Accentazione di alcuni verbi e sostantivi italiani

G. Raphael pone, via posta elettronica, alcuni quesiti riguardanti l'accentazione di alcuni verbi e sostantivi italiani. In particolare, desidera comprendere il motivo dell'accentazione dei sostantivi e verbi di alcune frasi-campione da lui proposte: - Il lupo mùgola, ma il cane abbàia.
- Lo zoppicante zòppica, ma il balbettante balbétta.
- Gli augùri si àugurano, i desidèri si desìderano.
- La pubblicazione si pùbblica, ma l'amministrazione si amminìstra.
- La giustìzia làtita, ma la polizìa invèstiga; esàmina ma indàga.
 

Risposta

Accentazione di alcuni verbi e sostantivi italiani

L'italiano non ha una regola paragonabile a quella dello spagnolo per l'accentazione delle voci verbali. Lo spagnolo dice célebre e término, sdruccioli, ma celébro e determíno, piani, perché le voci verbali, quando non hanno l'accento sulla desinenza, l'hanno sempre sulla penultima sillaba. In italiano valgono anche per le voci verbali le varie possibilità d'accento che si hanno per sostantivi e aggettivi: come si dice cèlebre e tèrmine, e invece bottóne e misùra, così si dice cèlebro e detèrmino, abbottóno e misùro. Questo non impedisce che qualche volta una voce verbale abbia o possa avere un accento diverso da un sostantivo o aggettivo della stessa famiglia: accanto a fervóre, gattaiòla, lavóro, valùta, con accentazione piana senza discussione, si hanno pronunzie come infèrvoro, sgattàiolo, elàboro, vàluto, più frequenti di infervóro, sgattaiòlo, elabóro, valùto, anche se non sempre altrettanto corrette.

Regole d'accentazione fondate sulla struttura sillabica delle parole si hanno in italiano per molti casi, che non sono però i più frequenti. Tra gli esempi citati, abbàia non potrebbe essere né àbbaiaabbaìa (benché accanto ad abbàio, sostantivo, "l'abbaiare", si possa avere un abbaìo, altro sostantivo, "un abbaiare continuato); balbétta non potrebb'essere bàlbetta, e amminìstra non potrebb'essere ammìnistra (benché si abbiano casi di penultime sillabe che non portano l'accento pur essendo chiuse da consonante: così di regola in verbi con enclitiche, méttersi, o per eccezione i nomi propri, Tàranto).

Nella maggioranza dei casi, la posizione dell'accento non è determinata dalla struttura delle parole: teoricamente libera, dipende di regola dall'accento latino che si continua nell'italiano. In àugurano e desìderano si rispecchiano le voci verbali latine augŭrant e desidĕrant; in augùrio, augùri, e desidèrio, desidèri i sostantivi latini augŭrĭum, augŭrĭa e desidĕrĭum, desidĕrĭa. La penultima sillaba breve, in latino, non porta l'accento, ma lo rigetta sulla terz'ultima: -gŭ- di augurant lo rigetta su au-, mentre -rĭ-  di augurium per l'appunto su -gŭ-.

I più degli esempi citati nella lettera si spiegano col latino (mùgola, pùbblica, làtita, esàmina, indàga) o coll'analogia di voci latine (zòppica). Se giustìzia si giustifica con iustitĭa, polizìa si giustifica con πολιτεία greco e politīa latino. Naturalmente non mancano deviazioni, dovute a somiglianza con parole diverse: è il caso di invèstiga, che dovrebb'essere investìga alla latina (e l'accentazione piana è attestata sparsamente da poeti e lessicografi fino all'800), ma è stato alterato fino almeno dal '300 in invèstiga, forse perché la falsa analogia di prodìgio - pròdigo, naufràgio - nàufrago, rifùgio - pròfugo ha suggerito vestìgio - invèstigo.

Piero Fiorelli

4 febbraio 2003


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