I magi erano tre, ma uno solo era un…?

Sollecitate dal periodo natalizio sono molte le persone che ci chiedono quale sia l’origine del termine magi, se si debba considerare un nome proprio e quindi si debba usare l’iniziale maiuscola, ma soprattutto ci si domanda quale sia il singolare.

Risposta

1 Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo: 
2 “Dov'è nato il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in oriente, e siamo venuti ad adorarlo”. 
[…]
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, si informò da essi esattamente sul tempo dell’apparizione della stella 
8 ed inviandoli a Betlemme disse: “Andate, ricercate attentamente il fanciullo e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io venga e l’adori”.
[…]
16 Allora Erode, vedendosi deluso dai magi, s’adirò grandemente e mandò ad uccidere tutti i fanciulli che erano in Betlemme e in tutto il suo territorio, dai due anni in giù, secondo il tempo che aveva attentamente indagato dai magi. (Matteo: 2, 1-16)

Così il passo che parla dei magi del Vangelo secondo Matteo nella versione della Bibbia concordata (tradotta dai testi originali a cura della Società biblica italiana).

Chi erano i magi? Il testo dice ben poco su di loro: non quanti fossero, né come si chiamassero, né se fossero investiti di autorità regale (secondo la tradizione già a partire dalla Cronica di Giovanni Villani) o di santità (come nella trecentesca Meditazione sopra l'arbore della croce). Il testo da cui citiamo così annota: “Presso i Medi e i Persiani magi erano detti i sacerdoti e i dotti nelle scienze astronomiche; dal numero dei doni si è pensato che fossero tre, mentre il testo non determina nulla, neppure la nazione di provenienza che molto probabilmente è la Persia, ma potrebbe essere anche l’Arabia” (nota 1). Notizie ampie e dettagliate si possono trovare alla voce magi nell’Enciclopedia Cattolica (Ente per l'enciclopedia cattolica e per il libro cattolico, 1948-1954)o nelle diverse aree disciplinari dell’Enciclopedia Treccani.

Per rispondere al quesito dei nostri lettori più che la realtà storica contemporanea della stesura dei Vangeli, interessa l’evoluzione dell’idea di cui la voce era portatrice dall’epoca volgare e soltanto nella misura in cui ciò ha influito sull’aspetto formale.

Il plurale della forma magus che il latino ha mutuato, attraverso il greco mágos, dall’antico persiano maguš ‘sacerdote che interpreta i sogni’, in origine nome di una tribù dei Medi (l’Etimologico), era naturalmente magi. E così appare nella versione latina delle Sacre scritture: sia nel passo citato, sia in altri passi del Vecchio testamento, per esempio nella Prophetia Danielis 4,1-6 laddove Nabuchodonosor convoca “harioli, magi, Chaldaei et haruspices” [‘i maghi, gli incantatori, i Caldei, gli astrologi’] fra i quali anche Daniele, detto Beltsasar, “princeps hariolorum” [‘capo dei maghi’].

La forma latina si è continuata nella lingua italiana delle origini (cfr TLIO sv) nel sostantivo e aggettivo mago, il cui plurale era trascritto magi.

Nella Fabrica del mondo di Francesco Alunno da Ferrara (Venezia, 15622) che raccoglie “le voci di Dante, del Petrarca, del Boccaccio et d’altri buoni autori” organizzate per ambiti tematici, opera antesignana dei dizionari metodici, all’articolo 793 titolato Negromante, troviamo subito la voce Mago “Lat. magus lo incantatore. Pet[rarca] Da questi Magi trasmutato fui. Boc[caccio]. Et alquanti de raggi della stella ch’apparve a tre Magi in oriente. i. [= id est ‘cioè’] quelli che andarono ad adorare Christo; et questi s’intendono per maestri, et sapienti in Italia, et in Grecia si chiamano Philosophi; overo Sacerdoti, in India Scribi, et in Persia Magi. [...] Ari[osto] La grotta, Ch’edificò Merlino il savio mago.” La voce riecheggia quanto testimoniato nella Leggenda Aurea, (XIV secolo) alla voce Epifania: “[...] Anche mago tanto è a dire come savio; ché mago, per sé, in lingua ebrea tanto suona come scriba, in grecesco suona filosofo, ma in latino savio. Sono detti dunque magi, cioè savi, onde son detti magi, quasi in sapienza magni”(cit. in TLIO).

I passi citati sono testimoni di una fase della lingua scritta in cui il significato di mago non si era ancora ridotto a quello deteriore di chi “esercita la superstiziosa arte magica [corsivo nostro]”. L’accezione negativa riportata è quella del Supplimento a’ vocabolarj italiani di Giovanni Gherardini (Milano, 1852-1857), mentre ancora nella IV edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1729-1738) mago era definito come colui “che esercita l'arte magica” diverso, ma non troppo, dal “che sa l'arte magica” delle edizioni precedenti.

La IV edizione è quella che introduce per la prima volta il lemma magio “titolo di quei tre personaggi, che vennero dall'Oriente ad adorare Gesù Cristo”; gli esempi della voce però recano esclusivamente la forma del plurale magi. La stessa forma del plurale (già presente dalla prima edizione solo nell’apparato di altre voci, per esempio nella definizione della voce epifania) appare per la prima volta anche negli esempi a corredo del lemma mago: Non andrete a’ magi malefici, e non cercherete di sapere niente dagli arioli”(Iacopo Passavanti, Specchio di Penitenza 337). Un passo pressoché identico dalla stessa opera (con numero di riferimento 336) si trova nella trattazione di ariolo con il plurale maghi; a dire il vero questa forma del plurale aveva fatto per tre volte la sua apparizione già nell’apparato della III edizione in citazioni a corredo di lemmi diversi da quelli trattati, usata sempre in riferimento a personaggi dell’Egitto dei Faraoni.

Nella V Crusca in chiusura di trattazione del lemma magio se ne dichiara esplicitamente la natura di ricostruzione “artificiosa”: “È forma varia di mago cavata dal plur. lat. magi.”

Il XVIII secolo quindi apparirebbe, almeno nella tradizione della lessicografia, come il tempo dello sdoppiamento del lemma mago, magi nelle forme mago, maghi e magio, magi con ricostruzione su base analogica di un plurale per l’una e del singolare per l’altra.

In realtà più che di un “arbitrio lessicografico”, avvenuto apparentemente al solo fine di scindere nettamente i magi adoratori di Cristo dai maghi sempre più assimilati nel secolo dei lumi a ciarlatani e fattucchiere (cosa che ha probabilmente influito sul processo), si tratta dell’accoglimento di possibilità disponibili da tempo, soprattutto a livello popolare, ma affiorate anche nella tradizione scritta.

La forma magio del singolare appare già nelle Leggende di Santi della prima metà secolo XIV (GDLI) e nel testo della Rappresentazione della festa dei Magi (Nuovo corpus di sacre rappresentazioni fiorentine del Quattrocento attingibile in BiBit). Inoltre le due espressioni [re]stare come un magio ‘rimanere stupefatto’ e stare ritto come un magio ‘stare in posizione eretta’ che GDLI testimonia nelle rime di Giovanni Battista Fagiuoli (1660-1742), parrebbero testimoni di un uso popolare toscano di lunga tradizione.

Dall’altro lato il plurale maghi è utilizzato per esempio da Tasso nel dialogo il Messaggiero,inassociazione a streghe o riferito all’antico Egitto; lo stesso Tasso usa anche magi sia come etnonimo, cioè come nome di una popolazione, distinto dall’iniziale maiuscola, sia come nome generico indicante il plurale di mago “cioè un filosofo naturale, conoscitore de’ secreti della natura” e aggiunge che “per autorità ancora di san Girolamo, due son le spezie de’ magi; l'una buona, e malvagia l'altra. E buoni magi furono i Re d'Oriente, che vennero guidati da la stella al presepio di Cristo” (Del giudizio sovra la sua Gerusalemme da lui medesimo riformata).

L’incertezza dovuta alla compresenza di due plurali ancora riferibili a mago, pur distinti in base alle accezioni, continua nel corso dell’Ottocento – magi è usato per esempio da Leopardi nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (capo 4: Della magia) – fino ad approdare alle soglie del Novecento: nella Grammatica italiana ad uso delle scuoledi Pier Gabriele Goidànich (1918) si legge che “I nomi in -go ànno di solito -ghi [al plurale; ...].Si à -gi: in asparagi, fam. sparagi (il sing. lett. è asparago, ma fam. sparagio) e in I tre re Magi (il pop. dice al sing. Un re Magio; Mago stregone fa regol. Maghi)” (p. 82 § 194).

Ai nostri giorni il plurale magi è ormai solo riferibile al significato storico legato agli antichi sacerdoti persiani e naturalmente ai personaggi del Vangelo. Per ciò che riguarda il singolare la forma è magio, in quest’ultima accezione, mentre in riferimento alla casta sacerdotale è corretto mago.

Per quel che riguarda la questione dell'iniziale maiuscola o minuscola, a meno che non ci si intenda riferire all’etnonimo, sarebbe preferibile usare la lettera minuscola; tanto più che magi è spesso attributo di re e i tre hanno ricevuto ciascuno un nome proprio, che a sua volta ha subito variazione nel corso dei secoli.

L'altra allegrezza, che ti fé galdente,
quando e tre  Magi  vennon col tesoro,
guidati dalla stella in oriente
avendo nel tuo gremio el divin coro,
Guasparre primo re fu ’nginocchiato;
basciando e piè, offerse el censo d'oro.
[…]
Tosto po’ Baldassarri con diletto
incenso offerse, e santi piè baciando,
e dal tuo frutto quel fu benedetto.
In mirra il dono fa poi, seguitando,
d’India quel Marchionne t’ebbe offerto
col puro core e sempre te laldando.

Filippo Scarlatti, Poesie (sec. XV)

È però vero che questi personaggi sono ormai divenuti nella tradizione collettiva rappresentazioni fantastiche, assimilabili in qualche modo agli altri protagonisti del periodo natalizio, come la Befana o Babbo/Papà Natale ed è possibile conceder loro la lettera maiuscola.

 

A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

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