Errore di sbaglio

Alcuni lettori ci chiedono se sia corretta l’espressione errore di sbaglio.

Risposta

Partiamo dall’origine delle parole che compongono l’espressione. Errore proviene dal latino error, errōris, derivato di errāre nel significato di ‘sviarsi, errare’, ed è attestato in italiano fin dal XIII secolo. Nel suo significato oggi più comune errore indica un ‘allontanamento dai principi logici e dalle cognizioni universalmente accettate’ (Sabatini-Coletti). Sbaglio, invece, è parola di attestazione più recente – il XVII secolo – che deriva dal verbo sbagliare ‘avere una svista’, a sua volta derivato dalla base di bagliore, dal latino volgare *baliu(m), tramite il greco baliós, variante di phaliós ‘bianco lucente’ (l’Etimologico). Il suo significato è ‘errore dovuto a momentanea disattenzione, imperizia o errata applicazione di una regola’ (Sabatini-Coletti).

Se la sinonimia tra le due parole è evidente – basti pensare che il Vocabolario della Crusca, nella terza impressione settecentesca, pone accanto a sbaglio, lì registrato per la prima volta, il traducente latino error –, tuttavia la diversa trafila etimologica, la presenza di un’accezione morale e religiosa di errore, la vicinanza semantica ed etimologica tra sbaglio e abbaglio ‘svista’ precisano il rapporto di sinonimia in un rapporto un poco più sbilanciato, cioè di iperonimia. Scriveva infatti Niccolò Tommaseo, nel suo Dizionario della lingua italiana: “Sbaglio è Errore in cui si travede o frantende. Ogni Sbaglio è Errore, non ogni Errore è Sbaglio. […] Ma Sbaglio è per lo più Errore, non de’ più gravi” (Tommaseo-Bellini s.v. errore). Insomma, se è vero che la sinonimia di errore e sbaglio è confermata dalla perfetta interscambiabilità delle locuzioni per errore / per sbaglio, errore però può anche funzionare da iperonimo di sbaglio, giacché sbaglio può contenere, nel suo significato, una marca di attenuazione, che lo colloca un gradino più sotto, nella scala della “gravità”, rispetto a errore. Ma si tratta di una possibilità (“può contenere”), non di una costante, in quanto nella nostra lingua non mancano attestazioni di sbaglio quale ‘errore, colpa morale’, come ad esempio in Ludovico Antonio Muratori (sec. XVIII).

È corretto allora usare l’espressione errore di sbaglio? Dal punto di vista sintattico, la struttura “errore + di + sostantivo” è piuttosto produttiva e dà vita a diverse combinazioni documentate nei lessici. Dal GRADIT Grande Dizionario Italiano dell’Uso diretto da Tullio De Mauro ricaviamo le seguenti polirematiche: errore di battitura, di fatto, di gioventù, di macchina, di parallasse, di prospettiva, di rotta, di stampa. Alle quali possiamo aggiungere altri esempi tratti dal Sabatini-Coletti: errore di calcolo, di grammatica, di stampa; errore di concetto, di distrazione; errore di interpretazione, di valutazione, di diritto. Dal punto di vista semantico, però, la somiglianza dei significati delle due parole provoca nel parlante l’immediata percezione di una ridondanza: “di sbaglio” infatti non esprime l’argomento dell’“errore”, come ad es. in errore di calcolo, e non ne esprime la causa, come ad es. in errore di distrazione, perché, stante la sinonimia tra errore e sbaglio, sarebbe come dire *errore di errore. Il rapporto di iperonimia tra le due parole è dunque troppo poco marcato per rendere plausibile l’espressione errore di sbaglio per indicare un ‘errore dovuto a una disattenzione, compiuto in buona fede’.

Della sostanziale coincidenza dei significati principali delle due parole, testimoniano i contesti in cui l’espressione errore di sbaglio è rinvenibile: si tratta infatti di situazioni comiche, battute scherzose, considerazioni ironiche, in cui l’intento dell’emittente è di suscitare la complicità del destinatario, o di canzonarlo, attraverso il ricorso a un paradosso. Quasi tutte le non molte attestazioni di errore di sbaglio che abbiamo rinvenuto in testi scritti appartengono all’ultimo quarto del Novecento: nel romanzo Domingo il favoloso (Einaudi, Torino 1975), pubblicato da Giovanni Arpino, scrittore torinese dalla nota vena ironica, si legge: «“Fu un errore di sbaglio”, sorrise Domingo. “Bella mi piace, sì”, cominciò a ridere Capo Armano: “Anch’io ho fatto un errore di sbaglio con te. Dammi una sigaretta”»; nei quotidiani l’espressione è di solito posta tra virgolette a segnalarne l’uso allusivo: «qualora – per inesperienza o per l’emozione – avessimo commesso un “errore di sbaglio”» (Alberto Trivulzio, “Corriere della Sera”, 25 aprile 1987, p. 30); “Insomma una citazione sbagliata, un errore di sbaglio come si dice in casi analoghi con qualche ironia” (Eugenio Scalfari, “la Repubblica”, 27 dicembre 2007, p. 1); perfino sui social troviamo le virgolette distanziatrici: «Ringrazio di cuore i giudici sportivi per aver commesso un “errore di sbaglio” basato sul nulla» (Massimo Ferrero su Twitter il 16 dicembre 2014). Nelle fonti che abbiamo consultato, abbiamo rinvenuto una sola attestazione prenovecentesca ma molto curiosa: si tratta di un testo teatrale anonimo del Settecento, steso in dialetto napoletano, dal titolo Donna Annicca Casapilosa. Commedia nuova (con caratteri appropriati giusta il buon gusto moderno), nel quale si legge all’atto II, scena VIII: “Tav[olone]: Lo patrone se penza, ca te pretenne la Sia Carmosina / Car[mosina]: A mme? Leva lè / An[iello]: Questo è un errore di sbaglio” (fonte: Google libri).

Nonostante la testimonianza del giornalista Vittorio Zucconi – «Noi Modenesi sappiamo bene che è un “errore di sbaglio”, come dicevano i nostri saggi contadini della Bassa» (“la Repubblica”, 21 ottobre 2002), l’espressione errore di sbaglio non sembra avere una paternità diatopica precisa ed è d’uso geograficamente molto esteso, sebbene decisamente occasionale e sempre motivato da intenti scherzosi. La stessa occorrenza settecentesca va correttamente collocata nell’ambito delle forzature ludiche del linguaggio, così tipiche del teatro comico, del parlato e della dialettalità.

Dunque, con il preciso intento di creare un bisticcio tra i significati, l’espressione errore di sbaglio continuerà a fare capolino nelle battute ironico-scherzose, insieme ad altre espressioni in cui il pleonasmo è fonte di comicità (penso ad es. a “mi sono sbagliato nel confondermi”, frase elevata a titolo di un album del gruppo RedSka), ma si collocherà in un uso di confine, substandard, sorretto dall’uso colloquiale – anche regionale – e giocoso, fintamente ingenuo, della lingua.

Manuela Manfredini

11 ottobre 2023


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