Processo allo sprocedato

Valerio P. ci chiede se il termine sprocedato, che conosce nell’uso di Giuseppe Gioacchino Belli e che fa parte del lessico della sua famiglia, sia termine di lingua o dialettale.

Risposta

L’aggettivo (usato anche in funzione di sostantivo) sprocedato significa ‘ingordo’, ‘avido nel mangiare’, e anche ‘sboccato’, ‘sfacciato’, ‘spudorato’, ‘impudico’ e viene usato comunemente nel romanesco e in altre varietà dialettali del Centro Italia, come quelle dell’area viterbese, dell’Umbria e delle Marche, fino a toccare la zona del senese a nord e del napoletano a sud; in tutte queste zone è proprio non solo del dialetto, ma anche dell’italiano regionale. La sua diffusione oltre i confini appena descritti comincia già a partire dall’Ottocento, ma è con l’impiego che se ne è fatto sui giornali (in particolare “La Repubblica”) e su alcun libri che la parola spesso ha finito per non essere avvertita come dialettale. Accogliendo una proposta del prof. Francesco Sabatini, si può dire che l’etimologia è riconducibile al verbo francese procéder ‘agire rettamente’, entrato in Italia attraverso il linguaggio burocratico e amministrativo del Settecento. In italiano il verbo è stato adattato divenendo procedare, da cui il participio passato procedato e dunque, con s- privativa, sprocedato ‘che non si comporta rettamente’. La parola non è registrata da nessuno dei principali dizionari sincronici, neppure nelle edizioni più recenti. Le varianti sono numerose (sprucedato, sfrucerato ecc.) ma, attraverso alcune ricerche effettuate su internet, è possibile individuare quelle più frequenti (sprocetato, sprocerato e sfrocetato):

 

[Ricerche effettuate il 2/2/2018]

Sul piano del significato, oggi l’accezione con cui viene maggiormente impiegata la parola è quella di ‘ingordo’, mentre sempre meno viene associata ai significati di ‘spudorato’ e ‘sboccato’, che comunque non sono scomparsi del tutto.

Tra le primissime occorrenze di sprocedato, si consideri la seguente, tratta da una commedia settecentesca composta, pubblicata e messa in scena a Roma, in cui il personaggio romano di Ridolfo scambia alcune battute con il napoletano Pulcinella:

Pulc. E foss’acciso non la piglià co mico; pigliala collo tafanario cca’ non se alletrova comodo, da tirà…
Rid. Sprocedato che sei, chi mai ti ha ordinato simili porcarie.
[Pulc. E se fosse stato pure ucciso, non te la prendere con me: prenditela con il sedere che non è comodo di tirare…]
(Mancinelli, G., Proserpina, in difesa della schiava per amore e maga per accidente. Commedia nuova composta dal sig. Gregorio Mancinelli romano e recitata nel teatro di Tordinona il Carnevale dell’anno 1772, Roma, Pier Paolo Pellegrini librajo, 1772, p. 37).

Il significato di ‘sboccato’, ‘svergognato’ permane nell’uso che ne fa Giuseppe Gioachino Belli, che ci offre tre esempi di sprocedato. Il sonetto 90 L’anima bbona, del 1832, si apre così (con sc il poeta rende la pronuncia fricativa della c(e) c(i) tipica del romanesco, ma anche del toscano):

Jèsò, che sproscedato! e cchi tt’inzeggna
De tienemme sta sorte de discorzi?

Belli usa sprocedato anche scrivendo in un italiano “familiare”, in due lettere del 18 giugno 1838 (“boccaccia sprocedata”, in una lettera a Giacomo Ferretti) e del 15 ottobre 1840 (“tale sprocedata Signora” nel significato di ‘svergognata’, in una lettera a Francesco Busiri). A partire dai primi del Novecento con le poesie di Luigi (Giggi) Zanazzo si fa strada nel romanesco l’accezione relativa a una modalità avida, insaziabile e disordinata di mangiare:

— Tu statte zzitta, e ... Che sprocetato ! nun è mmai satollo:
come l’ucelli: sempre a bbécco a mmollo!
(Zanazzo, L., Poesie romanesche, Roma, Casa Editrice Nazionale, 1904, p. 115)

Comunque il significato di ‘sboccato’, ‘svergognato’ permane e si ritrova ancora in Ettore Petrolini:

CORNACCHIA Ma buttete a fiume e vattene a fonno, ma la voi piantà?
DOROTEA Lo sentite quanto è sprocedato?
(Petrolini, E., I personaggi romani de Roma, L’ottobrata, Nerone, Miscellanea, Milano, Garzanti, 1971, p. 101)

Un’altra accezione è quella che fa riferimento all’avidità radicata nella ricchezza e nei beni materiali, come si può notare, più di recente, nelle commedie dello sceneggiatore romano Massimo Franciosa:

A Nobili tutti de Roma, a sprocetati! Mò sarete contenti che so orfano de padre e de madre […] (Franciosa, M., Cola il Massimo: commedia in quattro tempi,Roma, Bulzoni, 1988, p. 19);
Sì, ma indovina contro a chi? E io je dissi sempre illuso «Como contr’à chi? Contr’ali nobbili sprocetati»
(Ibidem, p. 147)

Talvolta, nell’uso dialettale e nell’italiano regionale romano, il significato prevalente di ‘ingordo’ non è privo di riferimenti impliciti alla sessualità:

lui se sente più grasso doppo quello che s’è sgargarozzato! – Sei proprio sprocedato! – je fa lei che, sia detto in confidenza, nun ha patito certo d’astinenza... (Possenti, F., Sabbato sera. “Rugantino”126, 13003 (2013), p. 3)

Come dimostrano già i due esempi nelle lettere belliane, non mancano, sin dall’Ottocento, esempi di contesti di italiano regionale in cui la parola viene inserita, da scriventi originari di Roma o del Centro Italia che spesso non avvertono che con sprocedato stanno usando una parola dialettale.

[…] i milioni si rinfrancheranno, e le vittorie ci cancelleranno l’onta delle sconfitte; ma quando abbiamo rovinata la gioventù, i nostri figli con falsi principî e con sprocedati costumi, ditemi, chi ce li ridonerà?” (Bertocchini, L., Il medio insegnamento, Napoli, Tipografia del Giornale di Napoli, 1869, p. 201)

Si mette una ventina trenta opere e qualche volta ci si azzecca male: si trova gente sprocedata, che si imbriacano li pasquini, dàn guai alle femmine, lavorano poco e male e mangiano non si capisce dove (Pigorini Beri, C., Costumi e superstizioni dell’Appennino marchigiano, Città di Castello, S. Lapi, 1889)

Gli esempi in cui sprocedato viene usato in contesti di italiano regionale da scrittori del Centro Italia sono tuttora numerosi (per gli ultimi decenni basterà menzionare Zincone in Tempo di guerra del 2013): si tratta per lo più di marchigiani di origine e romani di adozione, come Luigi Di Ruscio, Silvia Ballestra e Pier Francesco Paolini. La vitalità d’uso del termine si manifesta effettivamente in un’area compresa nello Stato Pontificio, ma non mancano esempi, antichi e moderni, in cui sprocedato è usato anche da persone non originarie del Centro Italia, che hanno saputo sfruttare al meglio tutti i significati della parola. Basta leggere questo passo tratto da una commedia di Gustavo Modena, nato a Venezia, formato negli studi a Bologna e morto a Torino, per rilevare un uso proprio della parola da parte di uno scrittore settentrionale (ma molto cosmopolita):

MELANZANA: che dopo la mezzanotte del sabato fanno l congreghe dove mangiano i putti non battezzati MERCURIO: Ah sprocedati sacrileghi! Padre mi guardi, io fumo dalla mia pelle! Io sono troppo castigato de’ miei peccati! (Modena, G., Scritti e Discorsi (1831-1860), Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, 1957, p. 211)

In tempi più recenti infatti ne hanno fatto uso il ligure Giovanni Giudici (in Frau Doktor del 1989), il lombardo Gaetano Delli Santi (in Il meglio ve lo dirò a Manfano del 1995), Alberto Arbasino, di Voghera ma poi trapiantato a Roma (in Rap2 del 2002). La diffusione del termine è stata incrementata dai giornali, soprattutto da “la Repubblica” in cui viene a volte corredato da annotazioni di carattere metalinguistico, dalle quali si rileva un’incertezza nel considerare o meno sprocedato una parola italiana:

Non sono un lessicografo, se mai un lessicofago; ma in quel caso, trattandosi di parola romana di uso persistente, la conoscevo dal vivo. […], mi azzardo a esprimere qualche dubbio sulla voce sfrocetato, nel senso di avido, esagerato. La parola romana per significare questo senso è sprocedato e non ho mai sentito nessuno dire altrimenti; soprattutto chi si rimpinza, chi si abbuffa di cibo è sprocedato. (“la Repubblica”, 4/12/1991, Alfredo Giuliani)

Esiste nella nostra lingua la parola “sprocedato” per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto “senza procedura”. (“la Repubblica”, 7/3/2007, Eugenio Scalfari)

Come si è detto all’inizio, la parola, nonostante sia diffusa sul web anche tra parlanti non originari del Centro Italia, stenta ancora a entrare nei repertori lessicali di lingua italiana ed è relegata in quelli del romanesco, dei dialetti della Tuscia (da Civita Castellana fino ad Acquapendente), umbri (Perugia, Orvieto, Spoleto), marchigiani (Fabriano e Porto San Giorgio), fino a lambire la Toscana (per la quale si ha la significativa registrazione nel Vocabolario Senese di Cagliaritano per la località di San Casciano Bagni, incastonata tra le province di Siena, Viterbo, Terni e Perugia), il Napoletano e l’Abruzzo settentrionale.

L’unica registrazione lessicografica italiana è quella del GDLI, in cui sprocetato (sprocedato) viene glossata come voce romanesca che rimanda a sfrocetato, forma privilegiata dai compilatori del GDLI grazie alla presenza nei romanzi romani di Pasolini ma che non ha riscontri antichi e che può tutt’al più essere considerata una variante minoritaria (che peraltro ha determinato, da parte del dizionario, una proposta etimologica difficilmente sottoscrivibile). In ogni caso, dal sostanziale silenzio lessicografico si evince che sprocedato non può essere considerata a tutti gli effetti una parola italiana, anche se potrebbe seguire la sorte di altri romaneschismi ormai accolti nei dizionari della lingua italiana, seguendo così la sorte di ragazzo ‘fidanzato’, cazzotto, bustarella, malloppo, ecc.

 

Per approfondimenti:

  • Paolo D’Achille, Claudio Giovanardi, Per un vocabolario del romanesco contemporaneo: ipotesi di lavoro, fonti, primi materiali, in Roma e il suo territorio: lingua, dialetto e società, a cura di Maurizio Dardano, Roma, Bulzoni, 1999, pp. 155-82.
  • Paolo D’Achille, L’italiano per Pasolini, Pasolini per l’italiano, in «L’ora è confusa, e noi come perduti la viviamo». Leggere Pier Paolo Pasolini quarant’anni dopo, a cura di Francesca Tommasini, Monica Venturini, Roma, RomaTrE-Press, 2017, pp. 53-71.
  • Clemente Merlo, Il dialetto irpino di Montella, in “Italia Dialettale”, VIII (1932), p. 115n.

 

A cura di Miriam Di Carlo
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

 

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