Plurale di manina, braccino, ditino e... ovetto

In occasione dellla Pasqua riproponiamo una risposta di Paolo D'Achille e Anna M. Thornton sul plurale di alcuni diminitivi pubblicata su La Crusca per voi di luglio 2015 (n. 50). 

Risposta


 

«Diverse lettrici e lettori – tra cui Elisabetta B. da Como, Guido C. da Botticino (BS), Manuela R. da Roma – chiedono quale sia la corretta forma di plurale dei diminutivi di nomi come braccia, dita, lenzuola. La lettrice R. dichiara di aver sentito dire da toscani le braccina, che a lei pare “orribile”.

 

Nomi come braccioditolenzuolo e pochi altri hanno una caratteristica che li distingue dagli altri nomi dell’italiano: controllano accordo di genere maschile al singolare e femminile al plurale; per di più, il plurale presenta una desinenza -a che si ritrova con valore di plurale solo in questo piccolo gruppo di nomi. Alcuni di essi presentano in realtà anche un plurale maschile in -i (per esempio, bracci o ginocchi, accanto a ginocchia).

Grammatiche e studi specialistici osservano spesso che i due plurali sembrano specializzati con sensi distinti: per esempio, secondo Alvaro Rocchetti (Les pluriels doubles de l’italien: une interference de la sémantique et de la morphologie du nom, in «Les langues modernes», 62, 1968, pp. 351-359) le braccia indicherebbe solo gli arti superiori di una persona, mentre i bracci avrebbe solo senso metaforico, e sarebbe usato per indicare i bracci della croce, di un candelabro, di un fiume, ecc. Altri autori ritengono che i plurali in -i si usino quando le entità designate sono considerate ciascuna singolarmente, mentre i plurali in -a si userebbero se le entità sono considerate come un complesso funzionale unico: per esempio, le braccia di un individuo in opposizione a un insieme di bracci amputati osservabili su un campo di battaglia. Recenti studi su corpora (si veda in particolare Anna M. Thornton, La non canonicità del tipo it. braccio // braccia/bracci: sovrabbondanza, difettività o iperdifferenziazione?, in «Studi di grammatica italiana», XXIX-XXX, 2010-2011, pp. 419-477) hanno però mostrato che queste distinzioni rappresentano al massimo una tendenza, non una regola assoluta osservata sempre spontaneamente e inconsapevolmente dai parlanti. Per esempio, nel corpus contenente le annate 1985-2000 de la Repubblica troviamo la menorah descritta sia come «candelabro a sette braccia» sia come «candelabro ebraico a sette bracci», e una folla che fa il saluto romano o nazista è descritta sia come «bracci tesi nel saluto nazista» sia come «migliaia di braccia destre tese», dove è chiaro che il riferimento è a singoli bracci di singoli individui, non alle braccia di una stessa persona.

Inoltre, i diversi sostantivi con singolare maschile in -o non si comportano tutti allo stesso modo nel fare distinzioni semantiche tra un plurale femminile in -a e un plurale maschile in -i. Se membri sembra decisamente riservato per ‘componenti di un gruppo’ e membra per ‘parti del corpo’, bracci e braccia sono usati in modo intercambiabile in un ampio spettro di contesti. Nel caso di ginocchi/ginocchia la differenza nell’uso sembra marcata in diatopia: i dati dell’inchiesta LinCi (Annalisa Nesi, Teresa Poggi Salani, La lingua delle città. LinCi - La banca dati, Firenze, Accademia della Crusca, 2013, con dvd) documentano infatti la forma maschile soprattutto in Toscana.

La formazione dei diminutivi (e in genere degli alterati) di nomi di questo tipo aggiunge ulteriori problemi a un’area già problematica. Il suffisso diminutivo -ino normalmente non preserva la classe di flessione del nome base: da pied-e abbiamo piedin-o, non *piedin-e. Sarebbe dunque normale avere braccin-e, ditin-e, lenzuolin-e da plurali femminili quali dit-abracci-alenzuol-a, conservanti il genere femminile ma non la desinenza -a delle forme base. Ma l’esistenza di plurali maschili come bracci e lenzuoli autorizza anche plurali come braccini e lenzuolini, e se diti è plurale raro e stigmatizzato (2 solo occorrenze nel corpus de la Repubblica citato, contro oltre 4000 occorrenze di dita), non si può dire lo stesso di ditini (9 occorrenze nel corpus de la Repubblica, a fronte di 8 di ditine). Probabilmente, chi considera ditino un nuovo lessema usa il plurale ditini; chi invece considera il diminutivo quasi come parte del paradigma flessivo del nome base opta piuttosto per il femminile. Anche nel caso dei diminutivi, un’analisi dell’uso in corpora mostra che i diversi nomi non si comportano tutti uniformemente. Nel corpus de la Repubblica, braccine ha 22 occorrenze, braccina non è attestato e si ha un’unica occorrenza di braccini («Ma poi, ogni volta che a un concerto di Lieder si seguono sul programma i testi tedeschi di poeti anche illustri, ci si domanda che roba è mai. Cuoricini, amoretti, doloretti, tesorucci... Tutti diminutivi atroci: occhini, bocchette,braccini, gambette, bambinucci, testoline, animelle, lacrimelle...»). Ditini e ditine occorrono invece, come si è detto, praticamente in egual misura, e altrettanto lenzuolini (2 occorrenze) e lenzuoline (una sola occorrenza). *Lenzuolina non è attestato; ditina ha invece 3 occorrenze («tra le ditina», «vergini dalle ditina zuccherate», «tiene le ditina in bocca»); potrebbe anche trattarsi di refusi, ma è più probabile che qualche scrivente abbia spontaneamente prodotto questa forma, modellata su dita.

Nel capitolo sull’alterazione (di Lavinia Merlini Barbaresi) dell’importante volume La formazione delle parole in italiano, a cura di Maria Grossmann e Franz Rainer (Tübingen, Niemeyer, 2004, p. 273) forme analogiche come braccina e ginocchina sono asteriscate, in quanto non considerate ammissibili, mentre sono ritenuti normali i plurali maschili in -i e meno frequenti i femminili in -e. Le grammatiche, sia normative sia descrittive, raramente forniscono indicazioni al riguardo, mentre, tra i principali dizionari, lo Zingarelli, che lemmatizza braccino e ditino, dà come plurali braccini o braccine (il primo documentato con un esempio di Pascoli) in un caso, ditini o ditina, e rar. ditine nell’altro (così di ovetto il plurale indicato è ovetti e rar. ovette); il Vocabolario Treccani,  s.v. braccio registra, accanto a braccini, braccina come forma popolare toscana, mentre s.v. ossicino indica ossicine e ossicina come plurale collettivo (le o. degli uccellini o di un bambino), distinti per questo da ossicini (gli o. del pollo).

Un po’ diversi i dati offerti dalla lessicografia storica. Se la 5a ed. del Vocabolario della Crusca non indica il plurale di ditino (ma offre esempi di forme maschili come labbrolini e ovetti), il Tommaseo-Bellini (la cui edizione elettronica inserita nella BIZ consente ricerche nell’intero testo e non solo nel lemmario) offre un quadro piuttosto contraddittorio: dà un esempio di ditina solo s.v. cicciosino, indica braccina come plurale di braccino (aggiungendo però «anco braccini»; si noti che s.v. carnosetto figura invece braccine), ovini e ovina come plurali di ovino (diminutivo di uovo; ma per ovetto si danno ovetti e rar. ovette), lenzuolina e lenzuolini> plurali di lenzolino (il lemma al singolare è senza dittongo, contrariamente ai plurali), ossicina di ossicino (ma poi aggiunge anche ossicine, come fam., ed esempi di ossicini sono riportati sotto varie voci), mentre per ossicello registra ossicelli, ossicella (preceduto dalla crux e documentato con un esempio letterario s.v. guidalesco) e ossicelle, e per ossino soltanto ossini. Lo stesso Tommaseo documenta ossicina e braccina nel Nuovo dizionario de’ sinonimi della lingua italiana (Firenze, Pezzati, 1830) e ossicina in Di quella educazione che incomincia con la vita (in Dell’educazione. Scritti varii, 2a ed., Lugano, Ruggia, 1836, p. 21).

Se guardiamo alla lingua letteraria, tra i rarissimi esempi di diminutivi femminili plurali in -a reperibili nella BIZ si possono segnalare ditina in Vittorio Imbriani (che però usa anche ditini) e ossicina nella Vita del toscano Benvenuto Cellini (2 esempi, contro 1 di ossicini; ossicine è in Leon Battista Alberti, ma va detto che nel Quattrocento erano diffuse forme come le castelle per le castella, plurale di castello). Per il resto, le forme maschili in -i sembrano un po’ più frequenti di quelle femminili in -e. Nei romanzi compresi nel PTLLIN si trovano esclusivamente diminutivi maschili in -i e femminili in -e; le occorrenze sono anche qui, nel complesso, rare, ma ossicini> (documentato in 10 autori) prevale su ossicine (usato solo da Anna Banti), mentre braccine (reperito in 6 autori) supera braccini (che ha 2 sole presenze).

Più interessanti i dati forniti da Google Libri: cercando la stringa “le ditina” si ottengono 167 risultati (“le ditine” 218 e “i ditini” 801), “le braccina” 65 (“le braccine” 2.040 e “i braccini” 68), “le ossicina” 256 (“le ossicine” 101 e “gli ossicini” 3840).  Guardando gli esempi, si nota che non mancano del tutto attestazioni contemporanee delle forme in -a, che sul piano storico si confermano senz’altro come toscane: l’esempio probabilmente più antico di braccina si individua infatti nei Discorsi del vescovo senese Francesco Patrizi (1545), un secondo è in una raccolta di Canti popolari toscani del 1842, un terzo nelle Scene del terremoto d’Orciano del livornese Giuseppe Levantini Pieroni (1846); e certo all’uso toscano guardava Tommaseo.

Che dire, in conclusione? L’assenza di prescrizioni normative da un lato e la diffusione dei diminutivi di questo tipo più nel parlato colloquiale che nello scritto (e in genere nell’uso formale) spiegano perché l’uso non sia mai stato regolamentato e risulti ancora oscillante. La maggiore resistenza delle forme femminili ditine e soprattutto braccine rispetto a ossicine, ovette, lenzuoline, decisamente minoritarie nei confronti dei corrispondenti maschili, potrebbe forse attribuirsi anche all’influsso di gambine manine. In ogni caso, le forme in -a non sembrano neppure oggi proprio del tutto impossibili. Sono però decisamente marginali, e dunque sconsigliabili».

 

 

Paolo D’Achille e Anna M. Thornton

 

14 aprile 2017


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