Il verbo pensare con i pronomi atoni

A. Dell'Era chiede: Se è corretta la forma intransitiva di 'pensare' nelle espressioni 'penso a mia figlia', 'penso a mio fratello' ecc., perché mai il verbo diviene transitivo quando al nome si sostituisce il pronome? ('La penso', 'lo penso' anziché 'le penso', 'gli penso'). Altri utenti hanno espresso perplessità simili.

Risposta

Il verbo pensare con i pronomi atoni

Il verbo pensare può essere sia transitivo e reggere quindi un complemento oggetto, sia intransitivo e reggere un complemento indiretto, che però non è un complemento di termine, ma un locativo. Vediamo nel dettaglio i due casi:
Quando è transitivo, la forma più ricorrente è quella con l'anticipazione del complemento oggetto con il pronome atono, quindi "la penso", "lo penso" anche se le corrispondenti forme "penso lei", "penso lui" non sono scorrette; è vero che possono essere avvertite come insolite, ma in realtà risultano più naturali, e sono anche più utilizzate, in contesti in cui sono accompagnate da qualche forma predicativa, come ad esempio "penso lui ancora giovane e snello". Anche a livello semantico ci sono sottili differenze tra pensare transitivo che viene così definito, nel Grande Dizionario italiano dell'uso curato da Tullio De Mauro: "raffigurare con la mente, esaminare con il pensiero, anche escogitare, inventare" e pensare intransitivo, che invece assume il significato di "avere il pensiero rivolto a qualcuno o a qualcosa", con una connotazione affettiva che nel primo caso è meno rilevante.

Nella forma intransitiva il verbo pensare è seguito da un complemento retto dalla preposizione a, complemento che però, contrariamente a quello che potrebbe sembrare, non è un complemento di termine, ma un complemento che indica il luogo, reale o metaforico, verso cui è rivolto il pensiero. Nel passaggio dalla forma tonica che segue il verbo, tipo "sto pensando a lei", alla forma atona che invece precede il verbo, proprio in virtù del fatto che si tratta di un locativo, viene inserito il clitico ci, quindi "ci sto pensando", anche quando l'oggetto del pensiero sia una persona. Limitatamente infatti alla forma ci penso, è stato anche ipotizzato che non abbia avuto effetto la censura dei grammatici rispetto all'uso popolare, diffuso in alcune regioni italiane, di ci come complemento di termine riferito alla terza e alla sesta persona (ci dico per 'gli, le dico, dico loro').

Per verificare questa particolarità del verbo pensare è possibile effettuare, per esempio, la ricerca delle sequenze "le penso" e "gli penso" nel cd-rom della Letteratura Italiana Zanichelli che ha un motore di ricerca che permette di individuare una sequenza data su un corpus di circa 1.000 testi della letteratura italiana dalle origini ad oggi: il risultato di tale ricerca offre un unico contesto nell'Orlando Furioso (canto 29, ottava 71: "Orlando non le pensa e non la guarda" riferito a una bestia morente), che risulta essere però l'unico caso attestato, confermato anche dall'edizione critica dell'Orlando Furioso curata da Santorre Debenedetti e Cesare Segre (Bologna, 1960).

Per approfondimenti:

  • A. Leone, Conversazioni sulla lingua italiana, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2002, pp. 53-4.
  • L. Renzi, Grande grammatica italiana di consultazione, Bologna, Il Mulino, 1991, vol. I, p. 568.
  • L. Serianni, Italiano, Milano, Garzanti, 2000, p. 179.

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

25 marzo 2003


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