Scalèo e scalandrino

Alcuni utenti che scrivono dall’Umbria ci chiedono se la parola scalandrino sia da considerare italiana, regionale o dialettale, anche in relazione al sinonimo scaleo.

Risposta

Scalèo

La maggior parte dei dizionari sincronici dell’italiano registra scaleo senza limitazioni nell’uso. Pochi sono i vocabolari (cfr. Vocabolario Treccani online e GRADIT) che attribuiscono alla parola lo status di regionalismo toscano. Il GRADIT elenca tra i significati più comuni ‘scala a libretto’ e ‘piccola scala portatile a libretto, costituita da due o tre larghi gradini, usata spec. in negozi e biblioteche per raggiungere i ripiani più alti degli scaffali’. Le due accezioni risultano condivise da quasi tutti i dizionari sincronici consultati: a volte si precisa che lo scaleo è riservato solo a biblioteche e magazzini (Devoto-Oli 2019), che è esclusivamente di piccole dimensioni (Vocabolario Treccani online) o che indica nello specifico una ‘scala doppia’ (Sabatini-Coletti 2008).

Certe specificazioni (relative all’impiego e alla dimensione dell’oggetto designato) non appaiono rilevanti nell’uso vivo toscano, come si vede in questa testimonianza proveniente dall’archivio ancora inedito del Vocabolario del fiorentino contemporaneo:

(R.: qui si dice scaleo, vero?) Scalèo l’è quello le scal... quello che si va pe andare, pe andà pe l’aria. (R.: e uno scaleino è...) Uno piccino, come quello lì [indica]: scaleìno. Quella invece l’è una scala [indica una scala retrattile per accedere a una soffitta].

L’uso di una forma con suffisso diminutivo (scaleino) per indicare una ‘scaletta bassa, con due o tre ampi gradini’ dimostra che in Toscana lo scaleo si riferisce generalmente a una scala a libro (doppia o singola) abbastanza alta (e con gradini non molto larghi). Inoltre, come si vede, lo scaleo indica per un toscano un oggetto diverso dalla scala, poiché quest’ultima necessita di un appoggio esterno per sostenersi.

Fuori dalla Toscana scaleo non risulta di uso comune, ieri come oggi. L’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale) riserva un piccolo spazio ai termini per ‘scala portatile’ all’interno della carta 873: scaleo è attestato unicamente in due località toscane (punto 534, Incisa; punto 553, Sinalunga), mentre le forme dialettali alternative nel resto d’Italia rimandano ai tipi scaletto, cavalletto, scala, scalarola, scalino, treppiedi. Bisogna considerare che l’oggetto (visibile dal disegno nella carta) è inteso qui come una scaletta con tre staggi o “zampe”: questo doveva essere l’aspetto più comune degli scalei ai primi del Novecento, quando si sono svolte le inchieste AIS.

E oggi come chiamano lo scaleo i non toscani? L’oggetto viene indicato spesso semplicemente con scala (e derivati), come la scala a pioli senza sostegni. Altri sinonimi secondo i dizionari sincronici sarebbero scala a libro, scala a libretto, scala doppia (se ha pioli su entrambi i lati), scala portatile, scala a pioli. Non esiste dunque un nome univoco e condiviso: lo si vede anche navigando sui siti web di ferramenta o fai-da-te, dove è evidente la difficoltà di trovare un corrispettivo italiano trasparente e specifico. Alcuni dei sinonimi più diffusi in rete (in base al numero di risultati su Google in pagine in italiano al 7/5/2020) sono scaletto (45.000 risultati), scala pieghevole (35.700), scala a libro (26.900), scala domestica (21.500), scala portatile (15.800), scala a forbice (10.900), mentre scaleo si aggira intorno ai 26.000 risultati.

Secondo il DEI la parola proviene dal latino tardo scalarius, scalerius ‘scala’, evoluzione dell’aggettivo scalaris, -e ‘relativo a una scala’ con aggiunta del suffisso -erium. La perdita di r intervocalica rispetto al suffisso latino (-erium> -eo) viene confrontata con esiti analoghi, come battistèo ‘battistero’ (forma popolare attestata anche in Dante) e macèa, macìa ‘maceria’ (documentato in Toscana come toponimo già dal IX secolo): esiti simili, frequenti proprio in Toscana, confermano la regionalità di scaleo anche nella forma.

Nel corpus OVI le prime occorrenze del lemma scaleo risalgono a un testo anonimo, Itinerario ai luoghi santi, di area fiorentina/lucchese, di fine Duecento: in queste occorrenze scaleo potrebbe significare ‘gradino’, o un’unità di misura del grado di pendenza (cfr. anche DEI e GDLI, che alla voce scaleo riportano ‘gradino, scalino’ come tipico dell’area lucchese).

Le occorrenze successive nel corpus sono tutte riferite alla Commedia di Dante che impiega scaleo in due contesti come sinonimo di ‘scalinata’, per indicare quelle scale maestose che collegano i diversi “livelli” del suo viaggio (le cornici e i cieli) quando, negli ultimi due regni, il percorso lo porta a salire sempre più in alto:

Poi giunti fummo a l'angel benedetto, / con lieta voce disse: «Intrate quinci / ad un scaleo vie men che li altri eretto». (Purg. XV, v. 36);

[…] di color d'oro in che raggio traluce / vid'io uno scaleo eretto in suso / tanto, che nol seguiva la mia luce. (Par. XXI, v. 29).

Grazie a queste prestigiose occorrenze, l’accezione ‘scalinata’ è rimasta “attaccata” a scaleo per secoli. Si pensi che scaleo indica esclusivamente la ‘scala’ dantesca nelle prime quattro edizioni del Vocabolario degli Accademici della Crusca (la quinta, come è noto, si ferma alla lettera O). Questo dato risulta significativo non tanto nelle prime due edizioni (1612 e 1623), che registrano parole e significati ricavati principalmente da autori trecenteschi, quanto nella terza e quarta (1691, 1729-1738), edizioni che accolgono molto di più forme e accezioni contemporanee (tanto più che il significato attuale di scaleo, come vedremo, era già vivo nel Seicento). Molti vocabolari di oggi continuano a registrare il significato ‘scalinata’, marcandolo come arcaico, obsoleto, letterario e simili.

L’accezione di ‘scala a libretto’ comincia a essere attestata dai primi anni del XVII secolo. Secondo il GDLI, il primo autore a usare scaleo in questo senso sarebbe il romano Bernardo Bizoni, nel suo diario di un viaggio attraverso l’Europa, databile alla prima metà del Seicento. In questo scritto l’autore, nel descrivere un maestoso giardino, dice che i cipressi venivano “tosati con scalei e con aste lunghe, con certi ferri come mezze lune in cima” (B. Bizoni, Europa milleseicentosei, a cura di A. Banti, Milano-Roma, 1942, p. 53). Nello stesso secolo il GDLI documenta ulteriori occorrenze e usi dello scaleo: era ad esempio uno strumento utile agli assedi (cfr. Nicola Villani, Della Fiorenza difesa, 1641), o, ancora, un oggetto familiare per i pittori (cfr. Filippo Baldinucci, Vocabolario toscano dell’arte del disegno, 1681).

Nell’Ottocento, quando si diffondono dizionari che raccolgono i nomi “italiani” (coincidenti spesso con quelli toscani, sulla scia dell’idea manzoniana di estendere l’uso fiorentino colto a tutta Italia) dell’universo pratico e quotidiano, si incrementano le attestazioni lessicografiche di scaleo nel suo significato di ‘scala portatile’, come nell’esempio seguente:

Scaleo: specie di scala movevole, di legno, di pochissimi scalini, anche soli due o tre, con pedata, e che si regge sulla propria base. Portalo il portinaio nell’atrio, o sul pianerottolo della scala, per accendere il lampione. Adoprasi nelle stanze per arrivare ai piani superiori di un armadio, di uno scaffale di libri, e simili. Scaleo chiamano anche una scala doppia a piuoli decrescenti in lunghezza dal basso in alto, e però a staggi non paralleli, mastiettati in cima, per potersi le due scale aprire angolarmente, sì che l’intera doppia scala si regga su di sé, senz’altro appoggio (Giacinto Carena, Prontuario di vocaboli attenenti a cose domestiche e altre di uso comune per saggio di un vocabolario metodico della lingua italiana, Napoli, Marghieri, 1859, vol. I, p. 114).

Definizioni simili si trovano anche in altri importanti vocabolari ottocenteschi, come il Novo dizionario della lingua italiana (il cosiddetto Giorgini-Broglio) e il Dizionario universale della lingua italiana di Policarpo Petrocchi.

Per riassumere, scaleo è una parola di uso regionale, ma viene registrata come italiana dalla quasi totalità dei dizionari contemporanei. La ragione è riconducibile in primo luogo alla sua toscanità, motivo per cui la forma è entrata nei dizionari ottocenteschi (come quelli citati) che seguivano e realizzavano il modello linguistico manzoniano; in secondo luogo, a causa dell’impiego di scaleo nell’italiano letterario (anche in autori non toscani, come D’Annunzio e Montale). Ma se guardiamo all’attuale uso parlato, scaleo è indubbiamente un regionalismo, e dunque una parola che difficilmente verrà compresa e usata fuori di Toscana.

Scalandrino

Un’altra forma per indicare la scala portatile a pioli che si autosostiene è scalandrino. La parola è assente dai principali vocabolari sincronici dell’italiano e la sua diffusione attuale risulta concentrata principalmente nell’aretino e in Umbria, con tracce anche nelle Marche: si tratta, come nel caso di scaleo, di un regionalismo (va ricordato che con regione non si intende un’area amministrativa).

I principali dizionari etimologici e storici (GDLI, VEI, DEI) testimoniano le forme più antiche di scalandrino nell’aretino. La diffusione nell’area di Arezzo è documentata dal Lessico del dialetto di Sansepolcro (cfr. Zanchi Alberti 1939), nonché dall’AIS: qui la forma iscalandrino (con i prostetica d’appoggio, frequente in Toscana davanti a gruppi consonantici con s- iniziale) è attestata una sola volta proprio a Pieve Santo Stefano, Arezzo (carta 1423, punto 535), col significato di ‘scala a pioli per scavalcare’ (ted. Ubersteigleiterchen, traduzione mia), ossia una scaletta doppia che doveva servire a oltrepassare una recinzione o una siepe.

Numerose sono le attestazioni in area umbra. Nella zona di Foligno (cfr. Bruschi 1980) sono registrate varie forme, con suffisso variabile (scalandrinu, scalandrellu) ma anche senza suffisso (scalandru), a indicare sempre la ‘scala che si regge da sola’ (scalandro risulta diffuso, con lo stesso significato, anche a Castiglione in Teverina, nel viterbese, area linguisticamente vicina a quella umbra). In area perugina sembra frequente l’accezione esclusiva di ‘scala doppia’ (cfr. Catanelli 1970 e Wikidonca, dizionario perugino online).

La prima occorrenza di scalandrino secondo il GDLI si troverebbe nel Vocabolario marino e militare di Alberto Guglielmotti (1889). Tuttavia, consultando Google libri, tra le poche attestazioni di scalandrino come ‘scaleo’ ne troviamo di antecedenti: la più antica, del 1801, compare nel Dizionario universale di architettura e dizionario vitruviano accuratamente ordinati da Baldassarre Orsini, che riporta alla voce scaleo “scala portatile fatto [sic] a foggia di treppiede, detto anche scalandrino”. Questo ci permette di retrodatare al 1801 la prima attestazione, tra l’altro reperita all’interno di una definizione esplicativa di scaleo redatta da un lessicografo nativo di Perugia.

Passando all’etimologia, il GDLI, il VEI e il DEI sono concordi nell’individuare in scalandrino un’evoluzione della forma scalandrone. Quest’ultimo è un termine del linguaggio marinaresco (registrato da tutti i dizionari italiani, proveniente dai dialetti dell’Italia del sud) che indica principalmente una “robusta passerella mobile dotata di ringhiera, che collega la banchina con la nave per consentire l'imbarco e lo sbarco di merci e il transito di passeggeri” (GRADIT). La forma è passata poi a indicare un altro oggetto mobile, ossia la scala portatile a pioli; accezione abbastanza diffusa, se si pensa che lo scalandrone, scala usata negli assedi e formata da un unico staggio verticale con pioli perpendicolari, è uno dei simboli dello stemma della famiglia Uguccioni Lippi (detti anche Scalandroni), forse originaria delle Marche ma radicata a Firenze già dal XIV secolo. Inoltre, uno degli usi estesi di scalandrone è “scaletta che si appoggia agli aerei per la salita e discesa dei passeggeri” (GDLI); si spiega così il legame tra scalandrone e scalandrino dal punto di vista semantico. Il passaggio formale è spiegato dal DEI e dal GDLI con la trasformazione del presunto suffisso -one (percepito come accrescitivo, in realtà derivato dall’etimo greco skálanthron ‘pertica’) in -ino, forse per le dimensioni solitamente contenute della scala portatile di uso domestico; questo sembra confermato dalle attestazioni, sopra riportate, della forma scalandro, interpretabile come retroformazione da scalandrone e base di scalandrino.

Altre informazioni etimologiche si trovano in un contributo di Angelico Prati. Dopo aver analizzato varie forme e significati di scalandrone, l’autore cita la particolarità dell’esito scalandrino, richiamando una nota di Clemente Merlo (cfr. Zanchi Alberti 1939, p. 140, n. 6) a proposito dell’etimo:

È però notevole la presenza di scalandrino a Sansepolcro e di scalandrino a Urbino nel senso di ‘scaleo’. Il Merlo li avvicina a calandrino (montal. pist.) ‘regolo calato verticale per traguardo’ […] che si ricollega a calandro […]; però i significati sono un po’ distanti. (Angelico Prati, Antisuffissi, in “L’Italia dialettale. Rivista di dialettologia italiana”, XVIII, 1942, p. 112, n. 1).

Oltre al collegamento con scalandrone, Merlo trova dunque affinità tra scalandrino e calandrino, ricavando lo spunto dal Novo dizionario universale del Petrocchi, che registra calandro (‘regolo calato verticalmente per traguardo’) e calandrino (‘squadra mobile di legno i cui regoli s’incastrano l’uno nell’altro’) nello spazio riservato a forme e accezioni poco note o usate (calandro in particolare risulta tipica di Montale, nel pistoiese). Calandro, ma soprattutto calandrino e scalandrino, si riferiscono quindi a oggetti diversi, accomunati dalla caratteristica di essere mobili, richiudibili e portatili, nonché tendenzialmente impiegati in ambienti lavorativi affini: la squadra portatile chiamata calandrino viene infatti usata specialmente da falegnami e scalpellini (cfr. GRADIT) e, almeno un tempo, anche dai pittori, visto che questo strumento potrebbe essere all’origine del nome di Calandrino, l’ingenuo “dipintore” protagonista di alcune novelle del Decameron (cfr. G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Torino, Einaudi, 2014, vol. II, p. 906, n. 2). Il GRADIT riporta inoltre come altro significato tecnico di calandrino “scala fornita di tre staggi che la sostengono in equilibrio”, molto simile al nostro scalandrino.

Non si hanno dati certi per stabilire perché l’uso di scalandrino sia circoscritto quasi esclusivamente all’area aretino-umbra. Una possibile spiegazione, tutta da verificare, potrebbe risiedere nei collegamenti commerciali attivi un tempo tra la Toscana orientale e quella occidentale, che si snodavano lungo l’arco appenninico. Sia scalandrone (in Versilia ‘tavola con righelli trasversali, usata dai manovali per portare il materiale sul ponte’; cfr. Vassalle 1996) sia calandro/calandrino (cfr. il Dizionario del Petrocchi s.v. calandro) sembrano infatti ben radicati in area occidentale come termini di mestieri manuali, tipici di edilizia, falegnameria e simili.

Quale che sia la ragione storica, il legame della parola con il territorio aretino è tanto profondo da emergere anche nella toponomastica: nel parco delle foreste casentinesi esiste il sentiero degli Scalandrini, composto per l’appunto di “scalette” di roccia, come testimoniato in vari blog di trekking (un esempio qui).

Non solo, ma lo scalandrino, inaspettatamente, spunta fuori anche quando si parla di politica. Lo dimostrano le parole di Amintore Fanfani (nato per l’appunto a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo):

È una polemica che diverte il senatore DC Amintore Fanfani: "Non sapevo che le leghe fossero uno scalandrino o un montacarichi per il Quirinale". Ma, a sentir Bossi, non ci sono scale per nessuno. (Forlani lo elogia, Bossi smentisce, “la Repubblica”, 27/3/1992, p. 5).


Nota bibliografica:

  • Bruschi 1980 = Renzo Bruschi (a cura di), Vocabolario del dialetto del territorio di Foligno, Perugia, Università degli studi, Istituto di filologia romanza, 1980.
  • Catanelli 1970 = Luigi Catanelli (a cura di), Raccolta di voci perugine, Perugia, Università degli studi, Istituto di filologia romanza, 1970.
  • Vassalle 1996 = Egidio Vassalle (a cura di), Vocabolario del vernacolo viareggino, Viareggio, Pezzini, 1996.
  • Zanchi Alberti 1939 = Costanza Zanchi Alberti, Lessico del dialetto di Sansepolcro (Arezzo). Con riscontri e note etimologiche di Clemente Merlo, in “L’Italia dialettale. Rivista di dialettologia italiana”, XV, 1939, pp. 137-148.

Alice Mazzanti

28 agosto 2020


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