Alla fine saremo esausti (non esauriti), ma prima proveremo a esaudire le vostre richieste con una risposta esauriente (o esaustiva?)

Raccogliamo in un unico testo le risposte ai molti quesiti che ci sono arrivati circa l’eventuale differenza di significato tra esaurito ed esausto, tra esaustivo ed esauriente, sulla confusione tra esauriente ed esaudiente e sulla possibilità di sostituire esausto con finito.

Risposta

Per mettere ordine tra i vari quesiti, partiamo da quello che si può considerare il “capostipite” (adottiamo la terminologia del RIF, che raggruppa le parole italiane in famiglie, trattando di quelle più numerose, tra le quali la nostra non è compresa) di tutti i vocaboli citati (a parte esaudiente), che è il verbo latino exhaurĭo, exhauris, exhausi, exhaustum, exhaurīre ‘prosciugare, svuotare completamente’, ‘compiere’, ‘sopportare’, ‘estinguere’. Da questo verbo, formato dal prefisso ex- ‘fuori da’ e dal verbo haurīre ‘attingere’, è stato tratto il verbo italiano esaurire, che ha sostanzialmente mantenuto gli stessi significati, aggiungendo quello di ‘spossare’, ‘logorare’, particolarmente frequente quando il verbo è riflessivo (esaurirsi).

Il verbo italiano esaurire non è una parola derivata dal latino per tradizione diretta e per via popolare, ma è una formazione dotta cinquecentesca (il GRADIT lo data 1592 e il Vocabolario degli Accademici della Crusca lo registra solo nella V edizione), che quindi ha accolto nel paradigma, come forma del participio passato, esausto, calcato sull’exhaustus latino e documentato già in Dante (e quindi registrato nel Vocabolario della Crusca fin dalla I edizione) con valore aggettivale, nel senso di ‘consumato, finito’ (“E non er’anco del mio petto essausto / l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi / esso litare stato accetto e fausto” Paradiso XIV, 91-93).

Una volta entrato in italiano, il verbo transitivo esaurire (che ha prodotto vari derivati, come esaurimento, esauribile, a sua volta base del più frequente inesauribile) si è inserito nella III coniugazione, nella sottoclasse caratterizzata dalla presenza di -isc- prima della desinenza nelle prime tre persone (e nella sesta) al presente indicativo e congiuntivo e nella seconda dell’imperativo, e ha sviluppato un proprio paradigma, con il participio passato “regolare” esaurito, usato anch’esso in funzione aggettivale (e registrato nella V edizione del Vocabolario accanto a esausto).

Abbiamo dunque uno dei non infrequenti casi di “sovrabbondanza” determinata dall’influsso del latino nei paradigmi verbali italiani, con l’avvertenza (diamo così una prima risposta ai nostri lettori) che esausto oggi non è più usato come participio passato di esaurire, come avveniva ancora nell’Ottocento (ecco un esempio tratto dal GDLI: “Ciò che più mi duole si è di aver esausto lo spazio del giornale e la costanza del cortese lettore”, Carlo Cattaneo). La stessa cosa, del resto, è avvenuta con concetto, oggi usato solo come nome, rispetto a concepito (participio passato di concepire < concipĕre), con esperto, un tempo participio passato di esperire (<experīre) accanto a esperito, ecc.

Quanto alla differenza semantica tra esaurito ed esausto, entrambi possono essere riferiti sia a persone sia a cose: con queste l’uso comune preferisce da tempo esaurito (si parla di provviste o di risorse esaurite), ma esausto è stato recuperato di recente, forse perché percepito come più tecnico, tanto che, a proposito dello smaltimento differenziato dei rifiuti, si leggono espressioni come pile esauste, toner esausto, entrambe citate dai nostri lettori (ma si può benissimo dire anche pile esaurite, toner esaurito). Nel caso di esseri umani (o animali o anche oggetti antropomorfizzati), esausto significa semplicemente ‘spossato’, ‘stanchissimo’, ‘sfinito’ dopo uno sforzo fisico (ma finito, per rispondere a un lettore, potrebbe essere usato al posto di esausto solo con valore iperbolico); invece esaurito aggiunge a questi stessi significati (in cui sembra però meno frequente) quello che fa riferimento a una supposta patologia, l’esaurimento nervoso; da qui, nel gergo giovanile degli anni Ottanta del secolo scorso, il valore di ‘sconvolto, stordito’ o anche ‘fuori dagli schemi’ (negli ultimi significati esaurito può essere anche usato come nome).

Dalla coppia aggettivale esausto/esaurito passiamo all’altra, formata da esaustivo/esauriente. Esauriente è tratto dal participio presente dello stesso verbo esaurire (ed è modellato sulla corrispondente forma latina); come aggettivo è attestato prima nel senso di ‘che esaurisce, che consuma qualcosa per intero’ (GDLI, con un esempio ottocentesco di Girolamo Boccardo), poi in quello (datato nell’Etimologico al 1900 probabilmente sulla base dell’esempio di Giosue Carducci riportato sempre nel GDLI) di ‘che tratta una questione in modo completo, compiuto’ (quel libro ha un’introduzione esauriente), oppure di ‘convincente, che non lascia dubbi’ (fornire prove esaurienti della propria innocenza; definizioni ed esempi del GRADIT).

Di esauriente è sostanzialmente sinonimo esaustivo, che è effettivamente, come sostengono alcuni lettori, un angli(ci)smo, che in qualche ambito settoriale potrebbe essere stato mediato dal francese: come si legge nell’Etimologico, infatti, l’inglese ha ricavato dal latino exhaustus il verbo (to) exhaust ‘esaurire’, da cui l’aggettivo exhaustive, passato al francese (exhaustif) e all’italiano. Certamente esaustivo è entrato nel lessico dopo esauriente, ma è meno recente di quanto si creda: i dizionari lo datano al 1942 (dalle aggiunte di Bruno Migliorini alla X ed. del Dizionario moderno di Alfredo Panzini), ma Google libri ci fornisce una serie di esempi, tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, alcuni dei quali fanno esplicitamente riferimento al filosofo inglese Jeremy Bentham, che fu, se non il primo, certo tra i primi a usare exhaustive. Il più antico è questo:

Dissi che questo è il miglior mezzo ancora d’esaurire alla meglio una parte almeno dello scibile, e di avvicinarsi a quell’assoluta verità che ci darebbe la chiave d’un metodo enciclopedico compiuto, e, come Bentham dice, esaustivo. (“Antologia”, 122, febbraio 1831, p. 22)

Abbiamo parlato di sinonimi, ma tra esauriente ed esaustivo si rilevano alcune differenze nell’uso, che probabilmente spiegano l’attuale espansione di esaustivo (anche se da Google Ngram Viewer risulta che esauriente è sempre stato ed è tuttora prevalente). Anzitutto, come rileva giustamente un lettore, esaustivo può essere seguito da un complemento di specificazione ed esauriente no: a fronte delle 1.900 occorrenze in Google del sintagma “è esaustivo di tutti [...]” (gli argomenti, i comportamenti, i doveri, ecc.) ne troviamo solo 4 di “è esauriente di tutti [...]” (i fattori, gli aspetti, i rischi). Poi, esaustivo è sostenuto dall’astratto esaustività, che è registrato in vari dizionari (è datato 1983 nel GRADIT, ma Google libri ci fornisce attestazioni almeno dagli anni Cinquanta), mentre non è stato finora lemmatizzato esaurienza, che peraltro ha varie presenze, sia in Google libri (almeno dall’Ottocento, specie in testi giuridici) sia in rete, ma che certo è molto più raro. Infine, esaustivo sembra far riferimento a un grado più alto in termini di completezza, mentre esauriente tende a significare semplicemente ‘soddisfacente’, tanto che, pur se di uso limitato (ne trovo solo poche centinaia di esempi in rete), esistono espressioni come “esauriente, ma non esaustivo”, “esauriente se non esaustivo” e simili.

Ora, una risposta esauriente (e ci auguriamo che questa nostra lo sia!) esaudisce le aspettative di chi ha posto la domanda e ciò probabilmente spiega perché alcuni lettori ci chiedano se come sinonimo di esaustivo possa essere usato esaudiente. La confusione tra esauriente ed esaudiente può dunque essere dovuta alla prossimità semantica che si ha in questo specifico contesto, tanto più che esauriente potrebbe essere accostato a esaurire (e a esaurito) nel senso di ‘consumare fino alla fine’, ‘terminare’ e quindi parere poco appropriato con riferimento a discorsi, risposte, ecc. Si aggiunga la prossimità articolatoria tra /d/ e /r/ qualora la seconda consonante venga articolata come monovibrante, come avviene nella pronuncia di molti (e si ricordi lo sviluppo /d/ > /r/ proprio del napoletano: maronna ‘madonna’, ecc.). Ma esaudiente è il participio presente (ancora non registrato nei dizionari come aggettivo) del verbo esaudire ‘accogliere’, ‘soddisfare’ (si può esaudire un desiderio, una preghiera, una richiesta, ecc.) e va usato esclusivamente nel significato di ‘che esaudisce’: parlare di risposta esaudiente sarebbe del tutto improprio. Del resto, rispetto a esaurire, esaudire ha un’altra origine etimologica (deriva dal lat. exaudīre, formato da audīre ‘ascoltare’, con il prefisso ex- già visto per exaurīre) e appartiene, dunque, a una diversa famiglia di parole.

Paolo D'Achille

12 giugno 2020


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