Chi pratica lo yoga?

A coloro che ci chiedono con quale nome si indichi chi pratica lo yoga, riproponiamo la risposta di Anna M. Thornton pubblicata sul n. 52 (2016, I) della nostra rivista La Crusca per voi.

Risposta

 

Chi pratica lo yoga?

 

«Diverse lettrici e lettori (Giorgia de Cristofaro da Roma, Giacomo Colomba da Pontedera) ci chiedono come debba chiamarsi in italiano chi pratica lo yoga, e quale sia l’aggettivo che significa ‘relativo allo yoga’. Laura Pacciarella da Milano chiede se parole come yoga o tai chi chuan debbano essere scritte con iniziale maiuscola o minuscola.

 

Risolviamo subito il dubbio sull'iniziale: non c’è alcun motivo di scrivere questi nomi di attività con l’iniziale maiuscola, così come non scriviamo con la maiuscola parole come corsa o nuoto. A volte alcuni scriventi sentono il bisogno di marcare graficamente in qualche modo il fatto che determinate parole sono esotismi, cioè termini "provenienti da paesi lontani e assai poco conosciuti" (Marco Mancini, L’esotismo nel lessico italiano, Università degli studi della Tuscia, Istituto di studi romanzi, Viterbo, 1992, p. 7). L’artificio grafico da usare in questo caso, come in altri casi di prestiti non adattati e/o non acclimatati, è il carattere corsivo, non l’iniziale maiuscola.

Veniamo ai nomi con cui designare chi pratica yoga, e all’aggettivo derivato da yoga. Il dubbio può investire sia la pronuncia che l’ortografia.

Il nome del praticante, yogi, è un prestito dal sanscrito yogin- (in sanscrito la forma di citazione dei nomi è il tema), attraverso l’hindī yogī e l’anglo- indiano jogee. Il dubbio delle lettrici e lettori che ci hanno scritto riguarda presumibilmente la pronuncia della consonante in attacco della seconda sillaba. Questa consonante in sanscrito è una occlusiva velare sonora /ɡ/, come in gatto, ghiro. Il sistema di trascrizione adottato per il sanscrito trascrive la velare con <g>, anche davanti a vocali anteriori come /i/, seguendo in questo una norma ortografica comune all’inglese e al tedesco (cfr. inglese give ‘dare’ /ɡɪv/, tedesco Gift ‘veleno’ /ɡift/). In italiano invece la norma ortografica rende la velare /g/ davanti a vocali anteriori con il digramma <gh>, come in ghiro, aghi, ghetto, mentre la sequenza <gi> in italiano rappresenta /dʒi/, con affricata postalveolare sonora, come in giro, agi (o /dʒ/ se seguita da vocale non anteriore, come in giacca, giorno, giusto). La forma <yogi>, se si applicano spontaneamente le norme di conversione dall’ortografia alla pronuncia proprie dell’italiano, si legge / ˈjɔdʒi/, con affricata postalveolare; la pronuncia rispettosa dell’etimologia è però /ˈjɔɡi/, con occlusiva velare (ed è questa quella indicata nel GRADIT). La forma è quindi omofona con il nome dell’orso dei cartoni animati di Hanna e Barbera, il cui nome in inglese è scritto Yogi Bear, e in italiano orso Yoghi, con un adattamento ortografico che invece non si ha, o almeno non sistematicamente, nel nome del praticante dello yoga.

Il DOP, consultato nell’edizione in rete, mette a lemma la forma ortograficamente adattata (nella seconda consonante, ma non nella prima) yoghi, e anche una voce ortograficamente completamente adattata ioghi, che rinvia però a yoghi (dove si indica la pronuncia /ˈjɔɡi/). Il GRADIT invece mette a lemma yogi, e indica yoghi come variante con rinvio a yogi. Il GDLI mette a lemma yogi, il Vocabolario Treccani yoghi. Non c’è dunque unanimità tra i dizionari sull’ortografia preferibile. La consultazione di Google books Ngram Viewer a chi richiede le forme ioghi, yoghi e yogi nel corpus di libri italiani tra il 1800 e il 2000 mostra una prevalenza della forma ortografica ioghi fino all’inizio del Novecento; nel trentennio 1920-1950 la forma yogi supera per lo più le altre due, ma le tre forme hanno frequenze molto vicine (e basse); dal 1950 yogi inizia un’ascesa, che diviene une vera e propria impennata negli anni Novanta del XX secolo, e si distacca largamente dalle altre due grafie concorrenti.

Il caso di yogi è uno dei sempre più frequenti casi in cui il mancato adattamento ortografico di un prestito (che sia esotismo o meno: si pensi a computer, in italiano pronunciato /komˈpjuter/ ma non scritto <compiuter>, se non da semicolti) produce una dissimmetria nell’uso (non possiamo più dire che in italiano /ɡi/ si scrive sempre <ghi>, perché in yogi si scrive <gi>), che genera incertezze nei parlanti e scriventi sia sulla pronuncia che sull’ortografia. Praticanti dello yoga mi informano che nelle comunità di praticanti si usano oralmente sia /ˈjɔɡi/ che /ˈjɔdʒi/, ed è questa variazione che avrà originato il dubbio e il quesito cui stiamo dando risposta.

Quanto al nome con cui designare una donna che pratica yoga, la lettrice Giorgia de Cristofaro chiede se debba essere "yogini o yoghini". La risposta è parallela a quella data per il maschile: la voce è prestito dal sanscrito yoginī, e il valore etimologico della consonante traslitterata con <g> è /ɡ/. In Italia è diffusa la pronuncia con /dʒ/ per i motivi già illustrati per la forma maschile. La forma femminile sembra comunque piuttosto rara: manca per esempio nel GRADIT, che indica yogi e tutte le varianti come "s. m. e f. inv.". Anche nelle comunità di praticanti è diffuso l’uso di yogi come ambigenere (uno yogi / una yogi).

Il caso dell’aggettivo yogico è ancor più spinoso e interessante. L’aggettivo non è un esotismo, ma un derivato da esotismo (secondo il GRADIT attestato dal 1910). Si potrebbe supporre che, assodato che yogi si legge / ˈjɔɡi/, l’aggettivo si legga /ˈjɔɡiko/. Tuttavia, alcuni dizionari (tra cui il GRADIT, ma non il GDLI) indicano come pronuncia /ˈjɔdʒiko/. Qui però la causa non è tanto la lettura secondo la norma ortografica prevalente in italiano di una sequenza di lettere che trascrive in realtà un diverso valore nella lingua d’origine del prestito. In italiano, si ha un’alternanza tra occlusiva velare sonora nella base e affricata postalveolare sonora nell’aggettivo derivato in -ico anche in altri casi: dialogo / dialogico, letargo / letargico, demiurgo /demiurgico, chirurgo / chirurgico, nuraghe / nuragico. Ulrich Wandruszka (Aggettivi denominali, in Maria Grossmann e Franz Rainer [a cura di], La formazione delle parole in italiano, Tübingen, Niemeyer, 2004, p. 389) annovera questi casi tra quelli di "irregolarità formali [...] sporadiche": questo è vero se si vuole sottolineare l’esiguità del numero di coppie che presentano l’alternanza in questione, ma non se si vuole caratterizzare la cogenza dell’alternanza, che sembra sistematica nel caso di basi con radici terminanti in occlusiva velare sonora: la ricerca avanzata nel GRADIT non restituisce nessuna forma terminante in <ghico> (mentre nel caso di basi con radice terminante in occlusiva velare sorda si hanno sia casi di alternanza tra occlusiva velare e affricata postalveolare, come streptococcico, mucico < streptococco, muco, che casi di conservazione della velare, come psichico < psiche). Una pronuncia /ˈjɔdʒiko/ per l’aggettivo derivato da /ˈjɔɡi/ sembra dunque adeguata alla norma stabilita dalle altre formazioni aggettivali in -ico da basi con radice terminante in occlusiva velare sonora (oltre che ovvia se si parte da una base pronunciata /ˈjɔdʒi/).»

 

Anna M. Thornton

 

Piazza delle lingue: Lingua e saperi

4 ottobre 2016


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