Ancora sull'uso del passato remoto

A più riprese ci vengono rivolte domande sull'uso del passato remoto e del passato prossimo; in particolare Rosa Capitano, un'insegnante di lettere siciliana che lavora in provincia di Milano, ci chiede se sia corrispondente al vero l'affermazione che l'uso del passato remoto sarebbe ormai limitato alle regioni meridionali; analogamente Carlo Quaresima di Roma vorrebbe sapere se in Italia esistano veramente differenze "culturali" e "regionali" nell'uso del passato prossimo e del passato remoto. In questo sito sono già presenti due interventi tratti da La Crusca per voi, di Bice Mortara Garavelli e Giovanni Nencioni, riuniti in una scheda dal titolo Sull'uso del passato remoto; poiché recentemente nella stessa rivista sono apparsi gli articoli Passato remoto, uso del tempo verbale nell'italiano contemporaneo, di Stefano Telve (n. 28, aprile 2004) e Passato prossimo e passato remoto, distribuzione dei due tempi, di Elisabetta Mauroni (n. 29, ottobre 2004) li proponiamo a completare il quadro.

Risposta

Ancora sull'uso del passato remoto

 

«Achille Umile rileva che da quanto si ricava tramite i mass media il passato remoto non appare, come sosterrebbero molte grammatiche anche italiane, un tempo fuori uso e praticato soprattutto nel Sud d'Italia.

 

L'impressione del nostro lettore sull'uso del passato remoto nell'italiano contemporaneo è sostanzialmente corretta; occorre tuttavia qualche precisazione. Come osservano le più recenti e affidabili grammatiche italiane (L. Serianni, Italiano, Milano, Garzanti, 1997, cap. XI §§ 379-80, e Grande grammatica italiana di consultazione, a cura di L. Renzi, G. Salvi e A. Cardinaletti, Bologna, Il Mulino, 2001, vol. II, pp. 88-89 e 98), nell'uso del passato remoto si constata un chiaro discrimine tra registro informale e registro formale e tra Nord e Sud. Negli usi informali (tipicamente, durante la conversazione quotidiana, ma anche nella scrittura più spontanea), il passato remoto resiste ancora nel Mezzogiorno, mentre nelle regioni settentrionali e in parte di quelle centrali viene sostituito perlopiù dal passato prossimo. Negli usi formali invece, dove l'italiano è più sorvegliato, il passato remoto risulta generalmente ben saldo, e in modo particolare nella narrazione di fatti conclusi (cioè privi di rapporto col presente). Esempi di passato remoto in contesti di questo tipo si hanno correntemente nella prosa della narrativa, dei giornali, dei fumetti ("È ciò che dissero a Saetta Ronson nel film Spari sul Rio! Ma lui riuscì a catturare la banda da solo": dice ad esempio un personaggio dell'avventura Paperino sceriffo di Valmitraglia, in Paperino, I classici del fumetto di Repubblica, 2003, p. 16)».

 

Stefano Telve

 

«Marzia Grigoli chiede delucidazioni sull'uso del tempo imperfetto nella lingua italiana e in particolare chiede con quali termini debba esprimersi per poter spiegare la distinzione tra l'uso dell'imperfetto, l'uso del passato prossimo e del passato remoto.

 

Per rispondere al suo quesito le suggerirei una triplice distinzione: definire l'imperfetto (e quindi per correlazione il passato prossimo e quello remoto) dal punto di vista strettamente temporale, in seguito dal punto di vista aspettuale e infine modale.
Si potrebbe iniziare portando l'attenzione su un elemento intuitivo ed evidente: tutti questi tre tempi indicano un fatto passato. Operando una semplificazione (che sarà precisata poi), possono indicarsi il passato prossimo e il passato remoto come due tempi che qualificano un'azione passata, l'uno come piuttosto vicina, l'altro come lontana ("Ieri ho incontrato Maria"; "un anno fa incontrai Maria"). Si potrà poi precisare che la "lontananza" può non essere solo temporale ma psicologica (emotiva o mentale), puntando, per il passato prossimo, sui legami e gli effetti sul presente ("Perché non mangi la torta?" a. "Perché l'ho mangiata poco fa"; b. "Perché da un anno il medico mi ha proibito di mangiare dolci"), e per il passato remoto sulla mancanza di legami con il presente ("Mio nonno combatté con i partigiani").

 

L'imperfetto, invece, pur indicando un'azione passata, non dice nulla quanto alla sua distanza dal presente (o meglio, dal momento dell'enunciazione).
L'imperfetto, e qui entra in gioco il valore aspettuale dei verbi (il modo, cioè, in cui il parlante considera lo svolgimento dell'azione espressa dal verbo), rimanda soprattutto alla durata, alla continuità dello svolgersi dell'azione in questione (aspetto imperfettivo: "Maria guardava la televisione, quando improvvisamente squillò il telefono"), e alla ripetitività dell'azione ("quando ero giovane andavo molto spesso al cinema").

 

Si potrà, ora, meglio precisare in che cosa invece consista l'aspetto perfettivo espresso, in genere, dal passato remoto: un'azione considerata del tutto conclusa ("Maria tornò a casa", "Cesare conquistò la Gallia"), talora di tipo momentaneo, puntuale ("Improvvisamente si ruppe un vetro"); e che cosa sia, infine, l'aspetto compiuto, a cui rimanderebbe il passato prossimo: il perdurare nel presente degli effetti di un evento accaduto precedentemente ("Maria è tornata a casa, e ora dorme nel suo letto", "l'uso secolare del latino ha contribuito a unificare culturalmente l'Europa").

 

Come ultima notazione, occorre forse accennare al fatto che l'odierna diffusione, soprattutto al Nord, dell'uso del passato prossimo a discapito di quello remoto (così come il fenomeno inverso nel Meridione), ha "rimescolato" un poco le carte degli usi e dei primitivi valori aspettuali generalmente riferiti o collegati ai due tempi.

 

Infine, potrebbe essere utile accennare alla sempre maggiore standardizzazione dell'uso modale di alcuni tempi, soprattutto dell'imperfetto; il quale incorpora alcune funzioni altrimenti espresse dal modo: ess., "volevo 1 kg di arance" (imperfetto di cortesia al posto del condizionale vorrei); "Avresti anche potuto non timbrare il biglietto! - Già! E se poi saliva il controllore?" (imperfetto controfattuale al posto del congiuntivo fosse salito); "Cosa fai domani? - Domani andavo in biblioteca" (imperfetto di pianificazione per pensavo di andare / dovrei andare in biblioteca)».

 

Elisabetta Mauroni

18 settembre 2009


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