Chichìbio o Chichibìo?

Rispondiamo a M.P. che, dalla provincia di Siena, ci scrive chiedendoci come debba pronunciarsi Chichibio, nome del protagonista di una novella del Boccaccio. 

Risposta

Chichìbio o Chichibìo?

 

Chichibio è il soprannome del protagonista di una celebre novella della VI giornata del Decameron, dedicata ai motti di spirito e alle trovate argute che sciolgono una situazione pericolosa. Il personaggio viene presentato come un «buon cuoco» al servizio di Corrado Gianfigliazzi, ricco gentiluomo fiorentino storicamente esistito; non molto altro si aggiunge, se non che, appunto, «era chiamato Chichibio», era «viniziano» e pareva «nuovo bergolo», cioè giovane ‘ciarlone, sempliciotto, di poco senno’ (cfr. GDLI, s.v. bèrgolo1).

Sin dalle prime righe della novella, la caratterizzazione psicologica del personaggio si colloca evidentemente entro una, per così dire, “dimensione ornitologica”: allegro ma un po’ frivolo, il nostro buon cuoco veneziano risponde addirittura «cantando» alle lusinghiere richieste di una «femminetta» (anche lei un po’ “civettuola”). E persino la risposta stessa, «Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi», che imita realisticamente il dialetto veneziano, pare quasi un cinguettìo. In generale, a ben guardare, tutto il contesto narrativo del racconto, imperniato sull’attività venatoria con il falcone e sulle vicende delle gru (vive o ben cotte), risulta interamente immerso in questa “dimensione ornitologica”: la precisa impronta tematica conferita alla novella, di conseguenza, non potrà essere trascurata nell’ottica di offrire una valida interpretazione del soprannome dato al cuoco e, in definitiva, stabilirne l’esatta pronuncia (Chichìbio o Chichibìo?).

Uno dei primi studiosi a occuparsi da vicino della questione fu Emilio Lovarini che, sul finire degli anni Trenta del secolo scorso, in un articolo intitolato Chichibio e Cicisbeo, dimostrò che il soprannome dato dal Boccaccio al cuoco veneziano fosse un «verso di uccello, riprodotto, secondo il costume popolare, con i suoni della loquela umana», e che dovesse, pertanto, essere pronunciato facendo cadere l’accento «sulla terza i» (p. 449). Più precisamente, secondo il Lovarini, tale nome doveva riecheggiare proprio il verso del fringuello: uccello che, per l’allegria e la grazia dei movimenti, più di ogni altro si confaceva al carattere vivace e leggero di quel «bergolo» di Chichibìo. Interessante, in proposito, la descrizione che ne offre Leopoldo Untersteiner nel trattatello I nostri migliori uccelli canori, ripresa dallo stesso Lovarini in un contributo di poco successivo (Per due nomi della “fringilla coelebs”, 1942): «il canto del fringuello è un misto di allegria e di mestizia, espresso con slancio; è un linguaggio ardito, energico, vigoroso, che nella sua semplicità giunge diritto al nostro cuore. Ha principio con una specie di tremulo prolungato che va sempre più affrettandosi e grado grado cresce di forza per chiudere con uno strepitoso rimbombante» (p. 88); ed è ancora l’Untersteiner a registrare, fra «le principali maniere di canto» del fringuello, la sequenza onomatopeica «ciol, ciol, ciol, cicibio» (p. 89).

L’origine veneziana del personaggio, inoltre, ha spinto il Lovarini a ritenere che una pronuncia ancor più corretta del nome del cuoco dovesse essere palatale e non velare: «il gruppo grafico chi in scritti veneti fino al Goldoni e anche molto più in qua ha per solito suono palatale e va letto come il ci italiano (ochi: oci; chiara: ciara; chiozote: ciozote, ecc.)» (cfr. Chichibio e Cicisbeo, p. 449). Cicibìo, dunque, e non Chichibìo. Tale ipotesi, tuttavia, non ebbe largo seguito; anzi venne decisamente contrastata di lì a poco da Bruno Migliorini (cfr. "Lingua Nostra", II, p. 32) e da Vittore Branca (cfr. Boccaccio e i veneziani bergoli, p. 49): «Chichibìo, non come finora Chichìbio, ma neppure Cicibìo».

Pronuncia palatale o meno, ad ogni modo, al Lovarini andrà senza dubbio riconosciuto il merito di aver insistito sull’esistenza di un collegamento fra il soprannome dato al cuoco e le sue origini veneziane. Proprio all’area veneta, infatti, appartengono le uniche attestazioni letterarie della voce chichibìo come nome comune con il significato di ‘sciocco’ e ‘buono a nulla’ (cfr. M. Cortelazzo, Dizionario veneziano, s.v. chichibio). Si tratta perlopiù di opere dialettali in versi, di genere popolare, riferibili alla seconda metà del Cinquecento o alla prima del Seicento. La posteriorità di tali attestazioni rispetto all’opera boccacciana impedisce di stabilire con sicurezza la preesistenza e l’assoluta autonomia del termine rispetto al personaggio decameroniano; tuttavia l’appartenenza compatta e pressoché esclusiva (fanno eccezione solo due componimenti di provenienza emiliana) di questi testi all’area veneta non può essere casuale. Una delle attestazioni più antiche, già segnalata dal Migliorini (cfr. Un altro Chichibio, p. 88), si trova in un sonetto di Andrea Calmo (Le bizzarre faconde et ingeniose rime piscatorie, Venezia, 1553, p. 16):

Chi nol sa, che no vogio bastasar?
Ni andar a questo, e a quel, tutto el dì, drio?
Ni servir tal murlon, tal chichibio,
Che no xe boni gnanca da brusar?

Un altro esempio, sempre cinquecentesco, è offerto dalle ottave di Antonio Molino (I fatti e le prodezze di Manoli Blessi strathioto, Venezia, 1561, p. 28):

Fa chello chie tel piase, Segnur mio:
Lassa pur far a mi romper ste nuse;
Chie mi no la xe miga un chichibio.

L’impiego dell’appellativo in contesti letterari «schiettamente popolari», come li definisce Giovanni Presa, lascia supporre che il termine riuscisse immediatamente comprensibile, all’epoca, anche a un pubblico molto ampio e variegato (benché pur sempre geograficamente circoscritto): esisterebbe quindi, secondo lo studioso, una «tradizione antonomastica» di chichibìo evidentemente svincolata dalla fortuna dell’opera boccacciana (cfr. G. Presa, Postilla a Chichibio, pp. 290-291). A ulteriore conferma della posizione dell’accento, invece, si potrà rilevare come, in entrambi i casi citati, il termine chichibio ricorra una volta in rima con drio, e una volta con mio.

In conclusione, dunque, il soprannome del nostro “cuoco-fringuello” – coerentemente, del resto, con altre voci d’origine onomatopeica (come squittìo, fruscìo, cinguettìo, ecc.) – andrà letto Chichibìo e non Chichìbio, «pronuncia», come si legge nel DOP, «invalsa per dimenticanza tra ’700 e ’900».

 

Per approfondimenti:

  • Vittore Branca, Boccaccio e i veneziani bergoli, “Lingua Nostra”, III, fasc. 3, maggio 1941 (pp. 49-52)
  • Manlio Cortelazzo, Dizionario Veneziano della lingua e della cultura popolare nel XVI secolo, Padova, La Linea Editrice, 2007
  • Emilio Lovarini, Chichibio e Cicisbeo, Atti del Reale Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti, XCVIII, Venezia, Premiate Officine Grafiche Carlo Ferrari, 1939 (pp. 449-456)
  • Emilio Lovarini, Per due nomi della “fringilla coelebs”, “Convivium”, 4, 1942 (pp. 225-231)
  • Bruno Migliorini, nota a Dante Olivieri, Chichibio-Cicisbeo, e Chichibio “nuovo bergolo”, “Lingua Nostra”, II, fasc. 2, marzo 1940 (p. 32)
  • Bruno Migliorini, Un altro Chichibio, “Lingua Nostra”, VII, fasc. 4, dicembre 1946 (p. 88)
  • Giovanni Presa, Postilla a Chichibio, “Aevum”, XXXII, fasc. 3, maggio-giugno 1958 (pp. 288-291)
  • Leopoldo Untersteiner, I nostri migliori uccelli canori, loro caratteri e costumi [...], Milano, Hoepli, 1911
     

A cura di Barbara Fanini
Redazione Consulenza Linguistica
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26 novembre 2012


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