Molte domande giunte alla redazione ci chiedono quale sia l’ausiliare corretto da usare con il verbo resistere e quale sia il clitico adatto a riprendere il secondo argomento del verbo.
Il verbo resistere in italiano è un verbo intransitivo che, nei tempi composti, si costruisce con l’ausiliare avere: “Hai resistito alla tentazione?”. Tutti i dizionari italiani dell’uso sono concordi nell’indicare questo tipo di costruzione. Il Vocabolario Treccani online ha il merito di spiegare con cura il significato del verbo, con le sue diverse accezioni, da cui dipende la scelta dell’ausiliare.
L’ausiliare di resistere
Da questo punto di vista, il nostro verbo si comporta infatti come gli altri intransitivi che indicano un’azione: seleziona avere (es. ho lottato, ho combattuto). In realtà resistere ha un significato più passivo che attivo: vuol dire infatti ‘opporsi’ all’azione di un altro agente (“i manifestanti hanno resistito alla carica della polizia”) o a una causa (“il gatto non ha resistito alla curiosità”). Il verbo resistere in questa accezione prevede in posizione di soggetto un agente, umano o animale, ma può essere esteso a inanimati che abbiano la proprietà di contrastare una forza fisica (“l’acciaio resiste al fuoco”). In tutti questi casi non c’è dubbio che l’ausiliare giusto sia avere.
C’è poi un’altra accezione del verbo, quella di ‘sopportare senza danni’, che accentua ulteriormente la componente semantica di passività: “la rosa ha resistito al freddo”; “la casa ha resistito alle scosse”. In questo caso, il significato di resistere si avvicina a quello di altri verbi come restare, rimanere, che indicano uno stato o la permanenza in uno stato. L’interferenza con questi verbi, che prendono come ausiliare essere (diciamo è restato/a, è rimasto/a), potrebbe, nel parlato, indurre a selezionare erroneamente l’ausiliare essere, come nell’esempio proposto da L.C., che ci chiede se si dica “ha resistito alle gelate” (risposta giusta) oppure “è resistito alle gelate” (risposta errata).
I verbi intransitivi che prendono come ausiliare essere hanno proprietà verificabili rispetto a quelli che prendono come ausiliare avere: ammettono il soggetto posposto (“è rimasta una rosa”), accettano la ripresa col ne partitivo (“di rose, ne è rimasta una”); il participio può essere usato con valore attributivo (“ho raccolto la rosa rimasta”). L’osservazione di questo comportamento ha permesso di definire tali verbi “inaccusativi“. In generale, i grammatici suggeriscono di osservare il comportamento del participio passato del verbo intransitivo (come sottolineato in questo precedente parere): se questo può essere usato come aggettivo in funzione attributiva, allora il verbo può essere costruito con essere. Ebbene, si può osservare che il participio resistito ha una modesta diffusione con valore aggettivale. IL GDLI, per esempio, riporta un esempio di Giovanni Comisso, tratto dal “Corriere della sera” del 13/2/1944: “sarebbe andato lentamente nel campo vicino in cerca di un po’ d’erba resistita al gelo” (Il capo di casa, p. 3). Ci sarebbe dunque almeno una prova a supporto della legittimità dell’uso di essere con il verbo resistere. Interessante, inoltre, osservare il comportamento del participio presente resistente, di uso corrente come aggettivo, anche con reggenza preposizionale: “un materiale resistente (agli urti)”.
Va comunque osservato che esiste un altro fattore in grado di influenzare la scelta dell’ausiliare essere con resistere: l’uso di un italiano regionale influenzato da un dialetto che seleziona proprio essere come ausiliare. È questo il caso di molte aree dell’Italia meridionale, tra cui l’Abruzzo, da dove ci scrive L.C.
La reggenza di resistere
Come abbiamo visto dagli esempi presentati, resistere è un verbo intransitivo che regge di regola un argomento introdotto dalla preposizione a (qualcuno/qualcosa resiste a qualcos’altro/qualcun altro). Questo argomento può essere omesso (Resisti!), ma il verbo in italiano contemporaneo non può funzionare come transitivo e reggere un oggetto diretto. Riferendomi al caldo, non posso dire *non lo resisto, dovrò dire non gli resisto. Anche in questo caso, la costruzione sbagliata potrebbe essere influenzata dalla sovrapposizione con verbi di significato simile come reggere, sopportare (non lo reggo, non lo sopporto).
Sempre con riferimento ai pronomi di ripresa, V. P. ci chiede se nella traduzione del celebre aforisma di Oscar Wilde (“The only way to get rid of a temptation is to yield to it”) sia corretto dire “Il miglior modo per resistere a una tentazione è cedervi” oppure si debba dire cederle. In questo caso abbiamo a che fare con due pronomi clitici dativi: -vi ‘a ciò’ fa riferimento alla situazione in generale; -le ‘a lei’ riprende invece il nome femminile tentazione. Dal momento che i pronomi di terza persona lui e lei (con le rispettive forme indirette gli e le) vengono di solito usati per animati, si preferisce usare vi, che ha inoltre il merito di rendere più formale la frase.
Nel concludere questa risposta è d’obbligo complimentarsi con chi, resistendo alla tentazione di ottenere dall’Intelligenza Artificiale risposte rapide e assertive ai propri dubbi, aspetta con pazienza il responso di esperti che elaborano faticosamente le proprie argomentazioni, confrontando ed esplicitando le fonti, sfumando le considerazioni alla luce della storia e della geografia dell’italiano.
Cristiana De Santis
15 giugno 2026
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