Assolviamo il nostro compito: vi rispondiamo

Molti lettori ci chiedono se il verbo assolvere, nel senso di ‘portare a termine’ sia transitivo o intransitivo: “si assolve un compito” o “a un compito”? Qualcuno chiede se il verbo si possa usare come sinonimo di soddisfare: si può “assolvere una richiesta del cliente”? Un lettore domanda quale preposizione regga assolvere usato nel senso di ‘prosciogliere’: “X è stato assolto dai” o “dei reati a lui ascritti”? Infine ci viene chiesto se il sostantivo inassolvimento, impiegato in testi giuridici per ‘inadempimento’, sia “esistente nella lingua italiana”.

Risposta

Sono giunte ripetute domande intorno ad assolvere e alla sua costruzione. Cominciamo col dire che assolvere è per lo più correttamente costruito, come da etimologia latina, transitivamente, sia nel senso di ‘liberare qualcuno da (la preposizione del secondo argomento è da e non di, per rispondere subito al dubbio di un lettore) qualcosa che grava su di lui’ (“assolvere l’imputato dai reati/ il penitente dai peccati”) sia in quello di ‘svolgere, portare a compimento qualcosa, terminarlo’. Questo secondo significato, anch’esso proprio del latino (recuperato alla lettera da Dante in Paradiso XXV, 25), è comune nell’accezione di ‘soddisfare (su cui ci interroga qualche lettore) un obbligo, un impegno preso, compiere qualcosa di dovuto’ (“assolvere il proprio dovere, gli obblighi di leva, le funzioni di preside, un voto”). In questo significato si registra però ormai anche la costruzione intransitiva con a (“assolvere agli obblighi scolastici, alle proprie funzioni” ecc.), di cui chiedono conto i lettori. Questa costruzione è in crescita nel linguaggio della pubblica amministrazione e del diritto, e non solo: nel PTLLIN, che prende in considerazione i romanzi del Premio Strega, assolvere nel senso di ‘compiere, soddisfare qualcosa’ appare in costruzione tanto transitiva che intransitiva (con a) e il corpus CORIS fornisce esempi di quella intransitiva, pur minoritaria, un po’ in tutte le tipologie di testo; ormai la registrano, sia pure fuggevolmente, parecchi dizionari. Probabilmente, assolvere è spinto al costrutto intransitivo dal sinonimo burocratico ottemperare che si costruisce con a. Sta accadendo ad assolvere quello che è successo a un altro suo sinonimo, adempiere, che si è adattato alle due costruzioni, nonostante vibrate proteste del purismo ottocentesco (cfr. GDLI alla voce) contro quella intransitiva. La domanda dunque è: è corretto il costrutto intransitivo, non etimologico di assolvere? È ammissibile? La legge dei numeri e dell’uso induce a non respingerlo, tanto più che si è insediato in testi socialmente autorevoli (come disposizioni, sentenze, atti pubblici ecc.) ed è probabile che si imponga anche statisticamente. Consiglierei però di usarlo con parsimonia, non solo per fedeltà etimologica, ma anche perché il transitivo consente la perfetta versione al passivo, comoda e utile specie in risposte a domande: “Tizio ha assolto tutti gli obblighi di legge?” –“Tutti gli obblighi di legge sono stati assolti da Tizio”.

Un lettore chiede infine della legittimità di inassolvimento nel senso di ‘mancato adempimento, inadempimento’. Il GDLI registra un raro assolvimento, non solo nel senso di ‘assoluzione’, ma anche in quello, qui in causa, di ‘compimento, adempimento’. Ora, come il lettore ricorda, in varie sentenze si comincia (ma Google lo attesta già negli anni Sessanta del Novecento) a parlare di inassolvimento di qualcosa (oneri, doveri). Il mancato assolvimento di un compito, di un obbligo può ben essere il suo inassolvimento (con in- privativo); ma ci sono già i comodi inadempimento e inadempienza a suggerire di non eccedere in inutili neologismi, ancorché non erronei.

Vittorio Coletti

19 aprile 2022


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