La tua caviglia si è storta o stortata?

L'esistenza stessa e l'eventuale statuto del verbo stortare, impiegato spesso nel suo participio passato stortato, destano perplessità, tanto che numerosi utenti, prevalentemente dal Nord Italia, ci hanno contattato, nel corso degli anni, per chiedere delucidazioni a proposito. Tra questi citiamo G. Rubano, G.M. Mellerio, L. Giannitrapani, L. Grifa, D. Penza da Milano e provincia, N. Pellegrini da Camaiore, O. de Cristofaro da Torino, S. di Gregorio da Merano, L. Pasquariello da San Genesio e G. Ronconi (che non ha specificato la sua provenienza).

Risposta

La tua caviglia si è storta o stortata?

Non sono molti i dizionari sincronici che registrano il verbo stortare; il Devoto-Oli, il Sabatini-Coletti e lo ZINGARELLI, ad esempio, non lo riportano per lo meno nelle loro edizioni più recenti. Un'eccezione è rappresentata dal GRADIT, che lemmatizza stortare come regionalismo settentrionale (il che spiegherebbe anche il motivo della provenienza geografica di maggior parte delle domande pervenuteci) col significato di 'storcere', assieme al Grande Dizionario Italiano del Gabrielli, nella IV Edizione del 2011. La prima attestazione citata dal GRADIT è di Massimo Bontempelli (1878-1960), in uno scritto del 1923 intitolato La donna dei miei sogni. Sempre lo stesso dizionario riporta a lemma anche il riflessivo stortarsi (io mi storto) per 'storcersi', marcandolo come di basso uso.

Nel GDLI si trovano attestazioni precedenti a quella del Bontempelli, quasi tutte con significati lievemente o molto diversi. Nel significato di 'storcere la bocca, contorcere le membra' viene citato un brano di Panzini del 1905, tratto dal Dizionario Moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni, che in realtà lo condanna: «'Stortare': brutto idiotismo lombardo [...] invece di 'storcere'». Seguono citazioni da Elio Vittorini, «Egli ha stortato a un certo punto la bocca» (Le donne di Messina, 1964) e Stefano Benni: «Con una cicca di sigaretta si disegnò due rughe sul viso, stortò un po' le membra, si ingobbì» (Elianto, 1996). Per il significato di 'ottundere la punta del pennino' viene menzionato Dino Buzzati: «La penna, abbandonata, rotolò lentamente fino all'orlo, si fermò un istante in bilico, cadde a piombo stortandosi il pennino» (Sessanta Racconti, 1959). Il GDLI riporta un esempio di uso intransitivo con particella pronominale con un esempio da Beppe Fenoglio: «Gli occhi gli si stortavano per la rabbia quando vedeva il vecchio del Muraglione fare flanella» (Opere, 1978). Nei significati qui citati, stortare è verbo denominale dall'aggettivo storto.
Il GDLI riporta anche un significato radicalmente diverso, differente persino nell'etimo: nel significato di 'raddrizzare qualcosa da storto che era' il verbo deriva stavolta per composizione dal prefisso latino ex-, con valore privativo-detrattivo, e da [s]tortare. L'esempio d'uso citato è di Dario Fo e Franca Rame: «Guarda quella, crede ancora alle favole. Alla solidarietà, alla possibilità di stortare il mondo!» (Coppia aperta quasi spalancata, 1991). Vista la vocazione ludico-linguistica della coppia Fo-Rame, è anche possibile che questa accezione sia un loro conio.

Infine, il GDLI lemmatizza a parte anche il participio passato stortato, aggettivo segnalato come "regionale" con il significato di 'storto malamente, in modo da risultare rovinato, inservibile', e lo correda con un esempio tratto da Camilla Cederna: «Le nostre forbicine, il nostro pulisciunghie, il nostro tagliacarte risulteranno spuntate, stortato, inutilizzabile» (Il lato debole, 1977).

Si può notare, in base agli esempi citati fino a qui, che stortare è usato in senso transitivo (stortare la bocca, stortare le membra), mentre stortarsi è usato quasi sempre come riflessivo apparente (stortarsi la caviglia).

A parte i dizionari, consultando BibIt - Biblioteca Italiana, troviamo un'occorrenza di stortare perfino in Alessandro Manzoni, nello scritto Materiali estetici pubblicato postumo nel 1887:

La Poesia è uno dei più nobili ornamenti della natura umana; coltivata da tutti i popoli e in tutti i tempi ella è la viva espressione dei più alti dei più intimi sensi che possono capire nell'animo dell'uomo [...]; ma se ella dovesse stortare i nostri giudizj pervertire i nostri sentimenti sul bene e sul male, sarebbe una peste, un vitupero, un flagello.

Insomma, qua e là, nella nostra tradizione letteraria, il verbo stortare fa capolino, anche se tutti gli esempi citati sono piuttosto recenti. In Si dice o non si dice?, manuale reperibile anche in rete, originariamente a cura di Aldo Gabrielli, l'opinione riportata è la seguente (introducendo anche un nuovo, possibile significato, non registrato nei dizionari dell'uso, del verbo in esame):

DISDETTARE, STORTARE
[...] anche questi due verbi denominali, da disdetta e da storto, come formazione non si possono certo dire scorretti, hanno tutte le loro carte in regola; sennonché sono, come dimissionare, verbi inutili perché doppioni alterati di altri verbi che dicono la stessa cosa.
Disdettare: l’italiano ha già da secoli il verbo disdire con lo stesso identico significato: “disdire un contratto”, “disdire un appuntamento”.
La stessa cosa potremmo dire di stortare. L’italiano ha già storcere, vecchio di almeno seicento anni.
Tuttavia stortare si è fatto accettare ultimamente come forma gergale, disinvolta, confidenziale, per esprimere un’azione di convincimento un po’ pesante, più di indurre ma meno di corrompere. Stortare è ottenere un favore al di fuori delle regole senza dar troppo nell’occhio, ottenere una preferenza...

Dunque, il verbo stortare appare avere un suo almeno parziale statuto lessicografico indipendente, anche se i pochi dizionari che lo riportano lo classificano come un settentrionalismo. Seppure usato da illustri scrittori, il suo reale impiego sembra comunque limitato a una precisa area geografico-linguistica del nostro paese.

Cercando con Google occorrenze di stortare in pagine scritte in italiano, si trovano 7.250 risultati, molti dei quali sono proprio domande sulla correttezza del verbo stesso, con alcune divertenti "giustificazioni" al suo impiego, come questa che riportiamo, tratta da un forum di discussione su automobili e affini:

  

Storto, in sostanza, non sarebbe sufficientemente "dinamico", come verbo, indicando, per lo scrivente, una caratteristica statica.

La ricerca per stortato restituisce 12.000 risultati, anche qui con molte perplessità riguardo alla sua correttezza; per stortata abbiamo 3.880 occorrenze.

Se andiamo invece a cercare il verbo assieme al sostantivo caviglia, sempre solo in pagine in lingua italiana, otteniamo i seguenti risultati: stortare la caviglia 33 occorrenze, stortarsi la caviglia 10 occorrenze, storcere la caviglia 1.050 occorrenze e storcersi la caviglia 9.430 occorrenze. Come si può vedere, prevale nettamente l'impiego del verbo più standard, nella sua forma riflessiva apparente.

La preferenza per stortare, soprattutto nel suo participio passato stortato, potrebbe essere favorita da un'esitazione sul participio passato del normale storcere, storto, una forma usata più spesso come aggettivo o avverbio. Per una sorta di ipercorrettismo, si ricorrerebbe perciò al concorrente stortato, che ha dalla sua anche il vantaggio di essere un verbo della prima coniugazione. Ma la spiegazione non giustifica l'uso di stortare, regionalismo da maneggiare con cautela

Consultando ancora una volta al GRADIT, a proposito del verbo storcere ricordiamo che l'indicativo presente è io stòrco e che il suo verbo ausiliare è avere, e che si tratta di un verbo transitivo con i pricipali significati di 'torcere con forza, piegare allontanando dalla forma abituale', figurativamente di 'interpretare alterando il senso in modo non appropriato, stravolgere'. Invece storcersi (ind. pres. io mi stòrco) è un verbo pronominale che può essere usato in modo intransitivo per 'piegarsi malamente, subire una distorsione' (cadendo gli si è storta la caviglia) o transitivo per 'subire la distorsione di un'articolazione' (mi sono storto un braccio).

A cura di Vera Gheno
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

 

Piazza delle lingue: La variazione linguistica

3 febbraio 2014


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