Epifanizzare: un altro modo d’apparire?

Alcuni utenti ci chiedono delucidazioni sul verbo epifanizzare che, nonostante venga impiegato comunemente in molti testi sia di ambito artistico-letterario che teologico-filosofico, non risulta registrato dai principali vocabolario dell’italiano.

Risposta

 

Epifanizzare: un altro modo d’apparire?

 

Una ricerca portata avanti sull'archivio di Google riporta 1030 occorrenze  del verbo (alcune delle quali traduzioni dall’inglese); la prima attestazione risulterebbe a opera di Umberto Eco in Le poetiche di Joyce del 1966, edito da Bompiani: “L’oggetto che si epifanizza non ha, per epifanizzarsi, altri titoli se non quello che di fatto si è epifanizzato”.

Per poter comprendere il significato del verbo è necessario capire la storia e l’uso del sostantivo da cui è derivato, cioè epifania. Il nome in questione, secondo le notizie ricavate dal GDLI e dal GRADIT, deriva dal latino epiphanīa, dal greco epipháneia, un composto di epi-, cioè ‘sopra’, e -pháneia da -phaíno, cioè ‘appaio’.

L’ingresso nella nostra lingua è avvenuto nella metà del XIII secolo; secondo il DELI, il sostantivo epifania risulterebbe in uso già prima dell’attestazione del 1292 a opera di Bono Giamboni “Fue questo quello die, che noi serviamo per Epifania, cioè apparizione e mostramento del sacramento del Corpus Domini, che significa la passione di Cristo”. Come risulta evidente dalla citazione, la parola ci arriva dalla tradizione cristiana che l’ha, a sua volta, mutuata dalla lingua greca, in cui appariva come termine religioso indicante “le azioni con cui la divinità si manifestava” (Treccani online). Nel mondo cristiano entrò nell’uso per indicare le apparizioni di Cristo a partire dalla visita dei magi fino al primo miracolo passando per il battesimo nel fiume Giordano. Con il passare del tempo, il termine si è cristallizzato come appellativo della festività liturgica cristiana che ricorda la visita dei magi a Betlemme, che si festeggia il 6 gennaio e che comunemente, con sviluppi popolari dallo stesso etimo, viene chiamata Befana, anzi la Befana.

Ma se si va a ricercare il significato di epifania, sui principali vocabolari dell’italiano vengono riportate due accezioni. La prima è quella a cui si è fatto cenno sopra, che indica appunto la festività liturgica cristiana, e la seconda che porta il significato di ‘apparizione, manifestazione’. Questo secondo significato, che è un chiaro ritorno al valore semantico proprio dell’etimologia, viene glossato come parola di basso uso dal GRADIT, come vocabolo non comune dal GARZANTI e come termine di ambito letterario dal GDLI, dal Sabatini-Coletti, dal Treccani e dal Grande Dizionario italiano Hoepli. Dalle notizie forniteci dal Battaglia (e confermate anche da altri dizionari come Treccani) questa seconda accezione è attestata per la prima volta nei testi di Gabriele D’Annunzio. La citazione riportata dal GDLI è estratta dal Trionfo della morte, che fu pubblicato nel 1894: “Era quel giorno per lui l’Epifania della Morte”.

Dal sostantivo epifania, usato in questa seconda accezione, è stato successivamente derivato l’aggettivo epifanico che risulta attestato, dalle notizie fornite dal GDLI, per la prima volta in Tutta la vita di Alberto Savinio, pubblicato nel 1945: “Rimasero muti e immobili uno di fronte all’altro, palpitanti ambedue come le pagine del libro epifanico che ora la fanciulla serrava nella sua mano guantata di spessa lana, sul carpo della quale brillava rosso e verde un piccolo drago cinese”. L’aggettivo non è stato registrato in modo unanime dai principali vocabolari: viene riportato dal GRADIT, dal Grande Dizionario Italiano Hoepli, dal GDLI, dal vocabolario online Treccani, dal Treccani 2017, dallo ZINGARELLI 2018, e dal Nuovo Devoto-Oli 2017.

Sembra che il verbo epifanizzare sia un derivato dal sostantivo epifania (nella sua seconda accezione) e si accoderebbe alla lista dei verbi di nuova formazione tramite il suffisso -izzare. Come ci ricordano la schede di Riccardo Cimaglia e di Simona Cresti pubblicate sul nostro sito, il suffisso -izzare è uno dei più produttivi per le nuove formazioni nell’italiano contemporaneo. Dalla metà del Novecento, più del 70% dei nuovi verbi derivati dai nomi viene formato con il suffisso in questione.

Dal momento che Eco utilizzò il verbo in relazione al concetto di "epifania" proprio della poetica joyciana, si potrebbe pensare che la parola sia un calco dall'inglese; questa affermazione al momento rimane allostato di ipotesi a seguito della scarna documentazione su un corrispondente verbo nella lessicografia inglese. Infatti, forse per il modesto numero di occorrenze, il verbo to epiphanize viene registrato solamente dal Merriam-Webster (‘to represent in a literary epiphany’), che lo glossa come termine letterario.

Nell’italiano viene usato sia come sinonimo aulico e forbito dei verbi  manifestare o apparire, sia come termine prettamente letterario o teologico; insomma una parola dotta, anche un po’ esibita. Nonostante, in questi limiti, venga a volte utilizzato, ai lessicografi sembra essere sfuggita la registrazione di un verbo che ormai da più di cinquant’anni si è epifanizzato nella nostra lingua.

 

A cura di Luca Lo Re
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

17 novembre 2017


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