Disco verde per unionale

Sono arrivati in redazione – e già da tempo – vari quesiti sull’aggettivo unionale: è legittimo il suo uso invece di dell’Unione Europea? E si tratta davvero di un neologismo? 

Risposta

Cogliamo l’occasione del sessantesimo anniversario dei trattati di Roma, che istituirono la CEE e l’EURATOM tra sei Paesi europei e che sono giustamente considerati alla base dell’attuale Unione Europea, per rispondere ai quesiti che ci sono arrivati sull’aggettivo relazionale unionale, il cui uso è per ora circoscritto all’ambito burocratico.

Come è noto, quando l’Unione Europea (UE), che è stata fondata come tale solo nel 1993, si chiamava ancora Comunità Europea, l’aggettivo ad essa riferito era comunitario; extracomunitari si definivano i cittadini dei Paesi (anche europei) che non facevano parte della Comunità (alcuni dei quali, come la Romania, sarebbero successivamente entrati nell’Unione). Comunitario si è continuato a usare, ma ovviamente è parso sempre meno appropriato e ormai va anzi considerato obsoleto, perché legato al nome di un’istituzione che di fatto non esiste più. D’altra parte europeo può riferirsi più in generale, in senso storico-geografico, all’intera Europa, che comprende Paesi come la Svizzera, la Norvegia o la Russia, che non hanno mai fatto parte dell’UE, o come la Gran Bretagna, che dopo la Brexit ne uscirà. Dunque, non essendo disponibile Europa per formare un derivato che faccia riferimento specifico all’Unione Europea, bisogna partire da Unione. Certo, si potrebbe rinunciare a formare un aggettivo ricorrendo costantemente al sintagma dell’Unione, ma la tendenza alla sintesi, propria soprattutto di certi testi e di certi ambienti, e anche il modello dell’inglese unional favoriscono la formazione di un derivato.

Teoricamente, si potrebbe ricorrere a unionista unionistico, ma questi aggettivi hanno già un preciso significato storico-politico e sono prevalentemente usati in relazione a fatti della storia inglese e americana: il primo si riferisce a chi è seguace dell’unionismo, che il GRADIT definisce “tendenza ideologica o movimento favorevole alla ricerca dell'unità interna o  all'unificazione di più organismi (religiosi, politici ecc.)”, il secondo a qualcosa che è “relativo all’unionismo o agli unionisti”. Tali significati, dunque, sembrano incompatibili con le possibili nuove accezioni che assumerebbero i due termini e se mai potrebbero essere usati nel senso di “favorevole all’Unione Europea” (ma c’è già europeista).

Sia questo dato, sia soprattutto il modello offerto dall’inglese unional (documentato, secondo l’Oxford English Dictionary, già nel sec. XVII), possono spiegare il ricorso a unionale, aggettivo formato da unione con il suffisso -ale (dal lat. -alem), che si trova in documenti relativi all’UE (spesso tradotti dall’inglese) in contesti come “normativa unionale”, “Codice Doganale Unionale”, “meccanismo unionale di protezione civile” e simili. Il suffisso, del resto, è stato già usato, per influsso francese o inglese, per formare aggettivi da tempo acclimatati in italiano come confederale ‘relativo a una confederazione’ e continentale ‘relativo a un continente’, anche semanticamente non molto lontani da unionale.

Più in generale, va rilevato che il suffisso -ale, presente da secoli in aggettivi di origine latina (autunnale) o formati sul modello latino (nazionale) e poi particolarmente usato nel linguaggio burocratico-amministrativo (postale, doganale), è molto produttivo nell’italiano contemporaneo e il contatto con l’inglese ne ha certo accresciuto l’uso: si pensi ad aggettivi come opzionale, ecc., che hanno alle spalle modelli angloamericani. Dagli aggettivi in -ale, inoltre, si possono formare sostantivi con il suffisso -ità (secondo il modello nazionale > nazionalità); il che fa supporre che da unionale si possa trarre unionalità (di cui in effetti si trova in rete qualche isolata attestazione).

Formazioni del genere, nate per lo più in ambito burocratico, hanno spesso suscitato reazioni negative: basti ricordare che il purismo ottocentesco contrastò a lungo dialettale, ritenendo corretto solo il sintagma del dialetto o preferendogli dialettico, che pure aveva già un altro significato in filosofia. In effetti, tra coloro che ci hanno scritto molti sono decisamente ostili a unionale: c’è chi si dichiara “inorridito” dal termine e chi ritiene che non meriti neppure la qualifica di neologismo.

Ma unionale non costituisce una novità assoluta: lo ZINGARELLI 2016, che è uno dei pochi dizionari che ha accolto l’aggettivo nel suo lemmario, ne fornisce la seguente definizione: “che si riferisce a una struttura costituita da più enti; in particolare, relativo all’Unione Europea”. Inoltre, lo stesso dizionario segnala che la prima attestazione risale non, come si potrebbe supporre, alla fine del sec. XX o all’inizio del Duemila, ma al 1881! In effetti, grazie a Google libri, si possono trovare esempi dell’aggettivo in testi di fine Ottocento, in contesti come “economia associativa ed unionale” (1881), “i disoccupati saranno mantenuti dalla cassa unionale” (1889); anche nel corso del Novecento abbiamo esempi come “proprietà unionale” (1920), “sostanza unionale” (1959) e ancora, più di recente, “organismi [...] confederali e unionali” (1979) e “Stato unionale” (1981). Evidentemente, l’aggettivo è stato coniato quando ancora l’Unione Europea era di là da venire, ma è rimasto d’uso circoscritto, soprattutto in ambito giuridico e burocratico-amministrativo, tanto che la lessicografia non lo ha mai registrato,  ed è riemerso solo di recente, in un contesto diverso e con un significato più specifico.

Non ci sono dunque motivi strutturali per considerare unionale una parola mal formata; si deve solo rilevare che l’aggettivo può essere attribuito a cose (norme, regolamenti, ecc.) ma non a persone, là dove si avrebbe piuttosto bisogno di un etnico. Può darsi che in futuro si sentirà l’esigenza di avere un termine per indicare specificamente i cittadini dei Paesi appartenenti all’UE (così come si usa comunemente statunitense accanto al più generico americano), ma per ora ci basta europeo. Per le cose, invece, l’esigenza di un aggettivo preciso, che attribuisca un provvedimento, una legge, un accordo commerciale ai Paesi appartenenti all’Unione Europea e non all’intera Europa, già si pone. Almeno in quest’ambito, dunque, a unionale si può dare senz’altro via libera.

 

Paolo D’Achille

 

Piazza delle lingue: L'italiano fuori d'Italia

28 marzo 2017


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