Origine e significato di velina

Vista l'attualità del quesito, riportiamo la risposta di Sergio Raffaelli, pubblicata su La Crusca per voi (numero 27 ottobre 2003)  sull'origine e significato della parola velina.

Risposta

Origine e significato di velina

«La parola velina è familiare oggi, in accezione televisiva, a milioni d'italiani, come appellativo della ragazza che appare sul video nel ruolo di figurante decorativa. Essa è riferita finora soprattutto alle ragazze del faceto telegiornale della sera Striscia la notizia di Canale 5 il quale, nato il 7 novembre 1988, l'ha lanciata e divulgata poco dopo con crescente efficacia. La sua notorietà iniziò quando l'ideatore della trasmissione, Antonio Ricci, provvide ad animare e ingentilire il notiziario, corredandolo fra l'altro di pimpanti vallette, alle quali assegnò il compito di recapitare in scena ai farseschi conduttori alcuni messaggi provenienti dall'autorità e scritti su foglio, che in gergo giornalistico si chiamavano veline. Allora velina, anziché riferirsi al testo, passò a designare, con artificio metonimico, le ragazze che lo recavano (e per poco circolò pure la variante maschile velino, allorché alla fine del 1992 fu impiegato anche un giovanotto). La vitalità di quell'appellativo personale poi s'è conservata e anzi rafforzata anche quando, in anni recenti, l'iniziale motivazione è venuta meno, perché le vallette sono state private dell'iniziale ruolo di messaggere e relegate in siparietti posticci. E ad alimentarne la popolarità ha contribuito l'erroneo collegamento etimologico con l'abbigliamento (vel-) e con la giovane età (-ina) delle interpreti.

Il termine velina ha un'ascendenza antica e dignitosa. Infatti proviene dal francese vélin, cioè 'di vitello' (dal latino vitulinum), e appartiene storicamente al vocabolario della produzione libraria. In Francia la voce vélin, riferita al foglio bianco, liscio, sottile e resistente, ricavato dalla pelle di vitellino da latte o nato morto e quindi adatto per la scrittura manuale e a stampa, era in uso fin dal 1415 (per questa e altre informazioni storiche si vedano nel Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli e nel Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia, Torino, UTET, 1961-2002, s.vv. velina e velino). La storia delle parole italiane che provengono da vélin e che hanno come capostipite la forma aggettivale adattata velino, è iniziata ai primi del XIX secolo, giacché appare isolato l'esempio del sostantivo maschile vellino ('foglio di pergamena sopraffina'), in un testo settecentesco di Luigi Ferdinando Marsili. Essa può essere percorsa in due tappe assai differenti: la prima, che copre tutto l'800, appare alquanto semplice e regolare; la seconda, tuttora aperta, è all'opposto complessa e vivace.

Per esprimere la nozione libraria di 'foglio' o di 'volume' sopraffino, sin dall'inizio della fase ottocentesca entrò in uso l'aggettivo velino, che talvolta in unione con occasionali sostantivi costituì locuzioni come foglio reale velino (Vincenzo Monti), esemplare velino (Pietro Giordani) e simili. Di solito però esso risulta fin dai primi tempi unito a carta, per designare un materiale fisicamente simile al foglio di pelle. La locuzione carta velina, ricalcata su papier-vélin da poco in uso (1798), apparve già nel milanese "Giornale italiano" del 5 ottobre 1806 e diventò presto d'uso corrente e ininterrotto fino a oggi. Dal sintagma carta velina poi, come spesso accade alle denominazioni tecniche complesse e d'intenso impiego professionale, fin dai primi del secolo si staccò la componente aggettivale che, resasi autonoma, diede vita al più "leggero" ma equivalente sostantivo femminile velina (si vedano esempi di Vincenzo Monti e di Basilio Puoti) e che diventò presto concorrente assai forte della locuzione d'origine.

La forma velina sostantivata appare dominante e caratteristica del XX secolo, nel quale ha proliferato, caricandosi di nuovi significati e costituendo alcune neoformazioni. La serie delle innovazioni semantiche è lunga. Fin dalla vigilia del secolo cominciò a designare i sopraffini involucri protettivi di oggettini preziosi, d'illustrazioni e simili. In quel medesimo periodo assunse il senso di 'foglio sottile adatto per la scrittura a macchina', ed entrò rapidamente nella lingua comune, di pari passo con il diffondersi della dattilografia. Già prima degli anni trenta si dotò della contigua accezione di 'copia di un testo dattiloscritto, ottenuta mediante la carta carbone'. Assunse inoltre ad uso dei tipografi, verso la metà del secolo, il valore specialistico ma prolifico di 'foglio di carta speciale per la stampa' e 'prova di composizione da stampare' in offset o a rotocalco. Sulla base del significato di 'copia di testo dattiloscritto' velina accolse poi, grazie a un vigoroso trapasso dal concreto all'astratto, quello "politico" di 'comunicazione inviata dalle autorità fasciste a un giornale, allo scopo di condizionarne l'attività'. I repertori lessicografici ne registrano la presenza con ritardo (1960); solo il Grande Dizionario Italiano dell'Uso di Tullio De Mauro (Torino, UTET, 1999-2000) ne anticipa l'apparizione al 1945, rinviando forse a giornali o riviste del tempo. Ricerche nei testi di memorie e nelle trattazioni storiche sul giornalismo di regime confermano che questa sua accezione cominciò a essere divulgata soltanto a guerra finita. Gli archivi però rivelano che essa risaliva al periodo fascista, forse già al 1932. Nel gennaio di quell'anno infatti l'Ufficio stampa di Mussolini cominciò a interferire nella preparazione dei giornali sia di partito sia "indipendenti", comunicando alle redazioni di tutt'Italia con regolarità quotidiana una o più direttive, che erano trasmesse durante il giorno per telefono e subito trascritte in forma di brevi testi (ufficialmente detti, con terminologia burocratica, note di servizio). Allo scopo di agevolare la corretta diffusione di quei messaggi tanto gli uffici governativi (e in particolare, dal 1937 in poi, il Ministero della Cultura Popolare), quanto le singole redazioni provvedevano a dattiloscriverli in più copie, usando la carta velina, e a distribuirli, appunto su velina, come pro memoria per i loro redattori. Di qui la denominazione velina, che i giornalisti usarono soltanto oralmente, con animo forse non malevolo, come sembra rivelare la sua "neutra" menzione da parte d'un alto burocrate del regime fascista; così scrisse Celso Luciano, capo di gabinetto del Ministero della Cultura Popolare, in una "riservatissima" a Carlo Tiengo, prefetto di Torino: «Caro Tiengo, ti rimetto l'unita copia di una "Velina", in base alla quale sarebbe opportuno che tu tenessi un po' d'occhio - se credi - l'ambiente de "La Stampa"» (per notizie su questo documento e sulle veline fasciste si veda il mio articolo «Si dispone che...». Direttive fasciste sulla lingua: antiregionalismo e xenofobia, in "Lingua nostra", LVIII, 1997, pp. 32-35).

Il sostantivo velina ha prodotto nell'ultimo ventennio del '900, alcune parole nuove che appartengono a due distinti campi semantici. Dalla sua accezione tipografica discendono per esempio i derivati velinario 'luogo adibito alla raccolta delle veline' e velinatura 'operazione di allestimento delle veline'. Il neologismo "politico" di provenienza fascista a sua volta ha assunto non solo il noto significato televisivo, ma ha pure generato, soprattutto per derivazione, neoformazioni che, forse per certa loro carica spregiativa, sono popolari e figurano non soltanto nei repertori di parole nuove, ma anche nei vocabolari aggiornati dell'italiano comune. Le più note sono velinare 'comunicare notizie attingendo a veline', velinaro (e velinara), velinatore 'estensore di veline'; inoltre ha contribuito alla creazione di composti ispirati dai nuovi mezzi di trasmissione delle notizie, come velina elettronica o videovelina. E la proliferazione non sembra affatto essersi esaurita, come conferma il recente avvento (2003, Aldo Grasso) di velinismo 'tendenza allo sfruttamento televisivo dell'esibizione decorativa di giovani donne'».

28 maggio 2004


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