Numerose domande arrivate alla redazione chiedono di chiarire se entrambe le espressioni fare a tempo e fare in tempo siano utilizzabili e se una delle due espressioni sia da preferire all'altra.
Il nome tempo, preceduto da preposizione, dà luogo a locuzioni avverbiali come in tempo e a tempo, che esprimono il concetto di ‘non in ritardo’. Le due locuzioni sono intercambiabili in dipendenza da alcuni verbi: posso per esempio dire “sono arrivato a tempo” o “sono arrivato in tempo” (come mostrano gli esempi presentati dal Nuovo De Mauro s.vv. a tempo e in tempo). Lievemente diverso il significato della locuzione per tempo: se dico che “arriverò per tempo” vuol dire che arriverò ‘con un certo anticipo, in modo da evitare ritardi’.
Le locuzioni in tempo e a tempo possono accompagnarsi anche ai verbi essere e fare, formando unità verbali (essere in/a tempo; fare in/a tempo) che di regola sono seguite da frasi implicite introdotte dalla preposizione a (... a fare qualcosa). Per quanto riguarda le costruzioni con il verbo fare, i dizionari dell’uso contemporaneo autorizzano l'uso di entrambe le preposizioni senza introdurre distinzioni. Così lo Zingarelli (s.v. fare), che registra fare a (o in) tempo. Attraverso una ricerca nella Biblioteca Italiana Zanichelli (BIZ), rileviamo poi che le costruzioni del tipo fare a/in tempo (a fare qualcosa) sono diffuse nell'italiano letterario a partire dal secondo Ottocento e che le due preposizioni vengono liberamente alternate da alcuni autori (è il caso di Luigi Pirandello).
Per capire se esistano differenze tra le due locuzioni proviamo a interrogare un corpus dell’italiano scritto contemporaneo (CORIS/CODIS). La prima differenza emerge a livello di frequenza: la costruzione fare a tempo è molto meno frequente rispetto a fare in tempo (il rapporto, su 1000 occorrenze, è di 1/10). Fare a tempo sembra ricorrere prevalentemente in contesti negativi (es. “non ho fatto a tempo a parlarci”; “non ha fatto a tempo ad arrivare che doveva già ripartire”); fare in tempo è la forma preferita in contesti positivi (es. “cercherò di fare in tempo”), ma si può usare anche in quelli negativi (“non faccio in tempo a raggiungerti”) e si lascia più facilmente modificare da avverbi (es. fare appena in tempo, fare giusto in tempo).
Per rispondere dunque alla domanda di chi ci scrive, si può dire in entrambi i modi, anche se fare in tempo risulta l’espressione utilizzata più spesso e in una maggiore varietà di contesti sintattici. Il dubbio sulla legittimità di fare a tempo nasce forse dalla sua minore frequenza d’uso e dal fatto che costruzioni analoghe siano diffuse in molti dialetti meridionali (per cui, all’orecchio di alcuni parlanti, potrebbero suonare come “regionali”).
Cristiana De Santis
4 aprile 2025
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