Che colore è l’incarnato?

I nostri lettori chiedono alcuni chiarimenti sull’aggettivo incarnato: che colore indica? E qual è la forma corretta tra incarnato e carnato?

Risposta

Rispondendo alla prima domanda dei nostri lettori, diciamo subito che incarnato è un cromonimo (che può assumere quindi sia il valore di sostantivo, sia quello di aggettivo) riferito a un colore rosato, simile a quello della pelle di un viso in salute:

GDLI: “per estens. Simile al colorito della carnagione umana (e, in partic. del volto), roseo, carnicino (un colore, una tinta)”, “In partic.: di colore rosato”;

GRADIT: “agg. di colore rosa carne”, basso uso; “s.m. il colore roseo della carnagione sana” uso comune;

Zingarelli 2022: “agg. di colore rosa carne”, “s. m. colore roseo”.

Il termine, che è un aggettivo denominale da carne con il prefisso in- e il suffisso -ato (cfr. GRADIT) o un deverbale da incarnare (cfr. DELI), è attestato nella lingua italiana già dalla prima metà del Duecento, ma assume accezione cromatica, secondo il TLIO, solo alla fine del XIV secolo. È proprio durante questo secolo e l’inizio del successivo, infatti, che il colore rosa trova lentamente il suo spazio nella vita quotidiana, diventando di moda nell’abbigliamento e nella tintoria, àmbito in cui può finalmente essere riprodotto artificialmente grazie all’importazione dall’Asia di un nuovo colorante, detto legno rosso o, in seguito, legno del Brasile (cfr. Michel Pastoureau, Rosso. Storia di un colore, Milano, Ponte alle Grazie, 2016, pp. 144-151).

Come detto, il termine di colore che qui esaminiamo inizialmente indica esclusivamente il colore roseo della pelle: la popolazione italiana, come quella europea, era infatti, nel Quattrocento, ancora prevalentemente di pelle chiara. Per questo motivo, successivamente, il cromonimo (che non a caso ha corrispondenti nel francese incarnat e nel castigliano encarnado) assume l’accezione estesa di ‘rosa’, anche nei casi in cui il colore cui ci si riferiva non era legato alla pelle umana. Nel corso del Cinquecento incarnato è un termine di colore molto diffuso, almeno nella lingua scritta, per indicare qualsiasi tonalità di rosa: è attestato infatti anche nel metamotore dell’Accademia della Crusca e della fondazione Memofonte Le parole dell’arte (nelle Vite vasariane del 1568), che annovera nella sezione colori, tra i rossi, anche il color carne. La diffusione di incarnato nel XVI secolo dipende probabilmente dal fatto che il cromonimo metonimico rosa, legato al colore attribuito per antonomasia all’omonimo fiore, comparirà solo nel Settecento, affermandosi definitivamente nel XIX secolo.

Incarnato viene dunque gradualmente soppiantato da rosa, divenendo, tra Ottocento e Novecento, un cromonimo raro, utilizzato soprattutto nella lingua letteraria. Attualmente infatti è difficile riscontrarlo, se non nel linguaggio tecnico specialistico della pittura, àmbito, tra l’altro, in cui probabilmente il termine nacque. Si vedano ad esempio i seguenti passi, estratti da blog online:

In realtà l’incarnato si compone di diverse sovrapposizioni di colori. Quindi prima di iniziare, dato che non sono tutti uguali, scomponiamo l’incarnato in livelli di colore. Questa capacità ce l’ha esclusivamente un occhio attento ed allenato. […] Il bianco è il colore schiarente mentre il giallo conferisce calore all’incarnato (Come ottenere il colore dell’incarnato, Nonsolocultura.studenti.it, 28/5/2020)

Come vedete è la classica ricetta dell’incarnato composta da bianco, giallo ocra, rosso cadmio chiaro e blu ceruleo. (Quali colori mescolare per ottenere l’incarnato?, Qualcherisposta.it, 31/12/2021)

In altri contesti, soprattutto nella pubblicità e nel mondo del trucco, l’uso più diffuso del termine è quello di sostantivo, con un’accezione non cromatica, bensì con il significato di ‘pelle del viso’, registrato dal GRADIT e ritenuto di uso comune: “s.m. (CO) estens., la carnagione stessa”. In effetti le occorrenze reperibili online di questo sostantivo, di solito accompagnato da un aggettivo che ne specifica il colore (che non è dunque più solo rosa), la luminosità o l’aspetto in generale, sono numerosissime e si trovano in blog e periodici dedicati al trucco e alla bellezza, nei quotidiani nazionali o nei social network:

Fatta questa doverosa premessa, iniziamo a parlare nel dettaglio degli incarnati “fair”, ovvero le pelli chiarissime: come scegliere il blush per un incarnato molto chiaro? […] Anche in questo caso per avere un risultato naturale dovremo sfumare molto bene, ma bellezze dall’incarnato dorato medio-chiaro, sappiate che a voi sta bene il blush rosa corallo intenso (Clio, Come scegliere il blush in base all’incarnato. Il colore ideale per ogni carnagione, blogcliomakeup.com, 12/12/2015)

Per quanto riguarda il trucco viso base, al contrario rispetto all’inverno, un fondotinta dal rosa intenso con nuance sul dorato/giallo può valorizzare maggiormente il vostro incarnato bronzeo. […] Per la base viso, vi raccomandiamo un fondotinta dalla texture molto leggera che non sia pesante sul vostro incarnato, dal tono rosa freddo quadi avorio. (Sabrina La Monica, Armocromia make up: quali colori valorizzano il vostro viso?, Lookfantastic.it, 2022)

Il diktat del trucco per le prossime settimane roventi è chiaro: il make up punta su un incarnato radioso, a elevato tasso riflettente (Francesca Marotta, Make up estate 2022: come creare un base glow resistente al caldo, Iodonna.it, 20/6/2022)

E l’altra riguarda l’insistenza sulla vecchiaia malata e sofferente del suo protagonista, affetto da Alzheimer, con incarnato terreo, occhiaie profonde, sguardo spento (Renato Venturelli, Visti per voi, Repubblica.it, 20/9/2022)

Prima di concludere, segnaliamo anche la variante carnato, portata alla nostra attenzione da un lettore: un aggettivo denominale derivato dal sostantivo carne, che, sebbene già attestato nel XIII secolo (cfr. TLIO), assume accezione cromatica solo nel Cinquecento (cfr. GDLI); come incarnato, il termine può assumere il valore di sostantivo con il significato di ‘carnagione’. Carnato è ritenuta dal GRADIT e dallo Zingarelli una voce di origine toscana ed è, con accezione cromatica, di basso uso. In effetti le sue occorrenze reperibili online sono abbastanza rare e presenti prevalentemente in testi letterari; similmente a quanto avviene per incarnato, le occorrenze di carnato hanno soprattutto accezione di ‘carnagione’:

Restava la stirpe Cuevas e il loro sangue dal timbro indelebile che, nonostante si fosse mischiato infinite volte con quello indio e meticcio, per generazioni e generazioni, faceva venire alla luce bimbi dal carnato bianco come la madre o il padre (Giulio Palatresi, Dietro la curva del tempo, Romagnano al Monte, Booksprint, 2011, senza numero di pagina)

Ofelia adesso poteva osservare chi aveva di fronte: l’uomo doveva avere all’incirca vent’anni, era in realtà poco più che un ragazzo. Alto, dinoccolato, aveva un carnato molto chiaro e ne risultava un viso pallidissimo (Serena Turchi, Le molteplici esistenze della iena, in Storie di immaginaria realtà, vol. 4, Viareggio, Giovane Holden edizioni, 2017, senza numero di pagina)

In conclusione possiamo quindi affermare che il cromonimo incarnato, insieme alla sua variante minoritaria e diatopicamente marcata carnato, è oggi in disuso, fatta eccezione per il linguaggio tecnico specialistico della pittura. Attualmente il termine è invece molto utilizzato con valore di sostantivo per indicare la pelle del viso, la carnagione, soprattutto nel mondo del trucco e dell’estetica.

Elisa Altissimi

19 giugno 2023


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