In quali condizioni versa la nostra lingua?

Valentina C., da Vicenza ci scrive "leggo spesso sui giornali la frase le condizioni in cui verte. Ho sempre pensato che si dicesse la condizione in cui versa: come è corretto dire?".

Risposta

In quali condizioni versa la nostra lingua?

 

Il dubbio espresso dalla lettrice è tutt'altro che immotivato: una ricognizione sulla stampa mostra come l'uso di vèrtere in luogo di versare 'essere, trovarsi in una determinata condizione o situazione, specialmente negativa', ovvero in costruzioni del tipo la condizione / situazione in cui ...., risulta piuttosto diffuso anche in produzioni di buon livello stilistico caratterizzate da scelte lessicali appropriate: se ne trovano per esempio attestazioni anche nell'archivio del "Corriere della sera" che solitamente si caratterizza per l'alta qualità della lingua usata.

 

La sostituzione di versare con vertere in questi contesti non è una novità, visto che la troviamo in opere ottocentesche non letterarie: un esempio nel Cimento rivista "di scienze, lettere ed arti" del 1854 ("... dopo la sconfitta di Novara, giungiamo ora soltanto [...] a darci esatto conto delle condizioni in cui verte questa provincia italiana", vol. IV, p. 110) o anche nella Rivista contemporanea del 1861, ("Gli altri mezzi dei quali venne fatta in addietro menzione, e che furono indicati come proprii a migliorare l'agricoltura, sono attuabili anche nelle condizioni in cui verte ora l'Italia", vol. XXV,p. 200).

 

Del resto è, o meglio, era possibile anche lo scambio in senso opposto, ovvero l'impiego di versare in luogo di vertere; troviamo due esempi  più o meno coevi ai precedenti nelle Lezioni di logica e di metafisica di Angelo Marsella, ed. 1859 ("Oltre di che se i sommi principi su cui versa la Filosofia fossero delle inutili sottigliezze , dovrebbe aversi a non cale tutto lo scibile razionale che su di essi si fonda", vol. I, p. 10) e negli Atti del Parlamento Subalpino del Regno di Sardegna dell'anno 1860 ("Ho domandato la parola per uno schiarimento intorno all'oggetto su cui versa la presente questione" , p.38).
L'uso testimoniato in questi ultimi testi però, a differenza di quello oggetto del quesito, non è errato, perché tra i valori di versare registrati dalla lessicografia vi è anche quello di 'avere per argomento, vertere, consistere (un ragionamento, un discorso, una scienza, uno scritto, una situazione ecc.)'. È da notare che per questa accezione versare regge, oltre alle preposizioni su, sopra, intorno come vertere, anche in, che è la preposizione costantemente usata quando il verbo ha il valore di 'essere, trovarsi in una determinata situazione ....'.

 

D'altra parte il verbo vertere nel valore che condivide con versare ('avere per argomento, riguardare, trattare qualcosa'), quando è usato in ambito giuridico, può prevedere anche la preposizione in, nonostante l'uso non risulti avvalorato dai dizionari. Tra le molte testimonianze in testi specifici del settore riportiamo un brano dal Commentario alle riforme del processo civile di Antonio Briguglio e Bruno Capponi (Wolters Kluwer Italia, 2009): "se la controversia verte in materia di lavoro l'atto introduttivo deve assumere la forma di ricorso" (p. 1049).
Non è da escludersi che l'ammissibilità di vertere in abbia favorito proprio in ambito giuridico l'errata sovrapposizione a versare in nel valore di  'essere, trovarsi in una determinata condizione ...'. Dalla disciplina giuridica l'uso può essersi esteso ad ambiti per così dire "misti" come in queste Stime, perizie, pareri giudiziali e stragiudiziali in campo impiantistico e strutturale, di Marco Brischetto, Alberto Pavan e Arnaldo Bagnato (Maggioli Editore, 2008) in cui troviamo ben due occorrenze in una sola pagina: "Questo componente dell'edificio [una scala metallica] verte in una situazione che ha quasi dell'incredibile" e "Anche questo componente [una passerella] verte in uno stato precario" (p. 461).

 

A prescindere dal settore in cui il fenomeno può aver avuto inizio, è cosa certa che attualmente l'uso di vertere per versare risulta generalizzato e numericamente consistente (103.000 occorrenze per le condizioni in cui verte su Google al 16 ottobre u.s. di contro alle 142.000 per le condizioni in cui versa). Ciò è forse imputabile al fatto che l'espressione, ormai  pressoché cristallizzata, per la maggioranza dei parlanti ha perso ogni trasparenza: su versare "pesa" il significato 'far uscire il liquido contenuto in un recipiente' dell'omofono transitivo (derivato dal latino vĕrsāre 'voltare, girare', mentre nel valore intransitivo il verbo deriva da una variante versāri propria del latino medievale), forma comune e diffusa in tutta la penisola, tanto da essere annoverata dal GRADIT tra i lemmi "fondamentali" della nostra lingua ovvero tra i "2.049 vocaboli di altissima frequenza, le cui occorrenze costituiscono circa il 90% delle occorrenze lessicali di tutti i testi scritti o discorsi parlati".
La scarsa conoscenza del valore 'essere, trovarsi in una determinata condizione o situazione, specialmente negativa' assunto da versare intransitivo può provocare la lettura facilior dell'espressione come 'le condizioni in cui X fa uscire un liquido' che risulta del tutto incongruente nei contesti in cui ricorre.
Il verbo intransitivo vèrtere, di uso assai frequente nella locuzione prepositiva su cui verte (per esempio in ambito scolastico: le materie su cui verte l'esame), viene coniugato solo alla terza persona come versare e risulta a questo assai vicino dal punto di vista fonetico (il latino vĕrsāre deriva proprio da vertĕre 'volgere'); inoltre esso si presenta col prestigio dell'appartenenza al livello formale della lingua burocratica, e il suo stesso valore semantico ('essere in corso, essere pendente' detto di controversia, e 'avere per argomento, riguardare' detto di una discussione) risulta abbastanza astratto e lontano dall'esperienza comune da non presentare "controindicazioni" evidenti. Tutto ciò lo rende un'alternativa apparentemente plausibile a versare.
Sembra trattarsi in sostanza del contrario di quel processo popolare, caratteristico di anni in cui la bassa scolarizzazione era predominante, che ha fornito tanti spunti ai comici, consistente nella reinterpretazione di una forma ignota attraverso il noto (la lucciola in luogo dell'ulcera e simili); nel nostro caso invece ad apparire come "sbagliato" sarebbe il verbo più consueto, più vicino all'esperienza quotidiana.

 

A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

29 ottobre 2010


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