Può questa risposta esser per voi succulente?

Sono giunte presso la nostra redazione diverse domande circa l’esatto significato dell’aggettivo succulento e su come lo si debba declinare correttamente in genere e numero (se come aggettivo della prima classe, con le quattro uscite -o, -a, -i, -e, o della seconda, con le sole terminazioni -e, -i).

Risposta

Succulento (o succolento) ‘abbondante di succo’ è un aggettivo derivante da suculĕntus, aggettivo denominale tardo e poco attestato (la forma con due c, succulentus, riportata da alcuni dizionari italiani, sembra fantomatica, cioè di fatto priva di occorenze nel latino antico, seppure diffusa nella terminologia botanica moderna, che chiama succulente le piante impropriamente note come “grasse”, dotate di tessuti specializzati per la conservazione dell’acqua). Tale aggettivo latino è perfettamente allineato con vari altri formati nello stesso modo, cioè con suffisso -lentus, come ad esempio corpulentus (da cui l’italiano corpulento) o macilentus (da cui l’italiano macilento).
Il fatto che alcuni lettori si chiedano se declinare questo aggettivo come uno di quelli a due uscite, con singolare in -e e plurale in -i (ad esempio penitente, penitenti, oppure seducente, seducenti), dipende dalla sua somiglianza formale con i participi presenti dei verbi (es. potente da potere) e con vari aggettivi in -ente (es. demente). Il singolare succulente e il plurale succulenti hanno in effetti qualche occorrenza in testi moderni, anche letterari, ma vanno considerati erronei. Succulento non è il participio di un verbo (né in latino, né in italiano), bensì appunto, in latino, un aggettivo denominale.

Assente nei testi italiani più antichi, questo aggettivo sembra essersi diffuso in italiano nel secolo XVIII, provenendo verosimilmente dal latino scientifico dei botanici, per il tramite della forma francese succulent, attestata già nel secolo XVI (di fatto, le più antiche occorrenze italiane a me note riguardano proprio dizionari bilingui italo-francesi, come quelli di Jean Vigneron, 1642-1708, che italianizzava il suo nome in Giovanni Veneroni). Già nel 1765, tra le pagine del “Caffè”, spunta un’occorrenza del femminile plurale succolenti (segnalato da Salvatore Claudio Sgroi negli “Studi di grammatica italiana”, XXIII, 2004, p. 151). Tra le occorrenze più illustri, quella delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, in cui si menzionano certe anguille di Caorle che in alcune edizioni (ad es. nella prima, ma già postuma, intitolata Confessioni di un ottuagenario e stampata a Firenze da Le Monnier nel 1867) risultano appunto succolenti, mentre in quelle più recenti e accurate (come quella a cura di Simone Casini pubblicata dalla Fondazione Bembo per l’editore Guanda, nel 1999, e fondata su una verifica del manoscritto nieviano) è restituito il corretto succolente (vol. I, p. 307). Quasi altrettanto illustre l’occorrenza di questo aggettivo che si ritrova nella prima edizione della Scienza in cucina di Pellegrino Artusi, del 1891:

Quando sentite parlare della cucina bolognese fate una riverenza, che se la merita. Nulla da eccepire. È un modo di cucinare un po’ grave, se vogliamo, perchè il clima così richiede; ma succulento, di buon gusto e salubre, tanto è vero che colà le longevità di ottanta e novant’anni sono più comuni che altrove. (p. 10)

Lorenzo Tomasin

1 luglio 2024


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