “giovane”; “attenta alla tradizione” altrettanto nettamente su “moderna”; mentre “conservatrice” vince su “progressista” e “vive in una zona rurale” su “vive in una zona urbana”. In conclusione, su questo punto nel rapporto si legge che “l’utilizzo del dialetto è associato prevalentemente all’età avanzata, a persone conservatrici e tradizionaliste ed alle aree rurali. Giudizio neutrale invece sul livello culturale di chi lo adopera”.
Il terzo punto riguarda la percezione dei dialetti in sé più che dei dialettofoni, in risposta (organizzata in “nastri” orizzontali) al quesito su essere “d’accordo” (d’ora in avanti, A), “neutrale” (d’ora in avanti, N) e “in disaccordo” (d’ora in avanti, D) rispetto a quattro affermazioni: a) “i dialetti hanno un valore culturale e identitario, che andrebbe tutelato dalle istituzioni”: 74% A, 20% N, 6% D; b) “incontrare una persona che parla il mio dialetto mi fa sentire più vicino/a ad essa”: 62% A, 29% N, 9% D; c) “l’uso dei dialetti nei programmi televisivi di intrattenimento nazionali va disincentivato”: 36% A, 36% N, 28% D; d) “l’uso dei dialetti è un retaggio del passato, andrebbero abbandonati nella parlata di tutti i giorni”: 22% A, 21% N, 57% D). In sintesi, “la maggioranza degli italiani riconosce il valore culturale e identitario dei dialetti. 1 su 3 però non apprezza il loro uso nelle trasmissioni TV nazionali”.
Il quarto punto sposta l’attenzione sulle minoranze linguistiche, in risposta alla domanda “ritiene che le minoranze linguistiche presenti in Italia siano principalmente:”. Le risposte, collocate su un diagramma “a torta”, sono: a) “un elemento di arricchimento sociale e culturale” per il 65% degli intervistati della fascia di età 35-44 anni; b) “nessuno dei due” per il 25%; c) “un potenziale problema” per il 10%. Quindi “le minoranze linguistiche sono considerate un elemento di arricchimento sociale e culturale da 2 italiani su 3”.
In conclusione, “nel complesso, i dialetti resistono come patrimonio identitario, ma perdono spazio nell’uso quotidiano, soprattutto fra i giovani e nei contesti formali”. La ricerca SWG è stata tempestivamente commentata da Paolo D’Achille (“Il Messaggero”, 17 novembre 2025) e da Michele Cortelazzo (“Il Gazzettino”, 17 novembre 2025).
L’interesse di questo sondaggio, condotto da una società di indagini demoscopiche specializzata anche in indagini di tipo politico sulle previsioni dei risultati elettorali, risiede tra l’altro nel fatto che i dati possono essere (cautamente) confrontati con quelli di precedenti sondaggi quanti-qualitativi su italiano, dialetto, lingue di minoranza (e lingue straniere).
L’ISTAT (Istituto Centrale – poi Nazionale – di Statistica) ha infatti condotto, nel 2015 (ma pubblicata nel Report del 27 dicembre 2017), una indagine a campione (molto vasto: circa 24.000 famiglie distribuite in circa 850 comuni italiani), condotta col metodo misto CAWI/PAPI (Paper and Pencil Interview) su L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. L’indagine 2015 fa parte di una serie di domande su “Tempo libero e cultura” (poi “I cittadini e il tempo libero”) che era presente in precedenti edizioni del sondaggio nel 1987/88, nel 1995, nel 2000, nel 2006.
L’unico dato che si può confrontare, pur tenendo conto delle diverse metodologie di ricerca, della diversa numerosità del campione, della diversa formulazione della domanda (che riguarda comunque il self rating, ossia l’autovalutazione del comportamento linguistico, non il comportamento linguistico stesso) tra l’indagine ISTAT 2015 e il primo punto del sondaggio SWG 2025, riguarda l’uso di italiano e dialetto nei vari contesti anche in microdiacronia (con uno sguardo anche ad anni precedenti).
Secondo le indagini ISTAT, il comportamento linguistico delle persone (di 6 anni e più) in famiglia, ossia nel contesto più favorevole all’uso del dialetto, era passato da una dialettofonia del 32% (nel 1987/88) al 23,8% (1995), al 19,1% (2000), al 16% (2006) sino al 14,1% (2015), con un calo costante. Parallelamente, l’uso dell’italiano in famiglia era salito lentamente dal 41,5% (nel 1987/88) al 44,4% (1995), al 44,1% (2000, con lieve battuta d’arresto), al 45,5% (2006), sino al 45,9% (2015). Interessante il dato dell’alternanza tra italiano e dialetto, più o meno stabile attorno al 32% (32,2% nel 2015) (pag. 1, fig. 1 del Report). I dati cambiano, come è ovvio, anche nei contesti relazionali diversi dalla cerchia famigliare: l’uso solo o prevalente del dialetto con amici diminuisce nella sequenza percentuale 26,6 – 16,7 – 16,0 – 13,2 – 12,1; quello solo o prevalente del dialetto con estranei si riduce secondo i valori percentuali 13,9 – 6,9 – 6,8 – 5,4 – 4,2 (pag. 2, prospetto 1 del Report). Come si evince da altri dati del Report, l’uso del dialetto è prevedibilmente più marcato tra gli anziani (pag. 3, prospetto 2; pag. 5, fig. 3), tra gli esponenti di basso livello socioculturale e tra gli abitanti dei piccoli centri. Inoltre, nel 2015 le regioni più dialettofone risultavano essere, nel Meridione, la Campania (75,2%), la Basilicata (69,4%), la Sicilia (68,8%) e la Calabria (68,6%); nel Nord- Est il Veneto (62%) e la Provincia autonoma di Trento (54,9%).
Per completare il quadro, si ricorderà che precedenti sondaggi su italofonia e dialettofonia in Italia erano stati condotti dall’istituto di ricerche demoscopiche Doxa a partire dal 1974 (P. L. F. [Pierpaolo Luzzatto Fegiz], I dialetti. Quanti parlano dialetto con i familiari? “Bollettino della Doxa” XXVIII, 23-24. 27 dicembre, pp. 65-74), inchiesta resa nota e commentata per primo da chi scrive (Chi parla dialetto a chi e quando, in Italia? Un’inchiesta Doxa, “La ricerca dialettale” II, 1978, pp. 331-342, reperibile in rete) e poi ripetuta dalla Doxa nel 1982, 1998 e 1991 (dati via via commentati tra gli altri in “Italiano e oltre” 1986, 1998, 1993, rispettivamente da chi scrive, da Ugo Vignuzzi, da Domenico Russo). Si trattava di sondaggi del tipo “Multiscopo”, condotti su un campione rappresentativo di 2500 persone, che attestavano il graduale abbandono del dialetto anche in famiglia (51,3%) a favore dell’italiano (25%, con una percentuale più costante di alternanti, 23, 7 %) soprattutto da parte di giovani, di persone di più alto livello socioculturale, di abitanti di grandi centri urbani (su cui Lorenzo Coveri, Le città e l’italiano. Analisi di dati statistici (Quando Tullio diede i numeri), in Città d’Italia. Dinamiche linguistiche postunitarie, a cura di Emanuele Banfi e Nicoletta Maraschio, Firenze, Accademia della Crusca, 2014, pp. 127-156).
A questo punto, possiamo tentare una sintesi sugli usi di dialetto e di italiano in famiglia lungo l’arco di circa cinquant’anni, dalla prima inchiesta Doxa (1974) all’ultima inchiesta ISTAT (2015) alla recentissima inchiesta SWG (2025), pur con tutte le cautele del caso. Se nel 1974 circa la metà degli italiani intervistati parlava ancora dialetto in famiglia, circa un quarto usava ormai l’italiano, e un altro quarto alternava italiano e dialetto a seconda dell’interlocutore familiare, quarant’anni dopo la percentuale dei dialettofoni assoluti era scesa vertiginosamente al 14,1%, con il 46% circa di italofoni e il 32% circa di alternanti (cui si aggiungeva, nel 2015, un notevole 7% circa di parlanti una lingua straniera, riflesso del fenomeno della presenza crescente di emigrati di madrelingua diversa dall’italiano). Per questo, appare sorprendente la tenuta del dialetto oggi, se è vero che ancora il 37% (di cui circa la metà anziani, circa un quarto giovani) lo parla e lo comprende “tranquillamente” (percentuale che sale al 57% nell’ambito della famiglia). Come si spiega questo fenomeno? In buona parte il dato sarà dovuto alla diversa metodologia di indagine, alla ristrettezza del campione, all’effetto dell’autovalutazione (peraltro presente anche nelle inchieste Doxa e ISTAT?); ma se si guarda agli aspetti della percezione qualitativa, si vede che il giudizio sul dialetto (e ancor più sulle lingue di minoranza: gli italiani sembrano pronti ad accettare senza problemi una società multilingue) è neutro o positivo sul piano culturale e identitario per circa i tre quarti degli intervistati. E non è escluso che il superamento del pregiudizio negativo sul dialetto, testimoniato da una sua recente ripresa in ambiti artistici o comunque lontani da quelli tradizionali, abbia potuto innescare un cortocircuito tra percezione e uso. Insomma, il dialetto non è morto e vive pacificamente accanto all’italiano, nostra lingua comune.
L'accademico Massimo Palermo invita al confronto su come i testi generati dalle intelligenze artificiali rappresentino l'ennesimo spunto di riflessione sul rapporto, nella lingua, tra norma e uso.
Come Tema pubblichiamo, opportunamente adattato, l’intervento che il presidente Paolo D’Achille ha tenuto il 24 marzo 2026 a Ferrara, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Ferrara, su invito della Rettrice dell’Ateneo estense (nonché presidente della CRUI), la professoressa Laura Ramaciotti.
Rita Librandi, vicepresidente dell'Accademia, invita a confrontarsi sul tema della percezione del valore della storia e della norma nella pratica linguistica dei parlanti.
Anche questo Tema, come il precedente, si collega alla Piazza delle lingue 2025, che quest’anno l’Accademia ha dedicato ai dialetti e al loro uso in letteratura, teatro e musica. L’accademico Lorenzo Coveri commenta una recente indagine demoscopica condotta sugli usi e la percezione dei dialetti e delle lingue delle minoranze alloglotte, ripercorrendo la storia di questo tipo di ricerche, iniziate dalla Doxa nel 1974 e arrivate, con l’ISTAT, al 2015. Con tutte le cautele del caso, il confronto tra i dati di dieci anni fa e quelli del sondaggio di quest’anno offrono molti motivi di interesse.
Evento di Crusca
Collaborazione di Crusca
Evento esterno
Commento di chiusura di Lorenzo Coveri
Ringrazio coloro che hanno inviato commenti, tutti appropriati e interessanti, al mio testo. I cortesi corrispondenti troveranno risposte implicite ai loro interventi nella nota di aggiornamento che segue.
Il 27 gennaio 2026 l’Istat ha pubblicato i dati di una nuova inchiesta (relativa al 2024) su L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere, sesta della serie (1987/88, 1995, 2000, 2006, 2015, 2024), che permette tra l’altro di aggiornare le percentuali di italofonia e di dialettofonia a nove anni di distanza dall’ultima. Secondo il Report statistico (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/01/REPORT_lingue-e-dialetti-def.pdf), integrato da tabelle, nel 2024 circa la metà (il 48,4%) del campione intervistato usa l’italiano in tutti i contesti relazionali (in famiglia, con gli amici e con gli estranei), con un incremento del 7,8% rispetto al 2015. L’uso esclusivo del dialetto in tutti i contesti relazionali è limitato al 2,3%, con un ulteriore decremento del -1,4% rispetto al 2015. Le discrepanze, a volte vistose, tra questi ultimi e i dati dell’inchiesta SWG citata nel Tema si spiegheranno con una diversa numerosità del campione e con una diversa metodologia di indagine (che cosa si intende per “dialetto”?) su cui si tornerà in un successivo intervento.
Le variabili che incidono maggiormente nell’uso di italiano e dialetto sono quelle classiche già ricordate nel Tema: si parla più italiano con gli estranei, tra i giovani, nelle classi con livelli di istruzione e socioeconomici più alti e – di poco – tra le donne (che usano l’italiano anche in famiglia nel 55,3% dei casi) rispetto agli uomini (51,9% nel medesimo contesto). È evidente che anche i “matrimoni misti”, oltre alla mobilità tra regioni, hanno contribuito a questi risultati.
Altri dati di grande interesse dell’indagine Istat, in quanto sottolineano la varietà che caratterizza la situazione italiana, riguardano la distribuzione di italofonia e dialettofonia nei diversi quadranti del Paese. In ambito familiare, si parla più italiano al Nord-ovest (68,8%) e al Centro (l’Italia mediana – Marche, Umbria, Lazio – è più vicina al toscano di altre aree: 64,8%) che al Sud (39,1%) e nelle Isole (39,9%). Le regioni più italofone sono appunto la Toscana (per ovvie ragioni: 75,6%) e la Liguria (nel cosiddetto “triangolo industriale”, con un peso demografico rilevante – circa la metà della popolazione regionale – del capoluogo Genova: 75,5%); quelle con i valori più bassi la Calabria (31,1%) e il Trentino-Alto Adige (per la presenza della provincia prevalentemente germanofona di Bolzano: 31,5%). Di converso, si parla più dialetto in Calabria (64%), Sicilia (61,5%), Campania (61%) e, come è noto, per ragioni storiche e di prestigio, in Veneto (55,3%) e in Trentino (54,5%).
Il quadro è completato dalla presenza di un 10,7% di persone adulte di madrelingua diversa dall’italiano, mentre la conoscenza di almeno una lingua straniera (58,6% inglese – lingua di scambio internazionale, ma cui sarebbe imprudente attribuire la capacità di sostituire l’italiano –; 33,7% francese; 16,9% spagnolo) riguarda il 69,5% degli intervistati (a livello, peraltro, solo “sufficiente” per il 56,2%).
Chiudendo, sarebbe però semplificatorio dichiarare tout court la scomparsa del dialetto di fronte all’italiano, visto che, sempre secondo i dati Istat 2024, ancora quattro persone su dieci (il 42%) utilizzano il dialetto, in forma esclusiva o alternata all’italiano, in almeno un contesto relazionale: prevedibilmente, in famiglia (38%) o con gli amici (35,5%); meno con gli estranei (13%). Il fatto è che, nella situazione sociolinguistica italiana, caratterizzata da diglossia, il dialetto in molti casi non viene sostituito semplicemente dall’italiano, ma lo affianca in particolare situazioni di espressività, emotività, intimità. Qui entra in gioco la “percezione”, non solo l’uso del dialetto, di cui si è parlato a proposito dell’indagine SWG. Come avviene nel fenomeno delle “rinascenze dialettali”, ossia nell’uso del dialetto a fini artistici (poesia, cinema e televisione, canzone) o in settori lontani dalla lingua materna (pubblicità, web, social media). Insomma, si può usare il dialetto non in alternativa alla lingua, ma come componente integrativa della comunicazione, cui può aggiungere “sale” (e “pepe”).
“Per me il dialetto – ha dichiarato in una recente intervista la regista siciliana Emma Dante – è una lingua madre, la lingua dell’infanzia, quella ‘vastasa’, maleducata […] è quella che si parla in casa, in famiglia, il luogo dei segreti, piena di scrigni, incomprensibile. Nei miei spettacoli uso molto anche il napoletano, su cui ho lavorato per la trilogia di Basile, partendo dal suo Pentamerone, o la lingua pugliese, come ne L’angelo del focolare. Sono lingue selvatiche, i primi vagiti dell’umanità”.
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