Nomi astratti e nomi concreti

Con questa risposta vorremmo chiarire i dubbi delle moltissime persone che hanno inviato alla nostra redazione quesiti relativi alla distinzione tra nomi astratti e nomi concreti. In particolare, tra i più recenti, Giovanni Bononi, Stefania Calcavecchia, Maria Teresa Cinelli e Michele Reggio, ma la lista completa sarebbe molto più lunga. Ogni domanda è ovviamente mirata a qualche sostantivo in particolare (tra i più richiesti i nomi dei giorni della settimana e i nomi per indicare una durata temporale come mese, anno, giorno, mattina, pomeriggio ecc.), ma ci è sembrato più opportuno affrontare la questione nei suoi termini generali proprio per offrire un quadro di riferimento a cui si possano ricondurre i molti casi specifici.

Risposta

Nomi astratti e nomi concreti

La distinzione dei nomi tra "astratti" e "concreti" impegna notevolmente i grammatici nonostante che, come vedremo, essa sembri non incidere sul sistema morfologico della nostra lingua. Per ragionare su questo tema bisognerebbe innanzi tutto partire da una considerazione: le parole, tutte le parole di ogni lingua non rappresentano direttamente le "cose", di qualunque genere siano, ma esprimono l'idea che delle "cose" abbiamo nella mente; sono dunque tutte segno di qualcosa di astratto. Intanto, è bene utilizzare un termine complessivo per indicare ciò che viene designato dalle parole: si usa, in linguistica, il termine "referente" (vale a dire, 'la cosa a cui ci riferiamo').

Come esempi di nomi "astratti" vengono di solito elencate parole del tipo speranza, libertà, illusione, bontà, realizzazione, coraggio, difficoltà; di nomi "concreti" parole come mela, albero, casa, acqua. Se la differenza fosse data dal fatto che i referenti dei nomi concreti sono cose che si percepiscono con uno dei cinque sensi, mentre i referenti dei nomi astratti non si percepiscono con i sensi, ci troveremmo in difficoltà (come dimostrano di trovarsi i tanti utenti che hanno mandato quesiti su questo argomento) nello stabilire se la parola temperatura sia un nome concreto o astratto; e, al contrario, se la realizzazione di un ponte ci rappresenti una cosa astratta o concreta. Oppure, se chi viene rimesso in libertà dopo un periodo di prigionia, senta la sua condizione come un qualcosa di astratto o di concreto. Se torniamo alla precisazione iniziale, che le parole rappresentano sempre la nostra idea di un oggetto o di una condizione o di un fenomeno, e dunque un concetto, ci accorgiamo che quella distinzione tra speranza, libertà ecc., e mela, albero ecc. è, dal punto di vista cognitivo, più sfumata di quanto comunemente si pensi.

Tutt'altro peso si può invece attribuire alla definizione di astratto se ci riferiamo alla diversa formulazione linguistica di uno stesso concetto. Se il capo di un partito politico afferma che i membri di quel partito "sono liberi di votare secondo coscienza" o "hanno libertà di voto secondo coscienza" ha affermato esattamente lo stesso concetto, ma nel primo caso ha qualificato i singoli individui nel secondo caso ha usato un termine generale che riguarda la condizione di tutti. Il termine detto "astratto" solitamente presenta una determinata condizione (o qualità) in generale.

Detto in altri termini, non è possibile porre una differenza di peso specifico tra la semantica dell'aggettivo libero e quella del sostantivo libertà, o tra quella del verbo partire e del sostantivo partenza: si tratta di forme linguistiche diverse, da utilizzare per costruire espressioni da riferire ora a soggetti singoli, ora a una pluralità, una generalità di soggetti dello stesso tipo.

Estendendo di poco l'osservazione, possiamo dire che, allo stesso modo, non c'è differenza di concretezza tra l'usare parole come sedie, tavoli, divani e una parola come mobili, passando cioè dagli iponimi a un iperonimo, o da termini singolativi (foglie) a un collettivo (fogliame). Abbiamo solo raccolto più esemplari di una specie o più individui di una famiglia.

Non è inopportuno segnalare che la distinzione tra nomi astratti e nomi concreti è relativamente recente e la prima trattazione dei nomi astratti tra i tipi di nome la troviamo nella Grammatica ragionata della lingua italiana di Carlo Antonio Vanzon del 1834. Nella pratica scolastica sicuramente per tutto l'Ottocento, ma in buona parte anche per il Novecento, la distinzione tra nomi astratti e concreti ha impegnato le energie di molti insegnanti e studenti, anche se una critica alla distinzione tra nomi astratti e nomi concreti fu pronunciata già da P.G. Goidànich (la sua grammatica risale al 1918, ma si rimanda all'edizione del 1967, pp. XVIII-XIX). La posizione di Goidànich non fu certo accolta nella pratica scolastica, ma conteneva già tutte le motivazioni per definire falsa la classificazione tra nomi astratti e nomi concreti e, come tale, inapplicabile in modo sistematico. Oggi la maggior parte dei grammatici avverte che comunque si tratta di una distinzione da non intendere in senso troppo rigido, vista anche la possibilità che molti nomi hanno di passare da una categoria all'altra al variare dei contesti in cui possono ricorrere: "la celebrità può rendere presuntuosi" (astratto), "Vasco Rossi è una celebrità" (concreto); "mi lacrima continuamente l'occhio" (concreto), "Paolo ha occhio per l'arredamento" (astratto) e potremmo continuare.

Sul fronte lessicografico il primo vocabolario che registra l'accezione grammaticale di astratto è il Tommaseo-Bellini (1861) con termine astratto definito come 'che denota una qualità separata dal soggetto. I nomi astratti sono posteriori ai comuni'; nel GDLI s.v. astratto troviamo anche 'sostantivo che indica un concetto (l'opposto di concreto), che indica un essere o un oggetto', mentre il GRADIT per nome astratto dice sinteticamente 'riferito a concetti astratti'; il Sabatini-Coletti (ed. 2008) sembra mantenersi più in linea con la definizione grammaticale tradizionale e definisce i nomi astratti in grammatica 'quelli che indicano concetti (come speranza, verità) e non oggetti di natura fisicamente percettibile, in contrapposizione a nomi concreti'.

La questione che appare veramente risolutiva nel trattare il problema dei nomi astratti e concreti è che, oltre ad essere difficile, talvolta addirittura artificiosa, questa distinzione risulta del tutto irrilevante dal punto di vista grammaticale perché non ha nessuna ricaduta nella costruzione della frase e neanche nella scelta dei determinanti che accompagnano il nome.

Sono altre infatti le categorie che implicano conseguenze dal punto di vista morfologico: quella di proprio/comune che, oltre alla differenza grafica dell'iniziale maiuscola o minuscola, ha come ricaduta il diverso trattamento rispetto alla forma plurale (è noto che solo in alcuni casi è ammesso il plurale dei nomi propri) e all'uso degli articoli; quella dei nomi massa/numerabili o quella dei nomi individuali/collettivi. I nomi massa (come oro, sabbia, sangue) solitamente non ammettono la forma plurale poiché si riferiscono a un'entità che non può essere contata ma soltanto divisa in quantità e misurata; i nomi collettivi, indicando anche nella forma singolare una molteplicità di elementi, possono far nascere dubbi nell'accordo con i verbi (soprattutto con i participi passati) e con gli aggettivi.

In questo senso la differenza astratto/concreto non è rilevante: sia i nomi astratti sia quelli concreti possono, di volta in volta, comportarsi o come nomi individuali e quindi avere regolarmente il plurale (es. speranza/speranze), o come i nomi massa e non avere la forma del plurale (es. coraggio, un po' di coraggio, poco, molto coraggio, ma non molti coraggi!).

Ci sono poi almeno altre due ragioni per cui appare inutilmente faticoso, nell'insegnamento dell'italiano, accanirsi nel tentativo di stabilire sempre se un nome sia astratto o concreto: non serve nello studio delle lingue classiche; non aiuta neanche nello studio delle lingue straniere. In inglese, ad esempio, è molto più netta e privilegiata la distinzione tra nomi numerabili e nomi massa, proprio perché ha ricadute grammaticali evidenti: il nome massa, come il nome proprio, non vuole l'articolo quando indica una sostanza nel suo insieme.

Per approfondimenti:

  • M. Aprile, Dalle parole ai dizionari, Bologna, Il Mulino, 2005.
  • P. Goidànich, Grammatica italiana, Bologna, Zanichelli, 1967 (IV ed.).
  • E. Ježek, Lessico, Bologna, Il Mulino, 2005.
  • M. Prandi, Le regole e le scelte, Torino, Utet Università, 2006.
  • L. Renzi, G. Salvi, A.Cardinaletti, Grande grammatica di consultazione, Bologna, Il Mulino, 1988.
  • L. Serianni, Italiano, Milano, Garzanti, 2005 (I 1997).
  • C.A. Vanzon, Grammatica ragionata della lingua italiana, Livorno, Angeloni, 1834.

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

10 aprile 2009


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