Che cosa si può negare con in-?

Ci sono pervenute molte domande che riguardano l’attestazione e il significato di parole derivate con il prefisso negativo in- quali immutevolezzaindecompostoinesemplificato, inimparabile, inopinabileinottemperanzainovvioirreparabile e irriparabile.

Risposta

Il prefisso negativo in- è usato principalmente per esprimere valore contrario, premesso soprattutto ad aggettivi che esprimono concetti graduabili: incapace, incerto, inefficace, insicuro, inutile. È impiegato con lo stesso valore anche in nomi terminanti in -ione e -nza e -tà (impreparazione, inadempienza, incompetenza, insoddisfazione, ineleggibilità) riconducibili ai corrispettivi aggettivi in -nte, in -to e in -bile (impreparato, inadempiente, incompetente, insoddisfatto, ineleggibile), raramente è premesso ad altri nomi (insuccesso, irrealtà). Il significato di contrarietà è definibile come la relazione tra due elementi in cui la negazione dell’uno non implica l’affermazione dell’altro. Dire che “il medicinale è inefficace” è il contrario di dire che “il medicinale è efficace” perché le due frasi non possono essere entrambe vere (il medicinale non può essere efficace e inefficace nelle stesse condizioni e nello stesso momento), ma possono essere entrambe false perché esistono molti gradi intermedi tra la negazione e l’affermazione: il medicinale può essere poco o insufficientemente efficace. Non è quindi di norma possibile impiegare in- con aggettivi che esprimono rapporti complementari (come vivo/morto).

Meno frequentemente in- è usato con significato privativo per esprimere la carenza o la mancanza di quanto indicato dalla parola con cui il prefisso si combina: incolore, insapore, insicurezza.

È importante ricordare che la prefissazione non è l’unico modo disponibile per esprimere rapporti di negazione fra parole. La negazione è una relazione semantica che può essere espressa anche tramite l’opposizione lessica le tra due parole, siano esse i poli di una scala graduabile (caldo/freddo), o siano in rapporto di complementarità (acceso/spento), o di reciprocità (vendere/comprare). La negazione può essere anche espressa con avverbi, di cui il più comune è non.

Non deve destare meraviglia se i dizionari non registrano sistematicamente voci prefissate di valore negativo di cui è attestato il positivo non prefissato. La formazione delle parole è infatti uno strumento di arricchimento regolare delle possibilità espressive della lingua. Nel caso del prefisso in-, è potenzialmente possibile il suo impiego con qualsiasi aggettivo graduabile.

La maggior parte delle domande poste dai lettori avrebbe potuto trovare risposta tramite la consultazione di un dizionario che conta un maggior numero di lemmi (quali ad esempio il GRADIT o il VOLIT) che registrano molti più prefissati in in- rispetto a quelli di taglio medio usati nelle scuole secondarie e presenti (si spera) in tutte le case.

Rispondendo alle singole domande, possiamo dire che il termine immutevolezza non solo è ben formato dal punto di vista morfologico e perfettamente interpretabile semanticamente (al pari del più frequente sinonimo immutabilità), ma è attestato, secondo quanto riporta il GRADIT, almeno dal 1932. Lo stesso si può dire sia di inottemperanza (‘la mancanza di osservanza di una legge, di una norma, di una prescrizione’), anch’esso a lemma nel GRADIT e datato 1983, sia di indecomposto, attestato nel GRADIT e presente già in testi risalenti agli inizi del XIX secolo.

Per quanto riguarda la distinzione fra irreparabile e irriparabile, il tipico impiego di irriparabile (attestato anch’esso nei dizionari e nella stampa all’incirca da una trentina di anni) è nell’ambito della meccanica per significare ‘non riparabile, che non può essere aggiustato’, mentre irreparabile, aggettivo ripreso dal latino, e presente in italiano già dalla seconda metà del XIV secolo, è di solito usato per riferirsi a qualcosa di ineluttabile, inevitabile, oppure a cui non si può porre rimedio, in espressioni come: un danno,un’offesa irreparabile. Nel drammatico caso delineato dal lettore di un computer che non si può aggiustare, l’aggettivo da usare è dunque irriparabile.

Il temine inimparabile, per indicare un qualcosa che non si può imparare, non sembra essere attestato nei dizionari della lingua italiana. Esso è comunque documentato da almeno una trentina di esempi facilmente ricavabili da una ricerca su Google, perlopiù in contesti che fanno riferimento a lingue considerate di difficile apprendimento. L’attestazione che sembra essere la più antica si trova nella prefazione di un dizionario tedesco-italiano pubblicato a Norimberga nel 1729, in cui la lingua tedesca viene definita “oscura, barbara, aspra e goffa, e per conseguenza inimparabile ed inaccettabile”. Quindi inimparabile risulta attestato in una pubblicazione precedente all’epistolario di Giuseppe Baretti (1776), in cui secondo il GRADIT si trova la prima attestazione di imparabile ‘che può essere imparato’. Ma inimparabile ha avuto scarsa fortuna e ciò può essere dovuto alla resistenza all’impiego del prefisso negativo in- davanti a parole comincianti con in o im, una restrizione che però non ha impedito la formazione di aggettivi quali inimpugnabile, ininfiammabile, inimitabile, inimmaginabile.

L’aggettivo inesemplificato, usato per indicare un’opera creata senza precedenti modelli, di cui un lettore ricorda un impiego in un testo di storia dell’arte, non è attestato nei dizionari della lingua italiana né, a mio giudizio, l’accezione indicata dal lettore è direttamente ricavabile dal significato del verbo esemplificare, che può essere parafrasato come ‘spiegare, chiarire servendosi di esempi’. Nelle sue scarse attestazioni l’aggettivo inesemplificato è sempre parafrasabile come ‘privo di esempi’: lo si trova già nel testo della prefazione critico-ragionata al Dizionario universale critico, enciclopedico della lingua italiana del D’Alberti di Villanuova (1803): “riscontrandosi nel suo Dizionario una infinità così di voci inesemplificate, come di esempj, tratti dalla Crusca”.

Per quanto riguarda la proposta del termine illuminescente come contrario di luminescente, si tratterebbe di una coniazione di ambito scientifico, che quindi dovrebbe essere opportunamente motivata da esigenze denominative di una specifica disciplina. Non riteniamo sia opportuno proporre nuovi termini scientifici se non esplicitamente definiti in relazione a un contesto che li richieda; pertanto, crediamo sia più opportuno ricorrere a una locuzione come non luminescente.

La proposta di inovvio come contrario di ovvio ci permette di ricordare un interessante fenomeno linguistico denominato “blocco”. L’entrata in uso di una parola derivata o composta può essere bloccata da una parola sinonima già presente nel lessico di una lingua. Un classico esempio è quello di rubatore, parola perfettamente regolare da un punto di vista sia formale sia semantico (si pensi a giocatore o guidatore). Il motivo per cui rubatore – pur se attestato in Dante e per questo normalmente registrato nei dizionari – non è di fatto entrato a far parte del lessico dell’italiano è che per esprimere il significato di ‘persona che ruba’ in italiano esiste già la parola ladro, che dunque occupa lo spazio semantico della parola rubatore, rimasta una creazione morfologica poco più che allo stato potenziale. Lo stesso si può dire di inovvio, che, come contrario di ovvio, trova il suo posto occupato da un ventaglio di aggettivi che meglio specificano il contrario delle diverse accezioni in cui ovvio si può intendere: ambiguo, assurdo, illogico, incomprensibile, imperscrutabile, incerto, oscuro, recondito.

Un lettore segnala un uso attualmente diffuso dell’aggettivo inopinabile che non trova riscontro nei dizionari, ma che è, per esempio, documentato in una dichiarazione dell’onorevole Luigi di Maio riportata dalla stampa nell’aprile del 2017: “C’è un fatto, che è inopinabile: il 40% dei ricercati con mandato internazionale emesso da Bucarest si trova in Italia”. In questo impiego, inopinabile è sinonimo di ‘incontestabile, innegabile, certo, sicuro’, mentre le definizioni che troviamo nei dizionari ‘imprevedibile, che non può essere immaginato, pensato; strano, incredibile’ riportano un insieme di sensi quasi opposto a quello indicato dal lettore. Questa apparente contraddizione trova una spiegazione nei significati del verbo opinare ‘ritenere, supporre; pensare, argomentare’, e dell’aggettivo derivato opinabile ‘di qualcosa su cui si possono avere opinioni diverse’. Il significato di inopinabile riportato dai dizionari fa riferimento alla semantica del verbo, in quanto indica il contrario di qualcosa su cui si può avere una opinione, una supposizione, quindi ‘imprevedibile, inimmaginabile’, il significato indicato dal lettore è un’interpretazione possibile del contrario di opinabile, in quanto si riferisce a qualcosa di cui non si possono avere opinioni diverse, e quindi ‘incontestabile, sicuro’. I due sensi in cui può essere inteso inopinabile sono dunque entrambi legittimi, seppure apparentemente contraddittori.

 

Claudio Iacobini

 

29 maggio 2018


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