Lo, gli, li, loro: un sistema pronominale non facile da usare

Da tempo, dal sud come dal nord e anche dal centro Italia, Toscana compresa, ci vengono sottoposte frasi come: "Che li avete fatto fare?", "Gli chiamo, per sapere come sta", "Gli ho obbligati", "Vado a trovare i miei genitori e li porto delle mele" in cui l'oggetto controverso è l'uso del pronome atono: li o gli?

Risposta

 

Lo, gli, li, loro: un sistema pronominale non facile da usare

 

Abbiamo ricevuto tante domande su queste “particelle pronominali”, che tecnicamente vengono indicate come “pronomi clitici” di terza persona. Il fatto interessante è che i quesiti non vertono, come avviene di solito, sulla possibilità di usare la forma gli (che nello standard ha valore di ‘a lui’) anche come femminile e plurale, col valore di ‘a lei’ e ‘a loro’, al posto delle forme le e loro dello standard, ma sulla liceità o meno di usare gli al posto di lo o li (e viceversa di usare li invece di gli).

Va chiarito anzitutto che, mentre nelle prime due persone singolari e plurali i clitici mi e ti, ci e vi sono usati in funzione tanto di oggetto diretto quanto di oggetto indiretto e quindi sia con i verbi transitivi quanto con gli intransitivi (mi vedi ‘vedi me’ e mi dai ‘dai a me’; ti conosco ‘conosco te’ e ti dico ‘dico a te’; ci hai incontrato ‘hai incontrato noi’ e ci hanno consegnato ‘hanno consegnato a noi’; vi considero ‘considero voi’ e vi credo ‘credo a voi’), nella terza persona si hanno forme distinte: in funzione di oggetto diretto si usano lo e la al singolare (maschile e femminile) e li e le al plurale; in funzione di oggetto indiretto gli e le al singolare e loro al plurale. Dunque, gli e li hanno funzioni ben diverse: gli ha funzione di oggetto indiretto maschile singolare (equivalente alla forma tonica ‘a lui’), li ha quella di oggetto diretto maschile plurale (equivalente al pronome loro tonico). Nell’uso parlato (e spesso anche nello scritto informale), come si è detto all’inizio, gli è usato spesso anche col valore di plurale (facilitato dal difficile inserimento nel paradigma dei clitici del loro bisillabo) o anche di femminile singolare, al posto di le: anche in casi del genere, però, gli conserva la funzione di oggetto indiretto, mentre le forme per l’oggetto diretto, in dipendenza da verbi transitivi, sono lo al maschile singolare e li al maschile plurale.

Vediamo ora gli esempi proposti. Gli chiamo, per sapere come sta è sicuramente un errore invece di lo chiamo; l’errore è certo dovuto all’influsso di telefonare, di cui chiamare è diventato sinonimo, mantenendo però la sua natura di transitivo. Ritiriamoli è l’unica alternativa possibile a ritiriamo loro, perché qui loro è pronome oggetto tonico e ritiriamogli significherebbe invece ‘ritiriamo (una cosa) per loro’ (o piuttosto ‘per lui’). A comunicare a loro corrisponde la forma col clitico comunicargli (o, più formalmente, comunicare loro, senza la preposizione) e non comunicarli, che può unicamente riferirsi a un sacerdote che offre la comunione (cioè l’ostia consacrata) ad alcuni fedeli. Gli ho fatti scendere dalla macchina è inaccettabile invece di li ho fatti scendere (cioè ho fatto scendere loro); e lo stesso vale per gli ho obbligati, errore invece di li ho obbligati, perché il verbo obbligare è transitivo. Un errore opposto è quello di vado a trovare i miei genitori e li porto delle mele: qui infatti il pronome ha valore di oggetto indiretto e quindi la frase corretta è gli porto delle mele (o, in uno stile più formale, porto loro delle mele).

Come si spiegano le incertezze, testimoniate dalle domande pervenute?

Anzitutto, va chiamata in causa la possibile confusione tra il loro pronome tonico, che è usato come oggetto diretto o dopo preposizioni (e ormai anche come soggetto) e il loro “atono”, che ha valore di oggetto indiretto. Il primo ha come corrispondente atono (al maschile) li, il secondo, sebbene bisillabo, va considerato equivalente al pronome clitico gli, con cui condivide alcune proprietà sintattiche: dunque ho visto loro equivale a li ho visti mentre ho detto loro, come gli ho detto, corrisponde a ho detto a loro.

Inoltre, i dubbi nell’uso si legano al problema della transitività o meno di alcuni verbi: come si è detto, se il verbo è transitivo richiede la forma oggettiva del clitico, dunque lo (o la) al singolare e li (o le) al plurale, se intransitivo è d’obbligo gli (e, più correttamente, le al femminile e loro al plurale). Ma ci sono verbi che ammettono entrambe le reggenze, con valori semantici diversi, e c’è poi anche la questione dell’oggetto preposizionale. Infatti, nei dialetti meridionali, e nelle corrispondenti varietà regionali, il complemento oggetto, se rappresentato da una persona, viene normalmente preceduto dalla preposizione a (ho veduto a Giuseppe); ovviamente, il clitico corrispondente resta quello che ha valore di oggetto (l’ho veduto e non *gli ho veduto). In alcuni casi, però, viene interpretato come oggetto preposizionale quello che è un normale oggetto indiretto e così da telefono a Paolo e voglio bene a Maria si possono formare, accanto alle sequenze normali gli telefono e le voglio bene, frasi come lo telefono e la voglio bene, grammaticalmente erronee. A volte avviene anche il contrario, a volte si hanno casi ancora più complessi: a Roma, dove l’oggetto preposizionale è oggi abbastanza in espansione (almeno con determinati verbi e in particolari costrutti), il verbo menare ‘picchiare’ è generalmente seguito dalla preposizione a (hanno menato ai tifosi), interpretabile tanto come oggetto preposizionale (menare è transitivo) quanto come oggetto indiretto (con oggetto diretto sottinteso: hanno menato [botte] ai tifosi); conseguentemente, al plurale, si usano tanto il clitico gli (anzi, nell’uso locale je), certo più frequente, quanto li (gli hanno menato, ma anche li hanno menati).

Infine, va rilevato che nella pronuncia rapida e spesso per condizionamento della fonetica dialettale soggiacente (in area settentrionale figlio può essere pronunciato come filio), le due forme gli e li – foneticamente molto simili – possono talvolta scambiarsi, a seconda dei contesti fonotattici, oppure ridursi entrambe a una semplice i. Ma questo possibile “errore di esecuzione” non può e non deve implicare una confusione tra i due clitici sul piano della “competenza” grammaticale del parlante.

Diversa la situazione sul piano storico: infatti la forma li (dal dativo lat. ĭllī, maschile e femminile) è alla base di gli e in italiano antico era usata appunto come oggetto indiretto nel senso di ‘a lui’ e ‘a lei’, nonché di ‘a loro’ (ma per il plurale la derivazione è dal lat. ĭllīs) e coincideva formalmente con il li oggetto diretto maschile plurale (così come oggi avviene nel caso del femminile le: le ho detto ‘ho detto a lei’ e le ho incontrate ‘ho incontrato loro’). L’evoluzione fonetica del li oggetto indiretto (singolare o plurale) in gli ha consentito di distinguerlo dal li oggetto diretto maschile plurale, che però, nel linguaggio poetico, poteva assumere anch’esso la forma gli e determinare, di nuovo, un’omonimia tra pronomi con funzioni diverse.

 

Paolo D’Achille

 

2 febbraio 2016


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