Scoutismo o scautismo? Norma ed uso nell’adattamento in italiano dei prestiti

L’Accademia della Crusca ha ricevuto negli anni diversi quesiti circa l’ortografia corretta del sostantivo designante i membri del movimento giovanile fondato ai primi del Novecento dall’alto ufficiale britannico Robert Baden-Powell: (boy-)scout o scaut? Alcuni dei quesiti provengono da esponenti del movimento, anche investiti di ruoli ufficiali: “come responsabile nazionale del Centro Documentazione dell’AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani), chiedo un vostro parere sul come scrivere in italiano la parola Scout, Scoutismo o Scaut, Scautismo nella nostra lingua. Una lunga disputa tra persone del settore, soci ed amici ci spinge alla richiesta di un vostro illuminante ed autorevole parere. Grazie” (G. Z. da Roma). Le domande s’incentrano spesso sul tema della correttezza normativa: “Qual è la grafia corretta? Scautismo o Scoutismo, Scout o Scouts (per il plurale) Scout o Scaut (per il singolare), Scautistico/-a oppure Scoutistico/-a. Mille grazie e se possibile spiegatemi il perché di una scelta o di un’altra” (P. M. G. da Alessandria). Si invoca anche, come si vede, una spiegazione, e in alcuni quesiti s’inizia poi anche ad impostarla: “Il mio quesito riguarda la parola scout, entrata nell’italiano invariata, e in particolare il suo derivato in -ismo che troviamo in due diverse forme: scoutismo e scautismo. Il dubbio è se italianizzare una parola (aggiungendo il suffisso anzidetto) la rende italiana a tutti gli effetti (declinazione, pronuncia, ecc.) e quindi sia da preferire la seconda”. Così P. V., da Carpi, che intitola il quesito – molto opportunamente, come si vedrà – “Forestierismi adattati” e altrettanto giustamente tematizza la differenza che intercorre fra il nome di base e i suoi derivati.

Risposta

La risposta – premettiamo – non potrà essere netta quanto alcuni dei proponenti i quesiti auspicherebbero, ma certamente ci applicheremo a capire i fatti (linguistici) osservabili e le loro ragioni, introducendo la categoria del prestito (o forestierismo), parola che fa il suo ingresso in una data in quanto “copia” esemplata su di un’altra lingua (detta lingua donatrice o lingua modello); e, più specificamente, di prestito adattato e non adattato, laddove l’adattamento consiste nell’assoggettamento alle regole (fonetico-grafiche e morfologiche) della lingua ricevente.

Il motivo per cui la risposta non potrà esser netta è che i quesiti ci portano sul terreno sdrucciolevole del rapporto fra norma ed uso, circa il quale è sempre da tener presente l’aurea massima di Melchiorre Cesarotti, che nel Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana (1800, p. 24) così scriveva: “la lingua scritta dee aver per base l’uso, per consigliere l’esempio, e per direttrice la ragione”. Lasciando perdere l’esempio – Cesarotti si riferiva agli scrittori illustri: “l’esempio, perché se i modi dei grandi scrittori non fanno legge, fanno però una presunzione favorabile che merita esame e rispetto” – la nostra questione riguarda in effetti il rapporto fra norma ed uso nello scritto. E solo nello scritto, in quanto non c’è dubbio che tutti gli italiani, servendosi della parola che designa il membro del noto movimento in questione, dicano allo stesso modo [lo ˈskau̯t]. E non dicano invece di solito “il giovane esploratore”, come pure recita la traduzione dell’ingl. boy-scout tuttora fissata nella ragione sociale del CNGEI (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani), associazione scout laica fondata nel 1913. Diversa e orientata ab origine al forestierismo e non a una traduzione la scelta dell’ASCI, fondata nel 1916 come “Associazione scautistica cattolica italiana”, quindi dal 1966 “Associazione scouts cattolici italiani”, confluita infine (nel 1974) nell’AGESCI, da cui provengono alcuni dei quesiti. Nei testi a cura dell’AGESCI visibili in rete al sito ufficiale dell’associazione, il termine tradotto in italiano ricorre nel sintagma “esploratori e guide”. Ma è indubbio che la soluzione prevalente non sia consistita in una traduzione del termine bensì nel suo imprestito dall’inglese.

Parlando, dunque, tutti dicono [lo ˈskau̯t] (con plurale invariabile [ʎi ˈskau̯t]) e nessuno invece, ad esempio, *[ʎi ˈskou̯ts]. Molto meno univoco è però il quadro che emerge dalla ricognizione dell’uso scritto, come mostrano i risultati di una ricerca Google (22/1/2023) svolta utilizzando (per restringere il campo e poter così vagliare ogni singolo esempio) sintagmi definiti al plurale. Scartate le poche ulteriori occorrenze non relative ai boy-scout (tre ulteriori de gli scout ad es. erano relative a talent-scout di squadre sportive), questo il quadro che emerge:


Come si vede, al primo posto è gli scout (che è anche il titolo del volume dedicato al movimento da M. Sica, 2002), ossia il prestito non adattato graficamente (quanto alla base, o morfema lessicale, la parte della parola portatrice del suo significato) ma adattato morfologicamente, eliminando la -s del plurale inglese. Quest’ultima resta nella variante che si colloca a breve distanza al secondo posto, gli scouts, prestito non adattato neppure morfologicamente. A molto maggior distanza segue il prestito adattato sia graficamente che morfologicamente (gli scaut) e infine, di nuovo ben distanziato con sole 28 ricorrenze, gli scauts. E qui si può darne ragione e offrire anche una prescrizione: quest’ultima è forma da evitare in quanto ircocervo in cui si adotta il plurale inglese ma di una parola di cui al contempo si modifica l’ortografia italianizzandola. Si vede qui dunque la dialetticità del rapporto fra ragione (che qui sta per motivazione strutturale, razionalizzabile con gli strumenti della disciplina linguistica) e uso: le considerazioni sul primo fronte spiegano perché gli scauts sia fortemente minoritario, e nondimeno vi sono scriventi italiani che l’adottano. Un esempio:

II 28 dicembre è stata inaugurata a Sambuca la nuova sezione degli Scauts. […] Presenti gli scauts di Sciacca (“La voce di Sambuca”, mensile di vita cittadina di Sambuca di Sicilia, AG, anno I, n. 3, dicembre 1958, p. 2)

Più che legittima (quanto alle “ragioni” della lingua) sarebbe d’altro canto la forma adattata morfologicamente gli scauti, di cui si trovano (restituiti sempre da Google) una decina di esempi, la gran maggioranza relativi a “gli scauti marinari” triestini, nome attribuito in italiano nella Trieste ancora asburgica ai ragazzi della See Skaut Schule, istituita nel 1913 dal nobiluomo austriaco di origine danese Egon Ritter von Lund:

La See Skaut Schule, familiarmente conosciuta a Trieste come quella degli “scauti” […] Per l’occasione, le Poste austriache hanno emesso, con tiratura limitata, uno speciale francobollo dedicato agli antichi “scauti triestini”, di cui oggi ritorna una memoria perduta (Una lapide per ricordare gli “scauti marinari” nella Grande Guerra, “Il Piccolo di Trieste”, 3/11/2009)

Da notare che l’articolo usa scauti tre volte, nel titolo, nell’esordio e nella chiusa ora citati, impiegando invece scout per il resto dell’articolo: la forma adattata è dunque segnalata come parola “d’ambiente”, che riporta a un dato tempo e luogo. E di un uso regionale nell’italiano del Nord-Est fa fede anche un esempio istriano (“gli scauti della Juventus”) da un tema premiato al concorso della Mailing List Istria del 2013. Anzi, si potrà forse spiegare invocando uno spontaneo purismo in funzione irredentista il fatto che l’adattamento morfologico abbia particolarmente attecchito nell’italiano in uso nel primo Novecento in province dell’impero austro-ungarico.

L’inclusione fra virgolette distanzia dunque la parola d’ambiente dall’italiano normale, così come accade per altro verso laddove si usi la forma scauti in modo giocoso, come nell’esempio seguente, da un testo firmato (coi rispettivi “totem”: Cerbiatta Esuberante, Determinated Linx, Gufo Balzano) da tre scout milanesi:

Salve, siamo gli scauti. Il nostro compito è partorire una idea su come spiegarvi ciò che facemmo durante l’ultima settimana del mese di novembre. Essenzialmente, andammo together a passare i nostri ultimi giorni (di novembre più uno di dicembre) nella casa scauta in via Burigozzo [vicino al negozio KIM (materiale scauto)]. Lo scopo di questa convivenza forzata che ci trascinò lontano da mamy & papy è, come sapete, una ricerca introspettiva della nostra vera e pura essenza. (“L Orafoglio [sic]. Periodico dell’Oratorio san Pio V” – Milano, anno I, n. 2, dicembre 2001, p. 9)

Come si vede, si crea qui anche l’aggettivo scauto, -a (-i, -e), possibilità inscritta a pieno titolo nella virtualità della lingua e qui applicata in un contesto che si qualifica indipendentemente come scherzoso per la mescolanza di anglismi e aulicismi (tale è oggi per dei giovani milanesi il passato remoto). Non è però un caso che né quest’aggettivo né il sostantivo nella forma lo scauto/gli scauti siano tematizzati nei quesiti pervenuti alla Crusca: comprensibilissimi, avrebbero potuto in teoria affermarsi in italiano nel periodo in cui la parola stava entrando nell’uso (agli anni Venti si data anche un isolato esempio del sostantivo singolare lo scauto). Ma ciò non è accaduto ed essi non sono dunque avvertiti oggi come parte della lingua comune. Questione di uso.

Escluso dunque il marginalissimo scauto, restano scout e scaut i quali sono ambedue, nell’italiano di oggi, perfettamente accettabili: la lingua ammette prestiti morfologicamente non adattati, e non si può fare appello a un criterio fisso (fondato su ragioni strutturali) per decidere se essi vadano adattati o meno graficamente, perché tale questione – di nuovo – rileva esclusivamente dell’uso e corrisponde a una libera scelta degli utenti. E infatti i dizionari li registrano entrambi. Più delicata è, per forestierismi di questo tipo, la questione della morfologia flessiva (per un nome, la formazione del plurale). Qui appare preferibile in italiano – per i prestiti acclimatati e correnti anche se non morfologicamente adattati (nel singolare) – non utilizzare il plurale inglese: diciamo (e scriviamo) oggi i bar, non *i bars (benché anche qui non manchino gli esempi, pur minoritari: “tanti bars e ristoranti”, Formentera, laSalidaviaggi.it). Ciò non toglie che chi sente tuttora il termine scout come inglese possa decidere di scrivere gli scouts.

La situazione muta però sotto vari aspetti quando si passa ai derivati, come illustriamo in (2) sempre cogli esiti di una ricerca Google su siti in italiano:


Qui si pone la medesima questione ortografica, ma quanto alla morfologia le cose stanno diversamente rispetto al nome non derivato (o simplex) in quanto la presenza di morfologia derivativa (ossia dei suffissi che formano il nome astratto e l’aggettivo derivati, appunto, della famiglia di scout/scaut) mette fuori gioco la possibilità di utilizzare morfologia flessiva della lingua donatrice: comunque scritte, scoutismo/scautismo e scoutistico/scautistico sono parole per morfologia sempre e solo italiane. E si nota ancora un’altra cosa: il vantaggio della grafia non adattata -ou- su quella adattata -au-, molto consistente nel simplex (367 esempi contro 111 nella tabella in (1)), si assottiglia parecchio nei derivati fino a scomparire del tutto per scoutismo/scautismo che risultano alla pari. È dunque vero che, come si suppone nell’ultimo quesito citato, l’aggiunta del suffisso derivativo abbia un effetto a favore dell’adattamento, anche se non l’effetto di fare emergere un uso univoco della variante con adattamento all’ortografia italiana. Un’eventuale prescrizione normativa che imponesse ciò mettendo fuori legge scautismo farebbe violenza all’uso, uso addirittura cristallizzatosi nell’odonomastica (a Roma c’è un Largo dello Scautismo). La duplice possibilità ha una ragione evidente nel fatto che nella nostra società attuale l’ortografia della lingua, di ogni lingua, non è a tenuta stagna, e molto vi rimane, segnatamente nei prestiti non completamente adattati, che non corrisponde alle regole autoctone. Così, un tempo era normale adattare pienamente i nomi propri, di persona o di luogo, e di quella fase testimoniano Parigi o Francesco Bacone, filosofo inglese vissuto fra Cinque e Seicento, mentre esclusivamente come Francis Bacon è noto in Italia il suo conterraneo omonimo (in inglese), pittore del secolo XX. Ma anche nei secc. XX e XXI, quando si formano derivati, il tasso di adattamento sale: nessuno italianizzerebbe oggi in *Noemo Ciomschio il nome del linguista statunitense Noam Chomsky, ma “pensiero chomskiano” è grafia che prevale rispetto a “pensiero chomskyano” (rispettivamente 36 : 3 risultati, ricerca Google il 22/1/2023), dove si nota un poco legittimo iperanglismo grafico in quanto la semiconsonante [j] (graficamente -i-) è in realtà parte del suffisso deantroponimico ‑iano (su cui v. Thornton 2001). Quasi nessuno scrive d’altro canto ciomskiano – con adattamento parziale – o ciomschiano, pienamente integrato, varianti che contano sempre secondo Google un’occorrenza ciascuna, rispettivamente in Ricci Bitti e Zani (1983, p. 103) e Castellani (1982, p. 25).


Tornando agli scout e allo scautismo (uso che corrisponde alle preferenze personali di chi scrive), come sempre quando si dà una scelta fra varianti può registrarsi oscillazione: così l’autore del quesito responsabile nazionale del Centro Documentazione dell’AGESCI, scrive “Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani” mentre il logo dell’associazione, visibile ad apertura del citato sito, contiene il plurale in -s: “Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani”. E d’altro canto la selezione fra varianti può anche costituire oggetto di scelta cosciente, financo ideologica, come nel caso seguente (da un articolo sul “Corriere delle Alpi” del 25/8/2017; Valentina Voi, Lavata di capo agli scout per le cartacce sul Nevegal):

Nel mirino sono finiti gli scout di Assoraider, una delle tante associazioni che fanno parte della galassia dello scoutismo italiano. Gli “scaut”, così l’associazione preferisce chiamare i suoi ragazzi a differenza delle altre che prediligono il termine inglese “scout”, hanno pacificamente invaso il Nevegal dal 5 al 12 agosto.

La stessa oscillazione si riscontra, a fortiori dato quanto si è detto, nel sostantivo derivato, per il quale ad es. il citato sito AGESCI alla pagina https://www.agesci.it/lo-scoutismo/ usa -ou- solo nella riga d’indirizzo ora riportata mentre nel testo, a partire dal titolo (Cos’è lo scautismo?), si ha sempre la forma con -a- dell’astratto. Più coerente il sito svizzero-italiano scoutismoticino.ch sulla cui prima pagina (consultata il 22/1/2023) si reperiscono (inclusi il titolo del sito e l’indirizzo: “Scoutismo Ticino, Salita Mariotti 2, CP 2601, 6501 Bellinzona”) 10 ricorrenze di scoutismo e nessuna di scautismo. Il che non vuol dire che la variazione non tocchi l’uso italiano anche in Svizzera: sul foglio locale della val Mesolcina (nel Grigioni italiano) “Il Moesano”, l’articolo Scout del Moesano – Si ricomincia (10/9/2014) contiene 6 occorrenze di scout, titolo compreso, accanto a una di scaut: “Gli scaut sono suddivisi in branche”. Che entrambe le forme dell’astratto derivato siano legittime è confermato da un’ulteriore considerazione: usando scautismo si adatta la parola alle regole ortografiche dell’italiano, ma d’altro canto anche utilizzare la forma non graficamente adattata scoutismo non osta a che la si pronunci allo stesso modo, così come accade ad esempio –per computer/computerizzato dove u viene letta [ju] secondo l’ortografia inglese, nel simplex come nel derivato.

Concludendo, se per un dato lessema prevalga o meno la forma adattata all’ortografia italiana è questione puramente di uso: quasi nessuno oggi scrive “ho mangiato un maffin”, frase di cui pure si reperiscono due ricorrenze in Google, mentre ben più usuale è, con 31 attestazioni in rete, “ho mangiato un muffin”; “ho mangiato un brownie” ricorre 19 volte, mai invece *ho mangiato un brauni(e); ma un domani, chissà? Dunque, anche per l’alternativa ortografica tra scout e scaut, alla questione dell’uso ha dovuto limitarsi la nostra discussione. Quando però si è passati alla morfologia si è potuto dire qualcosa in più: da un lato, quanto alla flessione, che la soluzione gli scauts è francamente illegittima a norma di grammatica italiana e dall’altro, quanto alla derivazione, che l’aggiunta di suffissi derivativi, aumentando il tasso d’integrazione di una parola entro il lessico della lingua ricevente, agisce a favore dell’adattamento anche ortografico facendo salire – nel nostro caso – le quotazioni di scaut- rispetto a scout- (pur senza mettere fuori gioco quest’ultimo).

Tornando infine alla massima del Cesarotti citata in apertura, la sua spiegazione così chiudeva: “la ragione finalmente, perchè quanto si fa con arte può e deve essere oggetto di scienza, e perché la ragion sola può darci i mezzi di ben giudicare dell’uso e dell’esempio”. Ragione che, s’è detto, analizza i fatti di lingua tramite gli strumenti della scienza linguistica.

Nota bibliografica:

  • Arrigo Castellani, Quanti erano gl’italofoni nel 1861?, “Studi linguistici italiani”, VIII (1982), pp. 3-26 [poi in Id., Nuovi saggi di linguistica e filologia italiana e romanza (1976-2004), a cura di Valeria Della Valle, Giovanna Frosini, Paola Manni, Luca Serianni, Roma, Salerno, 2009, vol. I, pp. 117-138].
  • Melchiorre Cesarotti, Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana, Pisa, dalla Tipografia della Società Lett., MDCCC (ediz. definitiva del Saggio sopra la lingua italiana, già uscito in due diverse edizioni nel 1785 e 1788).
  • Pio E. Ricci Bitti, Bruna Zani, La comunicazione come processo sociale, Bologna, il Mulino, 1983.
  • Mario Sica, Gli scout, Bologna, il Mulino, 2002.
  • Anna M. Thornton, Perché non possiamo dirci *dipietriani?, “RIOn – Rivista Italiana di Onomastica” 7, 2001, 118-132.

Michele Loporcaro

13 marzo 2023


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