Ancora sull'uso del ci attualizzante con il verbo avere

Molti utenti ci chiedono chiarimenti sulla legittimità dell'uso di forme del verbo avere introdotte da ci: la questione già trattata su questo stesso sito, è stata di nuovo affrontata da Sergio Raffaelli sulla nostra rivista La Crusca per voi (n. 36 aprile 2008).

Risposta

Ancora sull'uso del ci attualizzante
con il verbo avere

"Giuseppe Losavio (Schio) chiede chiarimenti sulla resa grafica delle forme verbali flesse di averci e sul significato di attualizzante attribuito dai linguisti a queste forme.

La trascrizione delle forme flesse di averci non è uniforme. Le varietà grafiche in uso risultano almeno cinque. La soluzione c'ho, c'hai, c'ha, c'hanno (nonché c'abbiamo o c'avemo, c'avete, c'avevo e le altre voci del verbo inizianti con a-) predomina tradizionalmente nel registro linguistico basso ma, nota il lettore Losavio, oggi si legge persino «su testi di narrativa e sulle didascalie televisive». La soluzione ci ho, ci hai, ci ha e seguenti risulta preferita da studiosi e cultori dell'italiano, nelle trascrizioni del parlato e nelle trattazioni linguistiche. Invece la soluzione c(i) ho, c(i) hai, c(i) ha e così via è d'uso ristretto e d'ambito elevato; altrettanto si può dire del tipo cj ho, cj hai, cj ha, cj abbiamo e così via. Non va trascurata infine la soluzione ciò, ciài, cià e così via, che oggi appare relegata nel livello basso della scrittura.

Ora, nessuna di queste soluzioni appare del tutto soddisfacente; e il tipo ciò, ciài, cià appare anzi sguaiatamente "dialettale", oltre che equivoco, per lo meno nella forma ciò. Alla grafia tipo c'ho va rimproverata l'anomala resa grafica della pronuncia palatale di c seguita da h oppure a, mediante l'attribuzione all'apostrofo di un'inconsueta funzione diacritica. Il limite del tipo ci ho è prodotto dal fatto che la conservazione della lettera i induce a pronunciare  una vocale che, lamenta giustamente il lettore Losavio, «non si ritrova nel parlato». Invece la grafia  tipo c(i) ho, che ricorre in circuiti culturali elevati, trascrive correttamente il parlato, ma appare difficilmente praticabile nell'uso comune, in quanto gravata dalla parentesi, che è artificio alquanto ingombrante, oltre che insolito. Resta la soluzione tipo cj ho: l'impiego della lettera j con funzione diacritica è sì anomalo, ma ha i pregi di non ingenerare equivoci e di non apparire ingombrante oltre misura. La sua adozione è recente e finora limitata alle trascrizioni e ai saggi dei linguisti (però destinati anche a non specialisti: esempi come «Cj ha la robba?» si leggono già in M. Trifone, Aspetti linguistici della marginalità nella periferia romana, Perugia, Guerra, 1993, p. 73). Tale soluzione tuttavia non è certo ideale, specialmente nell'uso comune, ma preferibile a ogni altra.

Quanto al significato di attualizzante, che i linguisti attribuiscono al ci che si accompagna ad avere non ausiliare (esempi: cj ho caldo, cj ho fretta, cj ho piacere, cj ho da fare) va rilevato che quel ci è un avverbio di luogo sostanzialmente desemantizzato, cioè quasi svuotato dell'originario significato  locativo, ma che combinandosi con avere valorizza una risorsa peculiare: quella di estendere alla voce verbale un'intensificazione del senso e del suono, in modo da mettere il costrutto cj ho in consonanza emotiva con la situazione comunicativa del momento: cj ho fame insomma equivale a 'quanto a me, in questa circostanza ho fame' (avviene un moto in avanti e un ingrandimento che richiamano, per analogia, l'effetto cinematografico e televisivo dello zoom). Orbene, questo "avvicinamento" all'attualità già negli anni Sessanta fu detto dai linguisti (si pensi al francese André Martinet) attualizzare, da cui appunto "ci attualizzante": denominazione specifica introdotta nella linguistica italiana da Francesco Sabatini (L'"italiano dell'uso medio". Una realtà tra le varietà linguistiche italiane, in Holtus G. e Radtke E., a cura di, Gesprochenes und Gegenwart, Tübingen 1985, al punto 16), il quale inquadra il fenomeno attraverso le sue variazioni regionali del ci dell'area centrale (dal veneto ghe, da cui g'o 'io ho', al calabrese ndi, da cui nd'aiu 'id') e richiama anche il caso parallelo del ci con il verbo essere.

Sull'uso del costrutto cj ho il lettore Losavio segnala con disappunto la sua crescente diffusione non soltanto nel parlato informale ma anche in bocca a «persone di cultura». Ora, è doveroso precisare che la sua storia è plurisecolare. Esempi del ci desemantizzato, anche nella forma ce seguita da altra particella atona, si trovano in testi toscani fin dalla prima metà del Cinquecento: «O che faccenda ci ho io adesso, che tu vuoi che io venga a casa tua?» (A. Firenzuola); e via via in autori anche non toscani, come Goldoni, prima di giungere ai moderni, Verga, Pavese e altri, come ha mostrato con ampia documentazione Paolo D'Achille (nel vol. Sintassi del parlato e tradizione scritta dell'italiano, Bonacci,1990). Il fenomeno ha dunque radici profonde in tutto il sistema dei dialetti italiani, dai quali è passato, nella forma toscana e centrale, al parlato italiano di tipo familiare e di qui alla scrittura, prevalentemente narrativa. È giusto riconoscere che, come osserva il lettore Losavio, la presenza intensa e stabile di averci parlato e scritto nella lingua italiana di oggi è una «eredità tramandataci dai film del neorealismo italiano degli anni Cinquanta in cui quasi sempre si parlava in un misto di romanesco e di toscano». Va precisato che gli esempi inaugurali del cinema italiano risalgono al primo capolavoro del neorealismo, Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945): «Cj hai ragione, entra prima te», «Ce l'hai ancora il dolore?», e così via."

 

Sergio Raffaelli 

7 novembre 2008


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