Il nome ebola: istruzioni e modalità d’uso

In molti hanno scritto all’Accademia per segnalare la singolare difformità di “trattamento linguistico” a cui è sottoposto il nome ebola da parte di giornalisti, divulgatori scientifici, ma anche di fonti più autorevoli – dato l’argomento – come medici e autorità politico-sanitarie: ebola a volte è scritto con l’iniziale maiuscola e a volte con la minuscola, l’articolo determinativo a volte è presente davanti al nome mentre a volte è omesso. Quali sono le ragioni di questa variabilità e qual è l’uso corretto?

Risposta

La variabilità della forma e degli usi del nome ebola segnalata dalle persone che ci hanno scritto trova conferma nella grande quantità di testi, di vario genere, prodotti sull’argomento e trasmessi da tutti i mezzi d’informazione, soprattutto negli ultimi mesi del 2014, periodo in cui l’argomento ha ricevuto la massima attenzione mediatica. In particolare, gli usi del nome ebola oscillano rispetto alla forma ortografica (iniziale maiuscola vs. minuscola) e rispetto all’uso dell’articolo determinativo (presenza dell’articolo vs. omissione). Dall’incrocio delle variabili si ottengono quattro possibili forme, tutte effettivamente attestate: l’Ebola, Ebola, l’ebola, ebola.

Da che cosa dipende questa instabilità di usi e di forme? Non c’è una sola ragione, ma un intreccio di ragioni di ordine diverso.

In linea generale, i nomi delle malattie in italiano (tanto nell’italiano comune quanto in quello medico-scientifico) sono sentiti e trattati come nomi comuni; quindi, sono generalmente preceduti dall’articolo determinativo e scritti con l’iniziale minuscola (il diabete, il morbillo, la rosolia, l’epatite, la parotite, la tubercolosi). Per i nomi dei virus la situazione è più controversa, perché gli usi, anche quelli tecnico-scientifici, non sono stabili. Nelle norme ortografiche, fissate a livello internazionale per cercare di rendere uniformi la nomenclatura e la classificazione dei virus, si legge che i nomi dei virus si scrivono con la lettera minuscola, a meno che non siano nomi propri. Tuttavia in italiano, negli usi medico-specialistici, e in parte anche nella divulgazione scientifica, i nomi dei virus, come quelli di altri microrganismi patogeni, sono spesso trattati tutti come nomi propri e, quindi, non solo scritti con la maiuscola, ma anche usati senza l’articolo determinativo (cfr. Serianni 2005, pp. 133-134).

L’origine del nome

Nel nostro caso, il nome del virus, da cui discende anche il nome della malattia, è scritto con l’iniziale maiuscola perché deriva da un nome proprio geografico. Nel 1976, infatti, fu isolato per la prima volta il virus responsabile di una malattia ancora sconosciuta che aveva colpito una regione dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo): il virus venne chiamato con il nome del fiume Ebola che scorre in quella regione. La denominazione completa della malattia, la sua designazione ufficiale, ossia malattia da virus Ebola (dall'angloamericano Ebola virus disease), è quella che viene definita una polirematica, cioè un insieme di parole che funzionano come un’unica unità lessicale. Come spesso succede, per esigenze di brevità ed efficienza comunicativa, l’espressione si abbrevia, originando una variante “accorciata”, ellittica: [malattia da virus] Ebola > Ebola. In questo modo, il nome del virus che causa la malattia passa a indicare, per metonimia, la malattia stessa. L’iniziale maiuscola resta anche nella denominazione della malattia in quanto traccia dell’originaria derivazione del nome ebola da nome proprio, allo stesso modo in cui la malattia (o il morbo) di Alzheimer si abbrevia in l’Alzheimer, mantenendo la maiuscola del nome proprio dello scienziato da cui la patologia prende il nome.

Omonimia del virus e della malattia

Nel caso della malattia da virus Ebola, il procedimento di abbreviazione del termine produce un “effetto indesiderato”: il nome del virus e il nome della malattia, infatti, vengono a coincidere, generando ambiguità e sovrapposizione di concetti e referenti.

C’è stato un errore e con l’Ebola gli errori si pagano. Abbiamo avuto vari casi di persone rientrate in Occidente con la malattia ma mai avevamo visto una falla nel sistema di protezione individuale degli operatori sanitari. [...] Intanto bisogna ricordare che l’Ebola non si trasmette se non ci sono i sintomi della malattia: chi lo sta incubando non è contagioso. (Michele Bocci, Rezza: “Ebola, fatale anche un solo errore di procedura”, “la Repubblica”, 7/10/2014)

Che fine ha fatto Ebola? Non se ne parla più. Me lo domandano molti, sapendo che sono stato in Sierra Leone in autunno, nel centro di Emergency per la cura dei colpiti dal virus. [...] Il rischio è che si abbassi la guardia troppo presto, appena passata l’ondata di panico irrazionale per le isolate incursioni di Ebola nelle città europee e americane. (Roberto Satolli,Che fine (non) ha fatto Ebola, “Corriere della Sera”, 22 febbraio 2015, p. 45)

È vero che, in genere, il contesto linguistico immediato consente di identificare, fra i due, il referente di cui si sta parlando (la malattia o il virus), ma non è sempre così, e non lo è a una prima veloce lettura o a un ascolto non attento.

Nella letteratura scientifica, per evitare l’omonimia, si preferisce abbreviare la designazione estesa con l’acronimo inglese EVD (Ebola virus disease), che per i non specialisti è ancora meno trasparente di Ebola, ma è univoco.

Omissione dell’articolo determinativo

L’omonimia, oltre a essere in sé fonte di ambiguità, genera anche un’interferenza di tipo (micro)sintattico nell’uso dell’articolo.

Se si sceglie di designare il virus come Ebola senza articolo determinativo – seguendo la tendenza descritta all’inizio – è facile che, per sovrapposizione, l’articolo venga omesso anche quando il nome è usato per riferirsi alla malattia: 

EBOLA è tornata a uccidere. La febbre emorragica, diffusa dal più terribile tra i virus per cui non abbiamo ancora trovato una cura, stavolta colpisce con il suo ceppo peggiore. [...] In America, dove Ebola viene studiato per trovarne un antidoto in caso fosse utilizzata come arma biologica, diversi vaccini sono arrivati alla fase di sperimentazione animale, ancora lontanissimi da un eventuale uso clinico.  (P. G. Brera, Ebola, torna l’incubo epidemia, "la Repubblica", sez. Mondo, 28/3/2014, p. 25)

La forma senza articolo e con la maiuscola, poi, in quanto tipica del nome proprio di persona, si presta a una rappresentazione personificata della malattia e del virus. In effetti, la malattia da virus Ebola – per alcune sue caratteristiche (modalità del contagio, virulenza e alto tasso di mortalità, assenza di vaccini o terapie risolutive), e per la sua connotazione di malattia tropicale, esotica – colpisce più di altre l’immaginario collettivo. Individuata e descritta in tempi relativamente recenti, ha scavalcato molto presto il recinto dei discorsi medico-specialistici. Il virus è stato inserito nell’elenco delle potenziali armi biologiche e, negli anni Novanta, è diventato protagonista di romanzi e film di genere catastrofico-fantascientifico. Di conseguenza, anche quando non è oggetto di narrazioni romanzesche, ma di testi informativi, questa malattia si presta a una rappresentazione linguistico-discorsiva emotivamente carica (qualche volta francamente sovraccarica), con ampio e insistito ricorso alle figure retoriche:

è una buona giornata per gli abitanti della Guinea, il Paese dove l’incubo è cominciato poco più di un anno fa nel tronco di un grande albero cavo, nella foresta intorno al villaggio di Meliandou. […] Adesso il popolo braccato da Ebola comincia a respirare (M. Farina, Più posti letto e diagnosi veloci / Contagi in calo nei Paesi di Ebola, “Corriere della Sera”, 20/1/2015, p. 20)

un giornale americano dichiara persone dell’anno gli eroi che combattono Ebola […] Virus come Ebola se ‘decidessero di fare sul serio’ se ne infischierebbero anche della Sesta Flotta schierata nel Mediterraneo. (L. Ripamonti, ebola, tbc e «le altre» non dimentichiamole , “Corriere della Sera”, 21/12/2014, p. 47)

Qui, del resto, nell’avamposto dove si combatte Ebola, tutto evoca la guerra, dalla marziale disciplina con cui operano i medici ai bollettini sanitari che contano le perdite delle battaglie contro il più infido dei nemici, il virus di febbre emorragica che dallo scorso marzo ha già provocato cinquecento morti in Africa occidentale. (P. Del Re, Ebola, “la Repubblica”, sez. R2 Mondo, 3/7/2014 p. 32)

Come si vede dagli esempi, a un’intensificazione delle metafore – pure normalmente presenti nei discorsi sulla malattia in generale e sulle altre patologie – si accompagna la personificazione della malattia e del virus, realizzata anche attraverso l’impiego del nome Ebola con la maiuscola e senza articolo.

Sull’omissione dell’articolo agisce infine da rinforzo anche il modello dell’inglese in cui i nomi delle malattie e degli agenti patogeni non sono preceduti da articolo. L’influenza dell’inglese si somma a tutto il resto, potenziandone gli esiti. Nel confronto continuo con fonti di lingua inglese, infatti, la mancata consapevolezza delle regole grammaticali e d’uso diverse da quelle dell’italiano, ha anch’essa contribuito a diffondere l’uso del nome ebola senza articolo, appunto, “all’inglese”.

Qual è il comportamento linguistico  più corretto?

Per quanto riguarda l’uso dell’articolo non c’è nessuna ragione formale che giustifichi l’omissione dell’articolo davanti al nome ebola nella designazione della malattia e, almeno nei testi rivolti a un pubblico di non specialisti, anche nella designazione del virus.

L’uso della maiuscola, invece, è motivato dalla derivazione del nome ebola dal nome proprio del fiume africano. Tuttavia, questa informazione, in linea di massima, non è presente (o non è rilevante) nella coscienza dei parlanti comuni. Perciò – come è successo con altri nomi comuni derivati da nomi propri (gorgonzola, dal nome di una cittadina lombarda; marsala, dal nome di una città siciliana; pullman, dal nome del progettista) – la forma ebola con la minuscola si afferma ed è accettabile, in quanto soluzione più coerente con l’interpretazione del nome della malattia come nome comune: l’ebola come la varicella, il morbillo, l’epatite, la tubercolosi.  

Per il nome del virus – sempre restando nell’ambito divulgativo-informativo – vale lo stesso discorso.

Ciò che si raccomanda è di fare una scelta e di mantenerla con coerenza all’interno del testo. E, soprattutto, è opportuno usare la designazione esplicita il virus Ebola (o il virus ebola) invece di quella sintetica l’Ebola (o l’ebola), tutte le volte che sia necessario dissolvere ambiguità e rendere chiaro e univoco il riferimento.

Nota bibliografica:

 

A cura di Maria Cristina Torchia
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Cusca

Piazza delle lingue: Lingua e saperi

16 marzo 2015


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