Presto, più presto, il prima possibile

Con questa scheda rispondiamo ai numerosi utenti che ci hanno chiesto un parere sulla correttezza della forma superlativa il prima possibile avvertito spesso come un sostituto abusato, ma improprio di il più presto possibile.

Risposta

 

Presto, più presto, il prima possibile

 

Le molte richieste relative a espressioni che coinvolgono presto e prima, si concentrano sulle forme del superlativo relativo che rappresenta uno dei casi in cui i due avverbi di tempo danno luogo a costrutti pressoché sinonimici, del tipo “tornerà il prima possibile”/”tornerà il più presto possibile”. Per spiegare questa sovrapposizione è necessario considerare il valore comparativo insito nell’avverbio prima che, in alcuni contesti, è del tutto equivalente a più presto: “arrivò prima di te”/ “arrivò più presto di te”. Invece non è sempre possibile la sostituzione inversa, da prima a più presto, in particolare, quando prima abbia valore assoluto: se lo scambio è corretto e non modifica il significato in frasi del tipo “è iniziato a nevicare prima (più presto) del previsto”, “abbiamo cenato prima (più presto) del solito”, non avviene la stessa cosa in frasi come “potevi avvertirmi prima (non più presto)”, “era meglio pensarci prima (non più presto)”.
 

Nei costrutti del tipo di quelli appena visti, la presenza di un secondo termine di paragone (anche quando non espresso, ma comunque presupposto) rende esplicita la funzione comparativa di prima e di più presto che svolgono una funzione esclusivamente avverbiale. Ci sono poi però terreni che le due forme non possono condividere e in cui si distinguono dal punto di vista funzionale: prima infatti entra nella formazione della locuzione preposizionale prima di (“ho letto il giornale prima di pranzo”) e può diventare congiunzione subordinativa temporale in composizione con che (per le forme esplicite: “avvertimi, prima che sia tardi”) o con di (per le forme implicite: “prima di uscire, prendi le chiavi”), indebolendo, in questi costrutti, la sua funzione principale di avverbio di tempo.
 

La possibilità di formare il superlativo relativo con presto (il più presto possibile) è il secondo aspetto che va considerato nel trattare il confronto e la sinonimia delle due espressioni: se infatti questa modalità è del tutto normale per gli aggettivi e per molti avverbi (il più lontano possibile, il più tardi possibile, il più velocemente possibile, ecc.), a chi ci ha interpellato appare meno “regolare” la costruzione corrispondente il prima possibile in cui prima, come abbiamo visto avvenire in altri contesti, è inserito al posto di più presto. In realtà il percorso che va da il più presto possibile a il prima possibile prevede almeno due passaggi: il primo è senza dubbio l’applicazione della regola di formazione del grado superlativo relativo degli aggettivi (e avverbi, soprattutto di tempo e di luogo, ma non solo) con la presenza dell’articolo dove è altrettanto corretto, e semanticamente analogo, il costrutto più presto possibile (peraltro anche con gli aggettivi sono ricorrenti forme del superlativo relativo senza l’articolo, dove il contesto fornisca elementi sufficienti a ricostruire l’insieme entro cui si applica la comparazione: “Dario è il più alto di tutti” / “Dario è più alto di tutti”); il secondo passaggio è la sostituzione di più presto con prima. E qui sembrano sorgere i maggiori dubbi, probabilmente a causa dell’apparente sostantivazione dell’avverbio prima dovuta alla presenza, in questo caso ingannevole, dell’articolo: a prescindere dal fatto che, in rari casi,prima prevede anche di assumere valore nominale (“il prima e il dopo”), qui non si tratta certo di misurare la correttezza della forma sulla base della possibilità di attribuire a prima una funzione nominale. La “prudenza” dei nostri interlocutori ritengo invece sia motivata più dalla recente ampia diffusione, soprattutto nel parlato, amplificato e ramificato attraverso i media, di questa forma di superlativo: nonostante siano molte le possibilità offerte dall’italiano per esprimere l’urgenza (al più presto, al più presto possibile, più presto possibile, il più presto possibile, quanto prima, prima possibile) sembra quasi che le formule che abbiamo a disposizione non siano sufficienti a esprimere la fretta, la velocità, l’urgenza appunto da cui sempre più sono condizionati i nostri pensieri e le nostre azioni. In questo senso la forma il prima possibile offre probabilmente dei vantaggi: è comunque un superlativo (con l’articolo che ne ribadisce la forza), ma prima è una forma sintetica rispetto all’analitico (e quindi meno veloce) più presto.
 

Nella lingua letteraria, a partire dall’Ottocento, è attestato solo il più presto possibile in Leopardi (che lo usa in alternanza con al più presto possibile), D’Azeglio, Boito, Fogazzaro, De Amicis, Dossi fino a Pirandello che predilige la forma al più presto possibile; nessuna presenza invece di il prima possibile anche se in Svevo (Una vita, cap. 8.2) si trova quanto prima possibile, che può far pensare a un’ulteriore ibridazione tra quanto prima e il prima possibile.
 

Anche dalla rete si hanno conferme riguardo alla recente espansione di questi costrutti: se si consulta Google libri (febbraio 2012) ci si può rendere conto di come il ricorso a il prima possibile aumenti in modo netto nella seconda metà del Novecento e poi, ancora di più, dal 2000 in poi; pur tenendo presente che sono decisamente più numerosi i libri recenti rispetto a quelli del passato contenuti nell’immensa banca dati, è significativo che dalle 3 occorrenze in testi dal 1850 al 1900 che passano solo a 6 nell’intervallo 1900-1950, si arrivi a 688 nel cinquantennio 1950-2000 fino poi ai 3490 risultati nei soli ultimi 12 anni (2000-2012). Un valore che va ad aggiungersi a questi risultati viene dalla ricerca parallela, secondo gli stessi intervalli temporali, sull’espressione il più presto possibile: sono 6760 le occorrenze in libri dal 1850 al 1900 che calano drasticamente a 2810 nel cinquantennio successivo per raggiungere il picco massimo nella seconda metà nel Novecento con 7750 occorrenze e attestarsi negli ultimi 12 anni (solo 12 rispetto ai 50 degli altri intervalli!) a 4900. La stessa ricerca negli archivi dei due principali quotidiani italiani sembra confermare questa tendenza: “La Repubblica” (con un archivio che va dal 1° gennaio 1984 a oggi 8 febbraio 2012) registra 551 occorrenze di il prima possibile e 258 di il più presto possibile; “Il Corriere della Sera” (il cui archivio copre il periodo dal 1° gennaio 1992 a oggi 8 febbraio 2012), pur con un margine di errore maggiore dovuto all’impossibilità di effettuare una ricerca che consideri esclusivamente la sequenza esatta delle parole, ci rivela comunque una maggior frequenza dell’espressione il prima possibile (circa 1300 occorrenze) a fronte delle circa 1000 di il più presto possibile.
 

Esprimere urgenza e applicare il criterio della velocità che, nella lingua, si traduce nel risparmio di elementi e quindi in riduzioni e semplificazioni, sembrano essere i principi che guidano i parlanti (ma anche molto gli scriventi) non solo a servirsi in abbondanza di queste espressioni, ma di scegliere tra queste quelle più sintetiche come risulta essere il prima possibile.
 

Mentre lavoro a questa scheda, da una settimana ormai, i mezzi di comunicazione ci sommergono di espressioni di “urgenza”, di “allerta” motivate dall’ondata di neve e freddo (“la morsa del gelo” la lasciamo ai giornalisti!) che continua a investire l’Italia: “Bisogna liberare le strade il prima possibile per permettere l’arrivo dei soccorsi nei paesi e nelle abitazioni isolate”, ha detto qualche sera fa al telegiornale il Governatore del Lazio Renata Polverini. Giusto. Ma è giusto che si debba sempre ricorrere a modalità di emergenza, sia linguistiche che fattuali (e le espressioni linguistiche che scegliamo sono lo specchio del nostro pensiero e delle nostre azioni), anche quando abbiamo previsioni che ci permetterebbero semplicemente di agire prima e non dopo il prima possibile?
 

Questo solo per dire che mentre ci chiediamo se un’espressione è corretta dal punto di vista grammaticale, e in questo caso non abbiamo nessun dubbio a giudicarla del tutto corretta, è bene anche considerare come si è affermata e diffusa così ampiamente e quale tipo di abitudine mentale l’ha resa tanto utilizzata. Per capire e poter scegliere, tra le tante gradazioni possibili offerte dalla nostra lingua, non semplicemente quella più a portata di mano, ma quella davvero più adatta a esprimere il nostro pensiero.

 

A cura di Raffaella Setti
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

 

22 febbraio 2012


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