Inquietudine e dintorni

Sono pervenuti alla redazione vari quesiti sulla correttezza dell’impiego, accanto a inquietudine, di inquietitudine, che alcuni utenti sostengono di aver sempre adoperato; c’è chi segnala di aver trovato questa forma solo su un dizionario ottocentesco, chi di averla sentita nel doppiaggio del film Il nome della rosa. Una lettrice domanda se anche la forma inquietezza sia corretta e se abbia un significato distinto da inquietudine. C’è poi chi s’interroga se nell’ortofonia di inquietudine la "seconda i" vada pronunciata o se non si debba dire, piuttosto, inquetudine. Infine, un quesito riguarda l’esistenza dell’avverbio inquietantemente, nel senso di ‘in maniera inquietante’.

Risposta

 

Inquietudine e dintorni

 

Fra inquietudine e inquietitudine la forma corretta, nell’italiano di oggi, è inquietudine. Vocaboli come inquietitudine e inquietezza (ma anche inquietamento, inquietazione) sono esistiti nei secoli passati e hanno convissuto con inquietudine, per poi cadere, con il tempo, in disuso: la nostra lingua ha operato una selezione tra forme più o meno concorrenti. D’altronde, non devono stupire nei testi antichi le testimonianze di una compresenza e di una certa intercambiabilità fra parole derivate da una stessa base, affini nel significato: la tendenza alla polimorfia morfologica e lessicale ha a lungo caratterizzato l’italiano scritto ed è stata spesso vista come ricchezza.

 

Inquietudine è voce colta che si rifà direttamente al sostantivo del latino tardo INQUIETŪDO-ĬNIS), mentre la forma inquietitudine (con il significato di ‘turbamento’) potrebbe derivare dall’aggettivo inquieto con l’aggiunta del suffisso -itudine. Il dizionario etimologico DEI menziona inquietitudine come variante pisana di inquietudine, senza portarla a lemma. Il dizionario storico GDLI la lemmatizza e ne riporta un’attestazione dell’epoca rinascimentale e una settecentesca: "Darà quiete alla mia anima l’inquietitudine del vostro animo" (Loredano); "Il vero ridicolo deve essere […] non mai producente alcuna inquietitudine segreta" (Milizia). Le testimonianze della voce sono tarde anche interrogando Google Libri: si affollano tra il Seicento e l’Ottocento.

 

Il vocabolo non è registrato nelle edizioni ufficiali del Vocabolario della Crusca e neppure nel primo vero dizionario storico della nostra lingua, il Tommaseo-Bellini. Non figura in dizionari dell’uso che documentano in primo luogo la lingua corrente, come il DISC e il GRADIT, che, tra l’altro, accoglie nel lemmario tutte le voci presenti nel GDLI a condizione che non siamo obsolete. Una ricerca sul web mostra, tuttavia, una certa vitalità di inquietitudine, soprattutto nei diari in rete. Nella maggior parte dei casi il fenomeno è ascrivibile, più che a un conscio richiamo al passato, a incertezza lessicale e alla tendenza a far derivare il sostantivo da inquieto con lo stesso meccanismo per cui a grato si collega gratitudine, a retto rettitudine, a solo solitudine. Questo potrebbe essere il motivo della presenza di inquietitudine nel doppiaggio italiano della sceneggiatura del film Il nome della rosa (dir. da Anneau, 1986, prodotto in Italia, Germania, Francia), scritta da Birkin, Brach, Franklin, Godard e tratta dell’omonimo romanzo di Umberto Eco (1980). Va sottolineato che in quest’ultimo lo scrittore adopera sempre la forma inquietudine e mai inquietitudine.

 

Più prolungato nel tempo è l’impiego di inquietezza, che pure deriva dall’aggettivo inquieto con il suffisso -ezza, come conferma il DEI. Il vocabolo vanta una certa polisemia: ‘turbamento, angoscia’, ma anche, con significati più specifici, ‘turbolenza caratteriale’, ‘irrequietezza fisica’, e ancora ‘disagio sociale o politico’. Il GDLI ne dà attestazioni che arrivano fino a Carducci ("delle incertezze e inquietezze quasi continue tra le quali fu composto e concepito il ‘Furioso’"), a Leopardi ("La primavera […] mi ha prodotto quell’inquietezza di nervi che io soglio avere in questa stagione"), a Mamiani ("Quanto è alla Prussia, basti il considerare le sue inquietezze"), a Croce ("si esprime nell’inquietezza e nel malcontento"). Il Tommaseo-Bellini accoglie il lemma col significato di ‘qualità e stato di ciò che è inquieto’. Anche i dizionari dell’uso DISC e GRADIT lo registrano, contrassegnandolo, rispettivamente, con le marche "non comune" e di "basso uso".

 

Passiamo ora all’ortofonia di inquietudine. Quella che nel quesito è definita "la seconda i" della parola si deve far sentire nella pronuncia. Si tratta di una dizione etimologica, dato che il lessema, come accennato, ricalca il sostantivo latino INQUIETŪDO -ĬNIS. Va detto che la sequenza -quie- è complessa da pronunciare. I suoni che nella grafia della parola vediamo scritti con le lettere u e i in realtà non sono, a livello articolatorio, vere e proprie vocali, bensì suoni particolari che chiamiamo, rispettivamente, semiconsonanti wau e jod (rappresentati con i simboli w e j nell’alfabeto fonetico internazionale): la loro durata è normalmente più breve rispetto alle vocali u e i e per la loro produzione il canale orale si stringe maggiormente. Inoltre non si articolano mai da soli, ma necessitano di una vocale successiva cui appoggiarsi. Il gruppo formato da una semiconsonante e da una vocale è un dittongo. Inquietudine presenta, però, ben due semiconsonanti consecutive (wau e jod) seguite dalla vocale e di appoggio: tale gruppo fonetico costituisce un trittongo. Proprio perché difficile da pronunciare e da scrivere, questo nesso è stato sovente ridotto mediante la cancellazione, al suo interno, dell’elemento jod. Ne sono esempi, nella famiglia di parole cui inquietudine appartiene, forme come inqueto, queto, (ac)quetare: varianti grafiche, anche letterarie, di inquieto, quieto, (ac)quietare; della stessa inquetudine esistono attestazioni, anche contemporanee, ma che restano di uso molto circoscritto. Che l’ortofonia corretta sia quella etimologica è confermato da alcuni dizionari, come il DOP o il Dizionario ortografico ortofonico diretto da A. Ceccato (Muzio, Padova, 1988), che segnala anche una pausa nella pronuncia e la possibilità di dividere la sillaba fra lo jod e la vocale e immediatamente successiva. Anche il GRADIT, che fornisce le trascrizioni fonematiche dei lemmi, convalida tale impiego ortofonico.

 

Infine, l’avverbio inquietantemente, con il significato di ‘in maniera inquietante’, è oggi documentato in rete, ma non è registrato nella lessicografia. Per esprimere il concetto è meglio dunque ricorrere a perifrasi, come quella appena adoperata. Esiste, invece, inquietamente, che però significa ‘con inquietudine, in modo inquieto’.

 

 

Ilde Consales

 

31 maggio 2016


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