Chi è il balengo?

C. D. da Roma ed E. C. da Napoli ci scrivono chiedendoci quale sia il significato del termine balengo, la sua origine e a quale varietà regionale sia riconducibile.

Risposta

Chi è il balengo?

“E l’uomo? ’Sto balengo? Si mette il costume rosso e la barba bianca e fa Babbo Natale”
(L. Littizzetto, Sola come un gambo di sedano, 2010)

 

C’è poco da dire, da quando la usa lei, Luciana Littizzetto, la voce balengo è diventata sempre più comune in tutta l’Italia: la leggiamo nei romanzi, la troviamo nelle pubblicità e, in tempi recentissimi, l’abbiamo sentita anche a Sanremo. Ma cosa vuol dire, esattamente? E da cosa deriva?

Il termine, innanzitutto, è di origine settentrionale, diffuso prevalentemente (ma non esclusivamente) nei dialetti d’area piemontese o veneta. Quanto al significato, i principali dizionari sincronici si mostrano per lo più concordi sull’attribuzione del valore di ‘strano, bizzarro, stravagante’ (cfr. ZINGARELLI 2013, Devoto-Oli 2012, Sabatini-Coletti 2008, GARZANTI 2007, Vocabolario Treccani online), per quanto non manchi chi arrivi a definire il balengo come un vero e proprio ‘stupido, stolto’ (cfr. GRADIT). Più o meno grave che sia, in ogni modo, è palese che non si tratti d’un complimento, tant’è che il termine si è guadagnato facilmente l’ingresso nell’Enciclopedia delle ingiurie, degli insulti, delle contumelie e delle insolenze (1953) di Ugo Nanni (“Esempi di ingiurie vernacolari. In un’osteria piemontese: Bagnà!; Pien d’zupa!; Babacio!; Falabrac!; Balengo!; Surtì fresc da l’Cuttulengo! [...]”) o nel Dizionario degli insulti (1984) di Gianfranco Lotti. 

Non sorprende, quindi, che anche in ambito letterario il termine ricorra soprattutto in autori d’origine settentrionale, e in particolare piemontese. Secondo il GDLI, balengo è usato per la prima volta da Guido Gozzano in Torino del passato, un breve racconto pubblicato sulla Nuova Antologia del settembre del 1915: “La figlia, la nipote, il nipotino che sfaccendano nella grande cucina ridono di me che ho preso le mani della granda e, seduto ai suoi piedi, sopra uno sgabello basso, le ripeto per la decima volta la mia profferta supplichevole: – Aggiungo dieci lire... ne aggiungo quindici... [...] La vecchia esita. Poi s’alza, si volge alle donne con un sorriso ed un sospiro accennando al pendolo e a me: – Ah! Che balengo!”. La battuta, scappata dalle labbra dell’anziana torinese (evidentemente soddisfatta per il vantaggioso affare appena concluso), lascia intendere che l’acquirente balengo non sia altro che un povero sciocco appassionato di vecchi pendoli di bronzo. Il termine ricorre anche, ad esempio, in Cesare Pavese, in un dialogo dialettale della novella Arcadia («“A fa ’n gir, tota?” – “Con i balengo, no”»), o in Primo Levi, nel romanzo La chiave a stella (“lo chiamerei il progettista balengo”; “la madre dei balenghi è sempre gravida: anche da queste parti”). I balenghi si moltiplicano, poi, tra le pagine di bestseller di scrittori piemontesi contemporanei come Umberto Eco (Baudolino), Gianni Farinetti (Un delitto fatto in casa, L’isola che brucia), Anna Mittone (Quasi quasi m’innamoro) e, ovviamente, Luciana Littizzetto (Sola come un gambo di sedano, La principessa sul pisello, La Jolanda furiosa, I dolori del giovane Walter, Madama Sbatterflay, ecc.).

Più raro l’uso del termine al femminile: balenga ricorre, ad esempio, nel romanzo Diario notturno dell’abruzzese Ennio Flaiano, in una sorta di “dittologia sinonimica” che lascia poco margine di dubbio sul suo preciso significato: “È proprio scema balenga”.

Non c’è invece la stessa certezza sull’origine della parola. Attualmente l’ipotesi più accreditata dai dizionari etimologici riconduce balengo alle forme italiane bilenco e sbilenco ‘storto, malfermo’, a loro volta derivate dal francone *link ‘sinistro’ con l’aggiunta del prefisso rafforzativo latino bis- (cfr. REW, §. 5068; DEI e VEI, s.v. bilenco; DELI, s.v. sbilenco, Cortelazzo-Marcato, s.v. balengo). Questa non è, tuttavia, l’unica strada percorsa, pur restando sicuramente la più battuta. In particolare un certo successo ha raccolto, in passato, l’ipotesi sostenuta soprattutto dal Panzini e accolta ancora – tra gli altri – dal Dizionario storico dei gerghi italiani del Ferrero: “Balengo: Scemo, sciocco, pazzo. Dal furbesco balenga, testa che balla, è voce largamente affermata in tutte le parlate del Settentrione” (s.v. balengo). La derivazione del termine dal verbo ballare, oggi scartata, rimanderebbe ancora una volta, ma per altra via, all’immagine dell’instabilità e dell’equilibro precario – fisico prima, mentale poi – che è alla base anche dalla proposta etimologica più recente. Invece, secondo un altro studioso, il Lurati, il nostro termine andrebbe piuttosto ricollegato a balordo, mentre bilenco e sbilenco sarebbero forme originatesi secondariamente proprio a partire da balengo. Non è d’accordo l’Etimologico del Nocentini, che osserva: “l’accostamento è giusto, ma la direzione è opposta: bilenco è primario sia dal punto di vista fonetico, conservando il pref[isso] bi- rispetto al mutato ba-, sia da quello semantico, in quanto dal sign[ificato] concreto di ‘mancino’ e poi ‘storto, sbieco’ si passa a quello figurato di ‘balzano’ e quindi ‘sciocco, balordo’” (s.v. sbilenco). Per il LEI (vol. IV, col. 539 e ss.) alla base del termine sta la radice preromanza *bal-/*bel- ‘lucente’ con l’aggiunta del gruppo -nk-: resta tuttavia poco trasparente il passaggio semantico dal nucleo di base dei ‘fenomeni luminosi’ a quello degli ‘effetti della luce sulla vista con eventuali difetti mentali (goffo, balordo)’. Interessante anche la recente proposta dello Zucca, che suppone una derivazione di balengo da balle ‘testicoli’ con aggiunta di -engo, suffisso d’origine germanica particolarmente produttivo nelle aree settentrionali (cfr. ROHLFS 1969, §. 1100). Da ultimo, non si esclude un collegamento di balengo a bieco e sbieco (forse da ŏblîquus) attraverso la forma veneziana baleco (cfr. Cortelazzo-Marcato, s.v. balengo e VEI, s.v. bilenco).

Come si accennava inizialmente, balengo è voce peculiare ma non esclusiva del Piemonte e del Veneto: diversi strumenti lessicografici, infatti, segnalano la diffusione di alcune varianti del nostro termine anche in altre zone del Nord Italia (come il romagnolo baléing ‘bieco, stravolto, torto’, il bresciano balench, il mantovano baleng, il trentino sbaleng o sbalenc ‘chi cammina male’), della Toscana (balingo è attestato a Lucca e a Siena) e persino del Sud: sbalincu ‘sbilenco, malato’ è variante calabrese settentrionale, bbaléng ‘scemo’ è pugliese.

Il nostro balengo genera, infine, anche qualche curioso derivato: nel gergo carcerario e della malavita di inizio Novecento, ad esempio, balengheria sta per ‘manicomio’, balengite per ‘pazzia’ (specialmente quando, nelle prigioni, viene simulata) e il balengoso, addirittura, è il mese di marzo perché climaticamente bizzarro. Balengà o sbalengar, in Lombardia, e balingar, in Veneto, valgono ‘oscillare, tentennare’, riferito a cosa che non è stabilmente ferma, che si muove ad ogni colpo. A Pavia la balanga è, non a caso, l’altalena.

 

Per approfondimenti:

  • Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Milano, Martello, 1971 (riproduzione facsimilare della 2a edizione: Venezia, Cecchini, 1857).
  • Manlio Cortelazzo - Carla Marcato, I dialetti italiani. Dizionario etimologico, Torino, UTET, 1998.
  • Ernesto Ferrero, Dizionario storico dei gerghi italiani dal Quattrocento a oggi, Milano, Mondadori, 1991.
  • Marco Genovese, Dizionario del veneziano recente. Cossa xé restà del venessian in giornada de ancuo, Padova, Scantabauchi, 2011.
  • Gianfranco Gribaudo, Ël neuv Gribàud. Dissionari piemontèis, Torino, Piazza, 1996.
  • Gianfranco Lotti, Dizionario degli insulti, Milano, SIAD, 1984.
  • Ottavio Lurati, Origine di barocco, in “Vox Romanica”, XXXIV, 1975 (p. 85, nota n. 98).
  • Emanuele Mirabella, Mala vita. Gergo, camorra e costumi degli affiliati, Napoli, Perrella, 1910.
  • Ugo Nanni, Enciclopedia delle ingiurie, degli insulti, delle contumelie e delle insolenze, Milano, Ceschina, 1953 (p. 86).
  • Alfredo Panzini, Dizionario moderno, Milano, Hoepli, 1950.
  • Gian Domenico Zucca, Spulci gergali al “Panzini” 1950, in “LARES”, anno LXVI, n. 1, Firenze, Olschki, 2000.

 

A cura di Barbara Fanini
Redazione Consulenza linguistica
Accademia della Crusca

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