Monogenitore, genitore unico o gengle?

Giuditta Pasotto, responsabile dell’associazione onlus GenGle, costituita “per ottenere il riconoscimento dello stato di genitore single” (per ulteriori notizie si veda www.gengle.it), ci ha scritto ritenendo che un pronunciamento dell’Accademia sulla legittimità del termine gengle costituisca un elemento imprescindibile per tale riconoscimento; secondo la scrivente, questo permetterebbe tra l’altro “di non dover più dichiarare se si è separati o divorziati, o se peggio ancora si è vedovi”.

Risposta

Naturalmente, non spetta all’Accademia pronunciarsi sulla legittimità di un termine e le osservazioni che seguono vertono solo sugli aspetti linguistici della questione, per vedere se il termine stesso gengle abbia caratteristiche tali da poterne ipotizzare un accoglimento nell’uso comune senza particolari difficoltà. Tuttavia, è necessaria una premessa.

A noi pare che la formula genitore single, che è alla base della parola macedonia gengle, non colga esattamente il tipo di figure cui la signora Pasotto fa riferimento nel seguito della sua lettera. In italiano, infatti, single si usa per indicare una “persona che vive da sola e senza un legame sentimentale stabile, spec. per scelta” (GRADIT). Ora, a noi pare che il tipo di figura i cui diritti l’associazione Gengle intende tutelare corrisponda a quella del genitore di una famiglia monoparentale, cioè una persona che ha, da sola, la responsabilità giuridica, economica e affettiva nella cura di uno o più figli. Ma nulla vieta che questa persona abbia un legame sentimentale stabile con un/a partner che però non partecipa all’allevamento dei suoi figli.

Ciò detto, nel lessico italiano effettivamente manca un sostantivo che corrisponda all’aggettivo monoparentale o monogenitoriale, o unigenitoriale, forme attestate ma meno diffuse (uniparentale invece è un termine tecnico della genetica, con diverso significato: “di trasmissione ereditaria in cui […] le informazioni genetiche derivano da un solo genitore”: GRADIT). Una retroformazione come monoparente è ovviamente improponibile, dato che in italiano parente non significa ‘genitore’ (a differenza, per esempio, del francese parent, che si correla trasparentemente all’aggettivo monoparental). La formazione linguisticamente più normale sarebbe a nostro parere monogenitore, oppure, volendo ricorrere a un’espressione polirematica, genitore unico (che trova un parallelo in figlio unico, sempre nell’ambito dei termini di parentela). Naturalmente, volendo adottare forme rispettose delle differenze di genere, andrebbero utilizzate anche le forme monogenitrice o genitrice unica.

Quanto a gengle, oltre a quella semantica indicata all’inizio, c’è un’ulteriore difficoltà che potrebbe precluderne la diffusione, ed è rappresentata dall’incertezza della pronuncia: una ipotetica pronuncia anglicizzante sarebbe /ˈdʒɛnɡl/ o /ˈdʒɛnɡəl/, ma per prestiti inglesi che terminano in <gle>, come proprio single, e anche jingle ‘breve motivo musicale che accompagna i messaggi pubblicitari’sono ormai invalse pronunce italiane come /'singol/ e /'dʒingol/ (così il GRADIT). Abbiamo interpellato la signora Pasotto sulla pronuncia adottata comunemente dai membri dell’associazione, e ci è stato detto che si adotta la pronuncia /ˈdʒɛnɡol/, con una certa ipoarticolazione della seconda vocale. In ogni caso, si tratta di una pronuncia che non corrisponde esattamente alla grafia della parola, che verrebbe letta come /ˈdʒɛnɡle/ o /ˈdʒenɡle/ da chi non coglie immediatamente il fatto che gengle è formato dall’unione di genitore e single, con riduzione della prima base ai suoi fonemi iniziali e della seconda a quelli finali, un tipo di parola macedonia detto Kopf-Schwanz-Wort, lett. ‘parola testacoda’, nella tradizione tedesca.

La somiglianza fonica con jingle, inoltre, potrebbe essere utilizzata a fini di dileggio da coloro che sono ostili alla figura del gengle (si ricordi che c’è chi si oppone all’uso della forma ministra per la sua vicinanza con minestra!).

In conclusione, se GenGle come nome di un’associazione che esiste da tempo non ha bisogno di alcuna approvazione, le possibilità che un sostantivo gengle come designazione di una categoria particolare di genitori o genitrici possa diffondersi e stabilizzarsi nell’uso generale sembrano scarse.

 

Anna M. Thornton e Paolo D’Achille

 

7 settembre 2018


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