Discrasia, o delle cattive mescolanze

Più di un lettore, in tempi diversi nel corso degli ultimi anni, ci ha chiesto delucidazioni sul termine discrasia, sulla sua origine antica e i suoi significati attuali. È la storia di un grecismo medico, di una parola limpida e sfuggente.

Risposta

 

Discrasia, o delle cattive mescolanze

 

L'etimologia e il significato antico. La teoria dei quattro umori. Il termine discrasìa (variante disusata discrasi) è un prestito dal greco antico δυσϰρασία, parola composta dal prefisso δυσ- con valore negativo di 'cattivo, difficile' (collegato con la nozione di 'irregolarità, difficoltà, alterazione, anomalia, male'), dal tema ϰρα del verbo ϰεράννυμι 'io mescolo' e dal suffisso nominale -σία a indicare l'azione; il suo significato letterale era dunque di 'cattiva mescolanza', 'cattivo temperamento', 'perturbamento'.

In Strabone è usato per descrivere un'aria insalubre, in Plutarco è detto di malanno fisico e di clima cattivo ('intemperie', 'perturbazione'); Galeno, medico e filosofo del II sec. d.C., lo utilizza per indicare il disequilibrio dei fluidi corporei, causa dell'insorgenza della malattia, ed è con questo significato che il termine viene trasmesso dall'antichità all'età moderna.

Galeno riprende e sistematizza la teoria ippocratica dei "quattro umori", che da allora ebbe una straordinaria diffusione: sangue, flegma, bile gialla e bile nera (non tutti corrispondenti a referenti effettivi nella medicina moderna) circolano nel corpo umano, determinandone il buono o cattivo funzionamento a seconda della loro peculiare combinazione e proporzione. Gli umori dei medici corrispondono ai quattro elementi dei filosofi e alle loro qualità, alle stagioni e alle età della vita; inoltre definiscono, con il prevalere di uno di essi, i quattro temperamenti dell'uomo e i quattro tipi fondamentali di aspetto fisico e caratteriale. La dottrina umorale dominerà il pensiero medico occidentale almeno fino al XVI secolo, ma continuerà a essere tenuta in considerazione fino alla nascita della moderna scienza medica nell'Ottocento.

Nella tarda antichità e in epoca bizantina il termine discrasia è dunque tramandato nei testi medici dei continuatori di Galeno, ed è attestato anche in alcuni Padri della Chiesa, tra i quali Giovanni Crisostomo; nel IV-V sec. d.C. il grecismo è assunto in latino come elemento dotto, spesso introdotto da formule di rito, come "Graeci vocant", e simili.

La trasmissione delle opere di Galeno, dalla tarda antichità al Cinquecento, avvenne attraverso traduzioni siriache, arabe, ebraiche, latine. L'Occidente medievale legge Galeno principalmente sulla base di traduzioni latine dall'arabo. Tuttavia, nel XII secolo un giurista di Pisa, Burgundio, che ha viaggiato a Costantinopoli e sa il greco, appronta un discreto corpus di traduzioni di Galeno direttamente dal greco: egli rende δυσϰρασία con i termini distemperantia e discrasia; Niccolò Deoprepio da Reggio, medico di origine greca, che nella prima metà del XIV secolo traduce molte opere di Galeno alla corte napoletana di Roberto d'Angiò, si limita a traslitterare il termine dal greco: discrasia. Alla fine del Trecento Filippo Villani, nel commento allegorico alla Divina Commedia di Dante, elencando le beatitudini celesti, scrive sanitas sine discrasia in contrapposizione a infirmitas.

 

Opere di medicina e attestazioni (e omissioni) lessicografiche. Attraverso il latino medievale e umanistico il termine giunge in italiano (dyscrasia>discrasia). La prima attestazione si trova nella traduzione di Paolo Varisco (Venezia 1480) dell'Inventarium sive Chirurgia Magna, opera composta in latino nel 1363 da Guy de Chauliac, medico alla corte papale in Avignone: “se la discrasia serà seca o humida”. Guy cita spesso Galeno, con le cui opere dimostra consuetudine, anche attraverso le nuove traduzioni dal greco, chiare e accurate, di Niccolò da Reggio.

Nel corso del Cinquecento troviamo una qualche circolazione della parola in testi medici di carattere pratico (come le chirurgie) e nel filone della medicina più popolare dei compilatori di segreti medicinali, rimedi e antidotari, in cui capita di parlare di stomaco “non disproporzionato de alcuna distemperantia o discrasia”, o di decotti, impiastri e unguenti per casi di “discrasia calda” o di “discrasia epatica”. Come termine della tradizione medica antica discrasia viene registrato (e tradotto come intemperies) nel Lexicon medicum Graecolatinum di Bartolomeo Castelli (Messina 1598, e successive ristampe), dizionario di termini di medicina, desunti programmaticamente da Ippocrate e Galeno.

Nel Seicento il termine è usato da Francesco Redi, archiatra granducale, naturalista e scrittore, arciconsolo della Crusca e compilatore della terza edizione del Vocabolario, che nei suoi Consulti medici, a proposito di affezioni da podagra (gotta), parla di “invecchiate discrasie” e di “qualche discrasia soverchiamente acetosa”: la parola è glossata in entrambi i casi con il termine greco e spiegata come 'stemperatura' o 'stemperamento di umori'.

Con il progressivo distacco dalla teoria umorale il vocabolo continua tuttavia a essere utilizzato, ma perde il significato tecnico che aveva nei trattati galenici, assumendo un valore più generico di 'alterazione'. Comincia anche a essere inserito nei vocabolari che, fra Sette e Ottocento, si arricchiscono di termini scientifici e tecnici: lo troviamo in alcune ristampe "non ufficiali" del Vocabolario della Crusca (1745; 1763-1764), nelle Voci mediche di Andrea Pasta (1769), nel Dizionario universale di Francesco Alberti di Villanova (1797-1805) e nei primi vocabolari di grecismi, che appaiono all'inizio del XIX secolo, e che preludono ai successivi dizionari specialistici medici.

Nel corso dell'Ottocento la nuova medicina su basi scientifiche abbandona l'interpretazione della malattia come discrasia generale, causa dei fenomeni morbosi senza una specificità clinica.

Così i maggiori dizionari ottocenteschi, dal Vocabolario universale italiano Tramater (1829-1840) al Vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzzi (1833-1840), a quello di Pietro Fanfani (1855) al Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo (1861-1879), riportano il termine con il suo significato storico (“stemperamento di umori”) e con il più generico valore coevo (“alterazione degli umori nell'animale vivo, i quali han perduto le loro naturali qualità, e ne han preso altre morbose”). Anche la Crusca, di cui è nota l'antica resistenza ad accogliere il lessico tecnico-scientifico, registra a lemma nella quinta impressione del suo Vocabolario il termine, come “alterazione degli umori, e specialmente del sangue, nel corpo animale” (vol. IV, 1882).

In un clima di diffusione e curiosità per le nuove scienze e tecnologie, la fioritura postunitaria di pubblicazioni scientifiche divulgative favorisce la graduale circolazione del vocabolo in fonti diverse da quelle mediche strettamente specialistiche. Sono soprattutto i quotidiani nazionali, dall'Unità d'Italia fino ai primi decenni del Novecento, a irradiarne la diffusione: le inserzioni pubblicitarie nella quarta pagina contengono campagne per ricostituenti, acque minerali, olio di fegato di merluzzo e altri espedienti per discrasie di varia natura, uricemiche, scorbutiche, rachitiche, tifoidee, scrofolose, tubercolose, pellagrose; malattie che affliggevano larghi strati della popolazione, e quindi interessavano da vicino l'esperienza dei lettori. Per il termine, pur nel significato medico, adesso più sfumato, c'è dunque un pubblico più ampio, e altre possibilità d'impiego.

Nell'arco del Novecento riscontriamo nei testi di medicina, e di riflesso nella lessicografia medica, oscillazioni nell'uso e nella frequenza del termine. Nei repertori specialistici, più dinamici e sensibili ad aggiornamenti e obsolescenze del lessico, discrasia appare talvolta recepito quasi storicamente, definito con intenzionale genericità e mantenuto in uso con limiti di applicabilità.

Il termine è usato oggi in contesto medico per indicare specificamente condizioni di morbilità di discrasia ematica (blood dyscrasia), cioè di anormalità degli elementi nel sangue, oppure di discrasia plasmacellulare, traduzione dell'inglese plasma cell dyscrasia, espressione introdotta, secondo la letteratura di settore, negli anni sessanta del Novecento dal medico e scienziato americano Elliot Osserman.

L'inglese, lingua internazionale della medicina, recupera nella denominazione del tecnicismo scientifico il latinismo dyscrasia, in una koinè linguistica neutra, univoca e asettica. Nell'ambito della ricerca e della comunicazione scientifica accademica assistiamo quindi a una rideterminazione specifica del vocabolo.

Nei moderni dizionari dell'uso il termine è definito come “qualsiasi alterazione della formazione e della composizione del sangue” (GRADIT), “delle caratteristiche chimiche, chimico-fisiche, immunologiche dei liquidi organici” (Devoto-Oli 2004-2005), indicando “ogni anormalità dell'organismo e le implicite menomazioni funzionali” (Vocabolario Treccani online).

 

Ricadute letterarie. Nel corso dell'Ottocento discrasia compare fra l'altro in due opere letterarie, caratterizzate, pur con differenti motivazioni, da una necessaria ricerca di realismo: Le mie prigioni di Silvio Pellico (1832) e I Viceré di Federico De Roberto (1894).

Le memorie della detenzione allo Spielberg testimoniano le sofferenze che Pellico condivideva con l'amico Piero Maroncelli, suo compagno di cella:

 

Lo scorbuto, negli anni precedenti, aveva fatto molta strage in quelle prigioni. Il governo, quando seppe che Maroncelli era affetto da quel terribile male, paventò nuova epidemia scorbutica e consentì all'inchiesta del medico, il quale diceva non esservi rimedio efficace per Maroncelli se non l'aria aperta, e consigliava di tenerlo il meno possibile entro la stanza. Io, come contubernale di questo, ed anche infermo di discrasia, godetti lo stesso vantaggio (Le mie prigioni, cap. 89).

 

Sul finire del secolo viene pubblicato I Viceré, romanzo che ripercorre, sullo sfondo del Risorgimento meridionale, le vicende della nobile famiglia catanese degli Uzeda di Francalanza, la cui storia è segnata dal decadimento morale e fisico, dal sangue vecchio e corrotto:

 

A trentanove anni egli [Ferdinando] se ne moriva: il sangue vecchio e impoverito dei Viceré si corrompeva, non nutriva più le flaccide fibre. Per tentar di combattere la discrasi, una cura e una dieta severissima erano necessarie (I Viceré, pt. II, cap. 9).

 

Un malessere collaterale. A un certo punto, più o meno nel momento della sua maggior "popolarità", il grecismo supera i confini dello specialismo medico e precipita nella lingua comune, ma in un contesto nuovo:

 

Havvi nel corpo sociale una parte cancrenosa che tende ad infettare il resto. L'uomo di Stato ha il dovere di preservare il corpo sociale da una discrasi generale – epperò d'isolare la parte malsana, per impedire ogni occasione e possibilità di contagio (Lettera di Raffaele Santoro al Ministero del 16 novembre 1894, tratta dal Memoriale dell'ex delegato di P.S. Raffaele Santoro, in Felice Cavallotti, Per la storia. La questione morale su Francesco Crispi nel 1894-1895: lettere, cronaca e documenti, Milano, Carlo Aliprandi, 1895, p. 449).

 

Questa attestazione, che documenta l'utilizzo, non infrequente, della metafora biologico-medica nella lingua politico-economica (in inglese l'uso traslato di dyscrasy è attestato fin dal XVII sec.) e dell'antica immagine della società come organismo vivente, è rivelatrice dello spostamento semantico che sta interessando la parola.

I giornali offrono, tra la fine dell'Ottocento e la prima parte del Novecento, diversi esempi in quest'accezione metaforica: discrasia morale (“Gazzetta Piemontese”, 20-21 settembre 1892); la discrasia che dissolve tutta la nostra politica interna (“Corriere della Sera”, 15-16 ottobre 1893); la discrasia del Gabinetto ("Corriere della Sera", 26-27 febbraio 1899), e ancora la discrasia europea (“Stampa Sera”, 3 giugno 1943).

L'economista e politico Francesco Saverio Nitti (1868-1953) piega, a più riprese, alle sue esigenze il termine, che diviene ricorrente, icastico, nel suo vocabolario; questo avviene, per esempio, in un discorso tenuto il 3 ottobre 1945 al teatro San Carlo di Napoli (L'Unione nazionale per la ricostruzione d'Italia, Roma, Faro, 1945), in cui aveva preso decisa posizione contro la tendenza alle autonomie, considerata “un processo di discrasia che minaccia il paese”, ma anche in altri scritti e nei suoi interventi all'Assemblea Costituente (nella seduta del 16 luglio 1946: “odio tutti questi movimenti di divisione e di discrasia”). Quest'uso figurato "d'autore" è segnalato da Bruno Migliorini nell'Appendice alla nona edizione (1950) del Dizionario moderno di Alfredo Panzini.

Dalla seconda metà del Novecento l'impiego metaforico del vocabolo si accentua nell'ambito istituzionale, politico-economico, amministrativo e giudiziario, dove è indicativo di uno stato di squilibrio e di instabilità, la cui conseguenza è una disfunzione che genera disservizi o disagi (discrasia tra la necessità costituzionale e politica; discrasia tra Camera e Senato; discrasia tra economia reale e finanza; discrasia gestionale, ecc.); non assume mai però un'accezione tecnica peculiare, né nel linguaggio politico né nel linguaggio giuridico, in cui si trova forse l'unico caso di ripetizione formulare, standardizzata, all'interno di commentari delle norme dei codici e di sentenze: discrasia tra dispositivo e motivazione (ugualmente attestato discrasia tra motivazione e dispositivo). Questo significato estensivo di discrasia è poi registrato pressoché da tutti i principali e più diffusi dizionari dell'uso (lo ZINGARELLI, per esempio, lo accoglie nella dodicesima edizione, 1993), ed è riscontrabile in varie tipologie testuali; si parla di discrasia comunicativa, tra l'immagine proiettata all'esterno e la realtà quotidiana all'interno di aziende e organizzazioni, oppure di discrasia come categoria sociologica indicante il senso di malessere individuale e collettivo per le contraddizioni della società attuale; dilaga in testi giornalistici di svariato argomento, anche sportivo: “è proprio la discrasia tra primi e secondi tempi a far scivolare le cattive abitudini della Nazionale in possibile patologia” (“la Repubblica”, 15 giugno 1996).

Il termine dotto spicca tra le altre parole, nella scrittura o nella conversazione, scelto per il gusto della ricercatezza lessicale e per una maggiore brillantezza e incisività stilistica ed espressiva. Come si può osservare dalle numerose attestazioni in rete e a stampa, discrasia è utilizzato piuttosto frequentemente in associazione ad altre parole di significato affine, che ne rafforzano il senso, lo chiariscono e lo completano. Così accade che venga applicato, consapevolmente o con rischio di banalizzazione e appiattimento, come sinonimo di squilibrio, disarmonia, sfasatura, scoordinamento, incongruenza, incoerenza, divergenza: qui la discrasia può essere spazio-temporale, quantitativa o qualitativa, in una sorta di dissociazione, esterna o intrinseca, tra un indirizzo e una meta.

Insomma, “una babele di discrasie” (“la Repubblica”, 29 dicembre 2014)! E un largo spettro d'uso per questa parola, catalogata come “aspra e ostile” da Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti tra le loro polisemiche Parole di giornata (Bologna, il Mulino, 2015).

Ma i viaggi più coraggiosi sono sempre gli incontri: di teorie, libri e persone, avvengono sempre attraverso le parole, alle quali occorre dare credito, anche a quelle apparentemente più ostiche e inaccessibili; con loro dobbiamo stringere alleanze, perché ci possano rivelare e restituire le loro sfumature significative più intime. Oltre l'accezione medica, in discrasia rimane la nitidezza evocativa dell'immagine etimologica: là dove non c'è armonia, regna il disordine, torna il caos.

 

 

Per approfondimenti:

  • Riccardo Gualdo, Il linguaggio della medicina, in R. Gualdo, Stefano Telve, Linguaggi specialistici dell'italiano, Roma, Carocci, 2011, pp. 283-355.
  • Enrico Marcovecchio, Dizionario etimologico storico dei termini medici, Firenze, Festina Lente, 1993.
  • Innocenzo Mazzini, Introduzione alla terminologia medica. Decodificazione dei composti e derivati di origine greca e latina, Bologna, Pàtron, 1989.
  • Luca Serianni, Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente, Milano, Garzanti, 2005.

 

A cura di Mariella Canzani
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

10 ottobre 2017


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