Mi pa' un pòle venì: ma il toscano non sarà qualcosa di più che un vernacolo?

Simonetta Simone ci scrive dalla provincia di Pisa a proposito della convinzione di toscani anche colti (si riferisce a una sua collega insegnante) che nella regione non si parli dialetto, ma vernacolo, posizione che lei considera “un po’ snob”; lei stessa ci suggerisce la frase introduttiva del titolo, pronunciata da uno studente. Le rispondiamo con l’intervento di Annalisa Nesi su La Crusca per voi  n. 36 (aprile 2008).

Risposta

Mi pa’ un pòle venì:
ma il toscano non sarà qualcosa di più che un vernacolo?

 

«Laura Capozzi nota che l’italiano non ha accolto il fenomeno toscano della gorgia e ne chiede il motivo; Valeria Pelleschi, sempre riferendosi al toscano, chiede invece la differenza tra dialetto e vernacolo.

 

Attenendosi alla definizione scientifica, i dizionari descrivono la voce dialetto come un sistema linguistico presente in un’area territoriale di estensione variabile, ma comunque circoscritta, che viene impiegato in ambiti sociali e culturali ristretti e prevalentemente nel parlato. Di fatto, il dialetto si definisce in rapporto o in contrasto con la lingua: dunque, secondo un criterio spaziale la lingua si distribuisce su tutto il territorio nazionale, è impiegata - seppure secondo varietà e gradazioni - da tutti, permette una comunicazione a largo raggio in tutti gli ambiti culturali e istituzionali. Quanto all’origine, sia la lingua che i dialetti del territorio italiano (fatta eccezione per le parlate alloglotte) hanno una base comune nel latino e ne rappresentano l’evoluzione con le diversità proprie delle differenti aree geografiche.


 

Nella storia linguistica del nostro paese assistiamo alla formazione dei volgari  - così si denominano le realtà linguistiche conseguenti ai mutamenti subiti dalla lingua latina parlata luogo per luogo - che possiamo considerare tutti sullo stesso piano finché uno fra i tanti non emerge e viene prescelto come modulo espressivo della lingua letteraria. Si tratta del fiorentino dei grandi autori del Trecento e dunque lingua scritta sulla quale si fonda la norma. Questo spiega - per rispondere alla domanda posta dalla signora Laura Capozzi - perché la caratteristica pronuncia spirantizzata del fiorentino (per altro attestata più tardi) e di altre parlate toscane (del tipo la hasa, ma in casa per citare un esempio classico) non “passa” all’italiano: semplicemente non è stata rappresentata graficamente. Nel secondo Ottocento, sulla scia della proposta fiorentinista del Manzoni, alcuni studiosi spezzarono qualche lancia a favore dell’accoglimento della spirantizzazione, ma ha prevalso la pronuncia del “fiorentino emendato”, ossia una pronuncia ripulita proprio di quelli che a tutto titolo sono da considerare tratti dialettali. Come sappiamo non si tratta soltanto della pronuncia spirantizzata di /k/ in posizione intervocalica, ma anche di /p/ e /t/; addirittura per /k/ e /t/ si può avere, a seconda dei luoghi e del grado di formalità al quale si colloca il parlante, il dileguo della consonante intervocalica (la asa, andao).

 

A questo tratto, noto a tutti come specifico della toscanità, ma in special modo della fiorentinità, se ne possono aggiungere altri anche a livello morfologico e lessicale, che distaccano il parlato spontaneo della regione dall’italiano della norma; tuttavia, proprio perché trae le sue origini in questa terra, la lingua è qui più spontanea e la sua distanza dal dialetto minore che in altre aree d’Italia. Tale vicinanza si presenta sul piano propriamente strutturale, di sistema, e le differenze sono da ricercare da un lato nella maggior fissità della forma scritta di riferimento e dall’altro nella normale evoluzione che il parlato fiorentino, e toscano in genere, ha avuto nei secoli successivi al Trecento. Resta tuttavia l’idea comune che in Toscana non ci sia un dialetto, anche se quel che si parla in Toscana è riservato - come per quelle parlate che anche intuitivamente definiamo dialettali - ad un livello di comunicazione familiare, amicale, tendenzialmente informale. Ecco dunque che la parola vernacolo è stata a lungo riservata alla toscanità linguistica, proprio per questa condizione speciale determinata dalla storia. Scrive Bruno Migliorini (Lingua e dialetti, “Lingua nostra” vol. XXIV, fasc. 3 settembre 1963, pp. 81-86, p. 81): “Anche in Toscana e nelle zone adiacenti v’è un distacco lentamente scalato fra la lingua nazionale e quelli che in quest’area preferiamo chiamare «vernacoli» piuttosto che «dialetti». Ma la differenza tra la lingua nazionale e la lingua parlata non è molto grande: notevole secondo i toscanofobi, minima secondo i toscanofili (i quali tuttavia debbono ammettere anch’essi che la pronuncia spirante di c velare, di t, di p è vernacolare).”

 

La lessicografia storica ci mostra come vernacolo sia stato impiegato in modo generico per dialetto anche in riferimento ad aree non toscane, come troviamo presso gli autori (ad esempio in Foscolo o in Pascoli) o nei titoli di dizionari che raccolgono il lessico dialettale. Ma al di là del percorso semantico della parola attraverso il tempo, oggi vernacolo (aggettivo e sostantivo) e vernacolare (aggettivo) sono da riferirsi all’uso scritto dei dialetti toscani in testi soprattutto poetici (la poesia in vernacolo pisano di Renato Fucini, ed esempio) e in testi teatrali (il teatro vernacolo fiorentino, livornese).
 

La parola dialetto e l’aggettivo dialettale - per rispondere al quesito della signora Valeria Pellecchi -, pur con le opportune differenze di sostanza rispetto al resto d’Italia, sono comunque da impiegare anche per le varietà toscane. Dunque, una frase come la hosa he t’ha’ fatto ‘la cosa che hai fatto’ si colloca a livello di dialetto così come penzare, inzieme per ‘pensare’ e ‘insieme’ (tipica pronuncia del pistoiese o del senese), i’ ccane per ‘il cane’ (fiorentino o pratese), andonno per ‘andarono’ (certamente oggi meno diffuso e avvertito come arcaico o rustico), èramo per ‘eravamo’ (senese e elbano, ad esempio). Anche il lessico toscano, che pure si è riversato largamente nella lingua, mostra il lato dialettale con significative differenze interne alla regione. Si pensi al frutto denominato cachi per il quale si hanno sia varianti che denominazioni altre; per citarne solo alcune e prescindendo dalla loro appartenenza ai diversi dialetti toscani: cachì, caco, cacco, diòspero, lòto e lóto, pómo, pomocaco e pomocacco. Ancora quelle che con parola tecnica chiamiamo efèlidi e con parola italiana corrente lentìggini sono in Toscana anche crusca e frusca, sémbola sémbela sémmola e sémola, lenticchie, per citare i più diffusi».

 

 

Annalisa Nesi

 

2 marzo 2012


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