Parodizzare e parodizzazione

Due lettori ci scrivono per “chiedere delucidazioni” in merito al verbo parodizzare e al sostantivo parodizzazione, presenti in molti testi reperibili non solo online e anche nell’uso parlato di persone colte, ma non nei dizionari. Entrambi i lettori sono consapevoli che in italiano esistono le forme parodia e parodiare.

Risposta

A fronte del fatto che l’arte parodica è nota al mondo classico e che la parola parodìa (composto di para- ‘simile’ e oidé ‘canto’) esiste già nel greco antico, quasi stupisce rilevare che la prima attestazione in italiano del sostantivo risalga al Cinquecento, quando lo si incontra soprattutto nel significato di ‘uso di versi altrui’ (DELI, s.v. parodia). A questa accezione primaria, senza dubbio prevalente, si aggiungono alcuni impieghi marginali, in cui scorgiamo la sfumatura del riso, del divertimento, della comicità, caratterizzazioni che si consolidano definitivamente nella parodia e nel parodiare settecenteschi.

Il verbo parodiare risulta attestato per la prima volta nel 1728 uno scritto di Isacco Casaubono sulla poesia satirica greca e romana, in cui leggiamo che parodiare sta per ‘villaneggiare’ (Isacco Casaubono, Della satirica poesia de’ greci e della satira de’ romani, Firenze, Giuseppe Manni, 1728, p. XVII), ma, più avanti, anche che parodia non “voglia dire semplicemente irridere, burlare, beffeggiare” quanto comporre versi “storti ad altro sentimento, e travestiti” (ibid., p. 136).
Mentre il valore di offesa (villanìa) che aveva caratterizzato in parte la sua diffusione moderna sembra scomparire nel corso dei secoli, il concetto di travestimento è in effetti una costante nell’evoluzione del vocabolo, a partire dalle attestazioni otto e novecentesche, quando i repertori lessicografici riferiscono per parodia una ‘trasformazione da serio a comico’.
Ancora oggi il termine parodia (insieme a parodiare, nel significato di ‘mettere in parodia, rendere parodico’) mantiene forte il valore della trasformazione ed è adoperato per indicare la riproposizione di “uno stile, un’opera letteraria, un film o sim., accentuandone i caratteri in modo caricaturale o satirico” (GRADIT, s.v. parodia), in cui, dunque, il modello non è solo evocato, ma appunto travestito, trasformato, celato.

Venendo al nocciolo del nostro quesito, diciamo che parodizzare, così come l’originario parodiare, è un derivato verbale di parodia, in cui il suffisso -izzare marca la forma verbale. Sul piano semantico, parodiare e parodizzare sono sinonimi, ma sembra che nel secondo vi sia un’accentuazione del procedimento del trasformare di cui si è detto. Sebbene questo aspetto non sia assente in parodiare, un’ipotesi è che la variante in -izzare ne intensifichi la portata.

La prima attestazione del derivato risale a una storia della letteratura del 1840:

Se capitavagli tra mani alcuna cosa col grave carattere della serietà, era ben tosto da lui tradotta nel dominio della facezia; lo che rende ragione della tendenza della vecchia commedia di parodizzare le sentenze de’ poeti tragici e ditirambici. (Franz Ficker, Manuale della storia della letteratura classica antica...; tradotto ed illustrato per cura di Vincenzo De Castro. Parte I. Letteratura greca, Venezia, Il Gondoliere, 1840, pp. 86-87)

Se ne attesta in seguito un progressivo incremento d’uso nella prima metà del Novecento, ma si tratta di casi che non vanno oltre il numero delle unità. La parola manca, del resto, in tutti i dizionari, sia di epoca moderna sia contemporanei. Un incremento leggermente più consistente di parodizzare riguarda, tuttavia, le occorrenze successive al Duemila, anche a scapito di parodiare, che rimane la variante di maggiore frequenza, come mostra il grafico di seguito riprodotto:


È parodizzare la variante scelta da Corrado Bologna nel capitolo dedicato all’Orlando furioso in una nota storia letteraria italiana degli anni Novanta:

Il Furioso è diversissimo dall’Innamorato per la coraggiosa scelta linguistica, ma anche perché non si limita a parodizzare il “genere” cui aderisce, accumulando richiami e strizzate d’occhio, innesti di tessuto narrativo e linguistico (C. Bologna Orlando furioso, in A. Asor Rosa [a cura di], Letteratura italiana. Le opere. Dal Cinquecento al Settecento, Torino, Einaudi, 1993, p. 337);

da Ezio Raimondi in un saggio sul Barocco moderno:

La sua [quella di Longhi] è una liricità di continuo decomposta che nell’eterologia ironica del ragionamento può persino arrivare a parodizzare se stessa (E. Raimondi, Barocco moderno: Roberto Longhi e Carlo Emilio Gadda, a cura di J. Sisco, Milano, Paravia Bruno Mondadori, 2003, p. 75);

da Enrico Testa nel suo L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale del 2014:

L’importante tassello offerto dall’italiano d’oltremare a un quadro più articolato e attendibile della storia della nostra lingua ha proprio, tra l’altro, anche la funzione di mettere all’ordine del giorno della ricostruzione diacronica di un idioma comune il decisivo rilievo esercitato da parlanti-scriventi (una folla di C a voler ulteriormente parodizzare il nostro schema) (E. Testa, L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale, Torino, Einaudi, 2014, p. 7).

Di là da questi precedenti illustri, che pure ne legittimerebbero l’uso, parodizzare è la variante meno diffusa, come dimostrano anche i dati d’archivio della “Repubblica” (tra il 1984 e il 2023, si hanno 201 risultati per parodiare e 7 per parodizzare), del “Corriere della Sera” (tra il 1984 e il 2023, si hanno 1009 risultati per parodiare e 2 per parodizzare) e della “Stampa” (tra 1984 e il 2023, si hanno 205 risultati per parodiare e 1 per parodizzare).

Per quanto riguarda parodizzazione, il termine è stato coniato nel secondo Novecento come derivato da parodizzare con aggiunta del suffisso -zione e indica il ‘mettere in parodia’. In considerazione del fatto che parodiare non ha prodotto derivati, parodizzazione, in quanto non esattamente sovrapponibile a parodia, va a coprire, dunque, un vuoto semantico. Eccetto che per la formazione novecentesca, parodizzazione ha avuto una trafila simile a quella di parodizzare: è impiegato sporadicamente dalla fine degli anni Sessanta, con un leggero incremento negli anni Ottanta-Novanta e un picco intorno al Duemila, e non è riportato dai dizionari. Oggi è adoperato quasi esclusivamente nell’ambito degli studi di critica letteraria, con pochissime occorrenze sulle pagine dei giornali (e sempre nella sezione “Cultura”); come mostra, infatti il grafico seguente, è in decrescita:



Da un punto di vista morfologico, gli esiti parodizzare e parodizzazione sono formazioni corrette, e lo si può ben vedere dal fatto che non mancano in italiano derivazioni analoghe (per esempio alfabeto / alfabetizzare / alfabetizzazione, oppure calendario / calendarizzare / calendarizzazione, o ancora moneta / monetizzare / monetizzazione). La storia derivativa di parodia, tuttavia, è stata un’altra e parodizzare / parodizzazione entrano nel repertorio linguistico dell’italiano solo di recente, senza subire evoluzioni di significato rispetto al più antico parodiare. La ragione per cui non si sia verificato un blocco della derivazione, attraverso il quale la lingua italiana impedisce la formazione di nuove parole di cui, per esempio, si abbia già un corrispettivo, rimane incerta. Non escludiamo che l’ingresso di questi vocaboli nella nostra lingua sia connesso alla percezione di una loro maggiore tecnicità rispetto alla variante primaria (non dimentichiamo che -izzare è tra i suffissi formativi più produttivi per la formazione dei tecnicismi già a partire dal Settecento): è un processo in linea, d’altro canto, con la storia culturale italiana del secondo Novecento.

Quanto allo statuto di errore e a una legittimazione del loro impiego, alla luce dei dati e nonostante gli esempi rilevati in testi di studiosi importanti, sembra che, per il momento, parodiare non abbia trovato un rivale in parodizzare, il quale, a sua volta, forma un termine (parodizzazione) di circolazione altrettanto limitata. E questa è sicuramente una delle ragioni per cui i dizionari dell’uso non hanno ancora accolto i due lemmi. In attesa, pertanto, che la comunità linguistica, sempre sovrana nel decidere se accogliere o escludere, ne adotti ampiamente e definitivamente l’uso, è consigliabile, in scritti e discorsi formali, continuare a usare parodia e parodiare.

Nota bibliografica:

  • Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Milano, Bompiani, 2013 [1987].

Claudia Tarallo

14 febbraio 2024


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