Possiamo tradurre sibling?

La redazione ha ricevuto alcune domande su quale sia il modo migliore per esprimere in italiano l’idea di ‘fratelli’ senza specificazione del sesso, cioè riferita sia ai fratelli maschi sia alle sorelle, per cui l’inglese ha la parola sibling (plurale siblings). Un lettore chiede se in espressioni italiane come “quanti fratelli hai?” sia più corretto interpretare la parola fratelli nel senso di ‘fratelli maschi’ o di ‘fratelli e sorelle’.

Risposta

 

Possiamo tradurre sibling?

 

Non solo l’inglese con sibling, ma anche il tedesco con Geschwister (e molte altre lingue da noi meno conosciute) dispongono di un termine che designa i figli degli stessi genitori senza specificarne il genere. Quindi il titolo del grande romanzo di Thomas Mann Joseph und seine Brüder (1933-1943) significa ‘Giuseppe e i suoi fratelli maschi’, ed è meno ambiguo della pur opportuna traduzione italiana Giuseppe e i suoi fratelli, che per chi non conosce bene la Bibbia potrebbe anche evocare un’allegra brigata di fratelli e sorelle (in tedesco questa suonerebbe piuttosto: Joseph und seine Geschwister).Vero è che nel film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960) si tratta sempre di maschi, mentre evita ogni ambiguità il titolo Fratelli e sorelle, film di Pupi Avati del 1992.

Del resto, nel confronto tra due lingue scelte a piacere si troveranno sempre molti casi di parola dell’una il cui senso l’altra deve esprimere con più parole (non staremo qui a magnificare l’intraducibilità di termini come il portoghese saudade o il giapponese wabi, e mille altre). Né l’inglese è sempre in vantaggio sull’italiano. Ad esempio, non ha un aggettivo che valga il nostro freddoloso, e usa perifrasi come who feels the cold ‘che sente il freddo’, o simili. Le lingue, come ha notato nella maniera più significativa Ferdinand de Saussure, organizzano la realtà in modi largamente arbitrari, e quindi la corrispondenza fra l’insieme delle parole di una lingua e l’insieme di quelle di un’altra non è mai biunivoca. In italiano presto significa sia ‘tra breve, di lì a poco’ che ‘all’inizio’ (della giornata, della settimana, ecc.), mentre l’inglese esprime questi due concetti con due parole diverse e non intercambiabili: soon e early. Lo stesso fa il tedesco con bald e früh. Mentre l’italiano e il tedesco chiamano carne o Fleisch sia quella di un corpo intero sia quella ormai tagliata per farne vivanda, il francese e l’inglese distinguono tra chair e viande, tra flesh e meat. E se noi italiani distinguiamo tra il venire e l’andare a seconda che il movimento sia o meno diretto verso uno degli interlocutori, non applichiamo questa distinzione all’azione di ‘portare’, cui gli spagnoli invece assegnano due verbi diversi proprio in base alla direzione del movimento: traer e llevar.

Tornando al lessico della parentela, mentre l’italiano nipoti designa sia quelli di cui si è nonni sia quelli di cui si è zii, in inglese i primi si chiamano grandchildren e i secondi (qui con obbligatoria distinzione di genere, rispettivamente maschile e femminile) nephews e nieces (si veda al riguardo in questo stesso sito la risposta di Paolo D’Achille C’è nipote e nipote...). In altre lingue (come il coreano) vi sono termini distinti per i parenti da parte maschile e per quelli da parte femminile. In giapponese il fratello maggiore e il fratello minore sono designati da termini diversi (rispettivamente, ani e otooto), e così la sorella maggiore (ane) e quella minore (imooto). Insomma, che ci sia fra due lingue qualche differenza come quella notata dai lettori fra inglese e italiano è più la norma che l’eccezione.

Ciò premesso, rimane il problema di quale sia il modo migliore, in italiano, per designare insieme fratelli e sorelle[1]. Come è ben noto, la tendenza generale della nostra lingua è di adoperare il maschile come non marcato quando si vuole designare insieme il maschile e il femminile (ho quaranta studenti significa sia studenti che studentesse, e i miei amici non esclude che si tratti anche di amiche, sebbene oggi si tenda, almeno nell’uso pubblico, ad accostare al termine maschile quello femminile, per evitare accuse di sessismo linguistico). Infatti, anche per i figli degli stessi genitori si può usare il termine fratelli in tutti i contesti in cui sia chiaro che si tratta sia di fratelli che di sorelle, o che il genere non è pertinente o importante: chi non ha fratelli diventa facilmente un bambino viziato; in mancanza di coniuge o figli, sono eredi i fratelli e i cugini; ieri sono venuti a trovarmi tutti i miei fratelli (detto a persona informata che ho sia fratelli che sorelle). Nello stesso ambito concettuale, termini come fraterno, fratellanza, fraternità hanno un valore generale, inclusivo di maschi e femmine; e sono di largo uso, mentre parole come sororale o sorellanza, che hanno un riferimento esclusivamente femminile, sono di àmbito molto più ristretto.

Dunque il problema ha un qualche rilievo solo nei casi in cui il contesto non aiuti a capire se il termine fratelli debba essere inteso come riferito solo ai maschi, o anche alle femmine. Contesti di questo tipo non sono per la verità frequenti, ma sono possibili. In effetti un lettore segnala proprio un caso del genere, cioè quello di un questionario in rete, quindi rivolto a qualsiasi utente anche sconosciuto, in cui all’interno di una serie non organica di domande di argomento molto vario figurava anche questa: quanti fratelli hai? Chi ha sorelle, segnala il lettore, non sapeva che cosa rispondere. Un caso simile potrebbe essere quello di un centro ricreativo per ragazzi dove si dica che i giocatori possono essere accompagnati solo dai loro fratelli, quando il luogo, ad esempio gli spogliatoi di una squadra di calcio, possa generare il dubbio se siano ammesse anche persone di sesso femminile. Per evitare simili ambiguità, la cosa migliore è adoperare l’espressione completa “fratelli e sorelle”: James Joyce nasce, primo di dieci fratelli e sorelle, a Rathgar, un sobborgo elegante di Dublino, il 2 febbraio 1882.

In enunciati assertivi, se si sa che vi sono sia fratelli che sorelle, questo sarà sufficiente: Pia ha tre fratelli e sorelle (o, con più precisione, due fratelli e una sorella o due sorelle e un fratello). Tuttavia, in enunciati interrogativi o dubitativi vi potrebbe essere l’effetto indesiderato di dare per scontato che l’altro, se non è figlio unico, debba avere sia fratelli che sorelle: Quanti fratelli e sorelle hai?. Per evitare questo effetto, e non dare per scontato ciò che non si sa, è meglio cambiare congiunzione: Quanti fratelli o sorelle hai? Ma normalmente la precisazione è affidata a chi risponde: alla domanda Quanti fratelli hai? chi ha una o due sorelle può, anzi deve rispondere Ho una sorella (o due sorelle) e non Nessuno!

 

[1] L'italiano, se considerato in tutta la sua storia, avrebbe germano, termine mai molto in uso come sostantivo e ormai desueto, con cui non possiamo consigliare di tradurre oggi l'inglese sibling. Esso deriva dal latino germanus, che è da germen 'germe, seme', e significa appunto 'nato dagli stessi genitori': "è ben ragion ch’a l’un germano / l'altro ti guidi" (T. Tasso). Come aggettivo, in espressioni come fratelli germani significava appunto 'degli stessi genitori', e tuttora per estensione si usa per designare i cugini di primo grado: cugini germani.

 

Edoardo Lombardi Vallauri

 

 

29 novembre 2016


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