Disguidato e disguidare: si tratta forse di un disguido?

Melchiorre D.M. e Giuseppina C. chiedono chiarimenti sull’esistenza nei vocabolari italiani e sull’uso dell’aggettivo disguidato e del verbo disguidare.

Risposta

 

Disguidato e disguidare: si tratta forse di un disguido?


Ad oggi nessun dizionario, storico o dell’uso che sia, riporta a lemma il verbo disguidare o l’aggettivo disguidato. Per entrambe le forme, quindi, dobbiamo partire dalla voce da cui derivano, disguido, definita nel GDLI “errore o equivoco nelle spedizioni o nelle consegne di una lettera, di un oggetto, o anche in un itinerario, o in un viaggio (o nello svolgimento di un programma fissato, nel compimento di una serie di atti stabiliti)”. Il GDLI registra come antica una seconda accezione del termine, inteso come 'negligenza, trascuratezza' che si trova attestata nella forma descuidi nel Predicatore, ossia commentario al libro dell’eloquenza di Demetrio Falereo di Francesco Panigarola, vissuto nella seconda metà del ’500. Quest’ultima accezione non ha avuto successo nella lingua italiana, ma il termine disguido è invece sopravvissuto nell’uso tecnico e letterario prevalentemente alto, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui è di uso comune.


La prima attestazione di disguido riportata su GRADIT e DELI è del 1681 (Carteggio di Francesco Terriesi, citato nel Dizionario del linguaggio italiano storico e amministrativo scritto da G. Rezasco nel 1881).


Per quanto riguarda l’etimologia, il DELI ci informa che disguido deriva dallo spagnolo descuido, deverbale di descuidar formato col prefisso negativo-sottrattivo des-, quindi 'non pensare, non prendersi cura di'. Attraverso il napoletano desguito 'inconveniente, disordine', la voce è entrata nell’italiano a partire dal XVII secolo prevalentemente a Napoli e a Milano durante la dominazione spagnola, ma si è diffusa in tutta Italia solo nel XIX secolo.


Con disguido ci troviamo di fronte a un termine dalla forte connotazione burocratica e perciò non è un caso che il notevole incremento della sua diffusione coincida proprio con l’avvento dell’Unità d’Italia, momento in cui nasce una legislazione e in cui si sono formati e fissati nella lingua giuridica e amministrativa molti dei tecnicismi, propri o collaterali, che ancora oggi compongono in buona parte il lessico del cosiddetto “burocratese”. A partire dall’Ottocento dunque il termine cominciava a insediarsi nel lessico della burocrazia e già allora veniva percepito in modo negativo, portatore di quelle caratteristiche che contraddistinguono tutt’oggi la lingua della burocrazia: oscurità, ambiguità semantica, distacco dal destinatario. Filippo Ugolini scriveva nel suo Vocabolario di parole e modi errati del 1848: “disguido, per intralciamento, disgrazia, avviluppamento: noi ignoriamo d'onde sia sbucato questo piccolo mostro; fuggami dunque le barbare frasi: Disguido di un affare, Nascere un disguido ecc.”. Basterà il tempo di un solo scarto generazionale per fissare il termine come vero e proprio tecnicismo burocratico. Nel 1898 lo troviamo nel Nuovo vocabolario di parole e modi errati che sono comunemente in uso di Vittorio Ugolini, figlio di Filippo, con la definizione “disguido: quando una lettera spedita per la posta non giunge a chi è diretta, gli ufficiali postali se ne scusano dicendo che sarà nato un disguido”.


Tuttavia esiste fin dal XVII secolo un uso figurato di disguido nel senso di 'malinteso, intralcio, inconveniente generico che porta a una deviazione in un percorso stabilito', di cui abbiamo sporadiche occorrenze nella letteratura, prevalentemente scientifica e medica, in opere di carattere religioso o in saggi di critica letteraria. Il Sabatini-Coletti segnala il significato esteso di 'equivoco' (per un d. è andato a vuoto l'appuntamento) mentre il GDLI riporta un passo della poesia di Eugenio Montale Carnevale di Gerti, composta nel 1928, che recita (vv. 55-58): ”La tua vita è quaggiù dove rimbombano / le ruote dei carriaggi senza posa / e nulla torna se non forse in questi / disguidi del possibile. Ritorna…”.


Come spesso avviene nel lessico della burocrazia, il termine disguido sembra oscillare costantemente tra linguaggio comune e lingua degli uffici, impedendo così una classificazione netta della voce all’interno di un unico ambito d’uso. E di fatto oggigiorno la percezione dei parlanti rispetto alla parola e al suo uso non è più legata al tecnicismo burocratico come invece avveniva nell’Ottocento; oggi il termine si è acclimatato nel linguaggio comune e non è strano sentire, in ambiti del tutto comuni e lontani dagli uffici della burocrazia, espressioni come “scusate il ritardo, ho avuto un disguido” o “per un disguido non ci siamo capiti ma ora è tutto chiarito”.


La percezione negativa che nell’Ottocento si aveva di disguido è la stessa che oggi è destinata a disguidato e disguidare. In particolare, l’uso moderno dell’aggettivo disguidato è oggi quasi esclusivamente riservato a un pacco, un bagaglio, un bonifico, una comunicazione che non sono giunti al destinatario, che sono andati persi nella spedizione o che hanno subito una deviazione rispetto all’iter prestabilito. Troviamo frequentemente disguidato all’interno di regolamenti aeroportuali, nelle comunicazioni degli uffici postali o nei documenti delle banche, in contesti come: “la posta che non va recapitata al domicilio, cioè quella […] disguidata e/o diretta a clienti che hanno comunicato il loro trasferimento in zona di competenza di altro porta lettere, o di altro ufficio” (Poste Italiane, Manuale per l’operatore di recapito); “Per i bagagli spediti e disguidati puoi rivolgerti agli uffici Lost&Found presenti in aeroporto” (www.aeroportoditorino.it nella sezione “oggetti smarriti”); “è prevista una penale, a carico dell’ordinante, in caso di bonifico disguidato a causa di errori e/o omissioni” (www.bancamalatestiana.it).

 

 

La formula “bagaglio/valigia/pacco disguidato/a” è ad oggi un tecnicismo vero e proprio del “linguaggio delle spedizioni”; basti notare che delle 7 occorrenze della forma “disguidato” presenti nell’archivio di Repubblica.it, 6 sono riferite a “bagaglio” e una a “pacco”, mentre per la forma al plurale maschile “disguidati” ben tutte le 44 occorrenze sono accostate alla parola “bagagli” (per il femminile “disguidate” accade lo stesso con “valigie”). Una formula cristallizzata che, come spesso accade quando il linguaggio amministrativo tende ad “attenuare i toni” con il ricorso all’eufemismo, causa non poche incertezze semantiche: un “bagaglio disguidato” è un bagaglio smarrito? È arrivato a una destinazione sbagliata? Lo hanno rubato? È stato spedito a un diverso indirizzo? Lo rivedrò mai? Antonio Dini in un articolo del 23 aprile 2012 su Il post scrive:

 

Ma torniamo un attimo sull’infelice neologismo “disguidato”. Viene la curiosità di scavare un attimo più a fondo e cercare di capire cosa si intenda per bagaglio disguidato. È un sinonimo di bagaglio smarrito? No, direi proprio di no (con buona pace dei titoli di giornali che parlano di bagaglio semplicemente “smarrito”). Si tratta invece di quelli riconsegnati in ritardo, danneggiati, smarriti, rubati o persi definitivamente. Smarrimento e furto (che sono due cose ben diverse) sono calati parecchio. Gli smarriti sono calati del 45% rispetto al totale dei disguidati, per dire.


Per quanto riguarda il verbo disguidare, si registra un uso piuttosto ridotto (su Google Libri: 116 risultati per la forma “disguidare” contro i 692 per “disguidato”, in cui però rientrano casi di uso verbale del participio, e i 12.600 per “disguido”). Il verbo ricorre in ambiti quasi sempre alti o scientifici come: “Gli odierni tassonomi nel proporre i loro quadri di classificazione delle piante sono stati disguidati dal non aver riconosciuto alcune verità fondamentali” nelle Memorie della Reale Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna del 1904, che qui assume il senso figurato di “sono stati sviati, portati all’errore”; oppure, con una vena eufemistica e ironica: "«L'occasione dell'Empoli è nata da un disguido di Nesta». Perché Nesta non sbaglia, disguida" ("La Repubblica", 22 marzo 1999), in cui la battuta pone l’accento sulla vaghezza semantica e sulla patina eufemistica del termine.


Tuttavia, analizzando i contesti emersi dalle nostre analisi, si nota una diffusa tendenza a utilizzare il verbo in un’accezione che si discosta semanticamente da disguido inteso come “equivoco” o “svista”, e che sembra piuttosto derivare direttamente dal verbo guidare. Nell’esempio “L’Ingegner Thomas Bouch sosteneva che il vento non aveva avuto che il risultato di far disguidare le due carrozze di coda del treno” sulla rivista Il Politecnico (vol. 28, 1880) il senso pare proprio quello di “uscire dalle guide” in riferimento ai binari del treno. Invece in “e questa sua passione, specie sotto l'apparenza della modestia, guida, o piuttosto disguida, tutti i suoi passi e le sue azioni” in Spontini di Paolo Frangapane (Sansoni, 1983) il verbo sembra significare “guidare male”. Analogo è il valore che ha disguidato nell’esempio seguente, reperito in Google Libri e anteriore anche alla prima attestazione di disguido segnalata all’inizio: è tratto infatti dallo Stimolo del peccatore di padre Bernardino Zanoni del 1614 (“nondimeno siamo tanto ingrati à tanto amorevole benefattore, e tanto transcurati, e disguidati da ogni nostro bene…”).


In questi casi resta difficile stabilire da dove derivi disguidare. È possibile che sia avvenuto uno spostamento di significato di disguidare che, derivato in origine dal burocratico disguido, potrebbe aver subito in un secondo momento uno slittamento semantico verso il più comune e trasparente guidare, grazie anche alla sovrapposizione formale (grafica e fonetica). Altrettanto plausibile è che, diversamente dall’aggettivo disguidato, il verbo sia nato indipendentemente come derivato di guidare, e non di disguido, tramite il comune processo di formazione delle parole che vede l’aggiunta di un prefisso, in questo caso dis- con valore oppositivo, al verbo guidare. In questo caso, basandoci sulle date delle attestazioni, si potrebbe ritenere più antico disguidare1 da dis- + guidare rispetto all’omonimo verbo disguidare2 da disguido + -are, presumibilmente più recente.


In conclusione, se disguido è oggi entrato nel vocabolario comune, lo stesso non si può dire di disguidato e disguidare, percepiti come tecnicismi spesso dal significato oscillante, l’uno prevalentemente legato al mondo delle spedizioni e delle procedure burocratiche, l’altro dall’origine incerta e dall’uso ridotto. Va distinta inoltre una differenza nell’uso attuale dei due termini: mentre disguidato ha trovato una certa affermazione nell’uso tecnico conquistandosi il proprio spazio, sebbene limitatamente all’ambito burocratico, le occorrenze della forma verbale, non ancora affermata né all’interno del linguaggio comune né in uno specifico ambito d’uso, rimangono sporadiche e prevalentemente legate all’occasione. Sarà il tempo a stabilire se, come per disguido, i due termini disguidato e disguidare si acclimateranno lentamente nel linguaggio comune o se invece rimarranno relegati negli uffici postali e negli aeroporti.


A cura di Luisa di Valvasone
Redazione Consulenza linguistica
Accademia della Crusca

 

14 marzo 2017


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